Febbraio 27, 2014

L’occasione mi è utile per fare i conti con i Deep Purple

elio_made in japan

Io ho un problema con molte delle cose che mi piacevano in gioventù. A questo punto, inizio a pensare che il problema fosse la mia gioventù. I miei gusti, più precisamente. La prima volta che ho ascoltato Made in Japan dei Deep Purple, ad esempio, devo aver avuto un dieci-undici anni. L’ho ascoltato grazie all’oratorio. Prima che vi interroghiate su che razza di oratori frequentassi da ragazzino, fatemi finire. Me lo aveva fatto ascoltare tipo un mio catechista, che all’epoca non era nemmeno così grande da vivere di rimpianti e ascoltare Made in Japan e basta. Infatti ascoltava anche cagate davvero imbarazzanti come Yanni, una roba che per fortuna ero riuscito a tenere distante anziché abbracciarla e dovermi pentire per averlo fatto una ventina d’anni dopo. Comunque, siccome io e il mio gruppetto di amici eravamo già fuori di testa per la musica, lui pensò di farci un grande favore prestandoci quel disco.

Ricordo perfettamente quando poi, a casa, lo infilai nel lettore cd — avevo dieci anni ma ringrazierò per sempre mio padre e mia madre per aver assecondato i miei istinti musicali non eccessivamente, ma il giusto per farmi avere in regalo a sette-otto anni un impianto stereo con i controcazzi, che farebbe impallidire anche quello che sto usando ora. Dunque presi in mano il disco, era una delle prime stampe su cd di quel lavoro e la plastica interna del box era blu anziché nera (con l’oro della copertina ad aumentare l’effetto kitsch), lo misi nel lettore e partì Highway Star. Uhm, pensai, un po’ stupito per la delusione: me ne aveva parlato talmente bene quel tipo mio catechista. Alla terza canzone, Smoke on the Water, doppio stupore. Il primo, «ah ma ‘sta canzone è dei Deep Purple?», perché ovviamente quel riff lo conoscono anche le pietre, e quindi lo conoscevo anche io. Il secondo, per quello che all’epoca mi sembrava un grossolano errore di esecuzione: mi riferisco a quando Blackmore sbaglia il riff del brano la seconda volta che lo ripete, e fa quella cosa strana — dovevo capirlo, era un’interpretazione; dovevo capirlo già allora che Blackmore era una testa di cazzo.
Dopo una ventina di minuti ho iniziato ad odiare quel disco. Non mi piaceva, puzzava di vecchiume. In effetti, era vecchiume: stava in giro da più di vent’anni. Mi ero già schierato, seppur inconsapevolmente, dalla parte dei Sex Pistols contro i dinosauri del rock. A dieci-undici anni. Mi ero perso tutto di quel periodo, ma ero disposto a (ri)viverlo, almeno ideologicamente, fino in fondo.

Poi, col tempo, mi sono rincoglionito. E gli eccessi dell’adolescenza me l’hanno fatto amare. Comprai l’edizione in doppio cd, quella che sulla seconda parte aveva delle bonus track sempre tratte da quella tournee giapponese e che mi sembravano la cosa a cui non avrei potuto rinunciare per niente al mondo. Lo adorai. Non ho idea di quante volte abbia ascoltato The Mule e l’assolo di batteria di Ian Paice — lo conosco a memoria quell’assolo e, ripensandoci bene, conosco a memoria gran parte della musica che ascoltavo in quegli anni, laddove ora nemmeno mi ricordo i titoli delle canzoni e no, non credo c’entri solo il fatto che stia invecchiando (traetene voi, che siete bravi, eventuali considerazioni sociologiche a riguardo).

Andai talmente fuori di testa per i Deep Purple che li vidi persino dal vivo — avevo 15 anni e loro si esibivano all’Idroscalo di Milano, fortunatamente senza Blackmore, in quello che poi fu l’ultimo tour di Jon Lord, l’unico Purple che ora mi risulti simpatico (astenersi battute) — e presi a snocciolare a memoria le varie mark che ne caratterizzarono l’esistenza: mark I, mark II, mark III (la mia preferita, anche a distanza di anni, rimane quella con Coverdale/Hughes, un po’ perché secondo me spaccavano di più all’epoca e meno il cazzo adesso, e un po’ per un mai sopito spirito di bastiancontrarismo) (che poi, nonostante tutto, non ho mai capito perché con i Deep Purple e solo con i Deep Purple si parli di mark quando con tutti gli altri gruppi si dice «formazioni» senza necessariamente suddividere la carriera in ere geologiche) (ah, no, c’è anche un’altra cosa che non disprezzo legata ai Deep Purple e oltre ai Whitesnake più tamarri: Born Again dei Black Sabbath).

Non ascolto Made In Japan da anni. Probabilmente, toccando tutti i ferri che trovo a portata di mano, non lo ascolterò mai più per il resto della mia vita. Non riesco proprio a vederlo, nemmeno la copertina: continuo a chidermi il senso delle congas che suonava Ian Gillan quando non cantava, e non posso fare a meno di collocarle nello spazio indefinito nel nulla (manco si sentono!) (Seriamente, qualcuno di voi le ha mai sentite?). Piuttosto che ascoltare i venti minuti di Space Truckin’ stupendomi di tutto il senso di estraniazione/droga/sensazione lisergica che produce, metto direttamente sul piatto Space Ritual degli Hawkwind e godo di più (per rimarcare la differenza tra un disco muffo e uno che ha superato allegramente il test del tempo: devono essere stati gli acidi).

A volte mi capita di sentire per radio un loro pezzo, anche non necessariamente dell’epoca, tipo Perfect Strangers, e mi deprimo solo all’idea che nell’ufficio programmazione delle radio ci sia un riccardone che di nascosto, nella fascia con meno inserzionisti pubblicitari, infila in scaletta il pezzo per il solo gusto di rompere il cazzo a quelli come me — e un po’ però poi sorrido: la mossa è poco furba ma di sicura efficacia.

Tutto questo per dire che oggi ho letto dell’ennesima ristampa di Made In Japan. Non ho idea di quanti vinili sarà composta, di quante bonus track, di quanti dvd, blu ray e pagine a colori dell’immancabile librone iper-patinato in allegato. A dirla tutta, non ho nemmeno idea di quante copie possa vendere, oggi, una roba del genere.

Non è una crociata contro la retromania, questa (oddio, una crociata contro Reynolds per aver coniato il termine «retromania» forse ci starebbe anche, ma è un altro discorso). Ascolto dischi usciti anche quaranta anni fa con un certo (enorme) gusto; mi capita di ascoltare persino i Led Zeppelin, a volte; e poi ascolto la musica drone e i minimalisti. In Italia, poi, abbiamo coraggiose riviste di musica che mettono in copertina John Fahey o i Rolling Stones tre volte l’anno, per cui anche se partissi per una crociata non tornerei più a casa, lasciando i miei genitori senza un figlio e una fidanzata vedova ancor prima di sposarla.

Però quando leggo notizie del genere penso che l’industria discografica di oggi, incapace di guardare avanti ma solo di riproporre roba che puzzava di coglioni bolliti già vent’anni fa (ma quante volte l’hanno ristampato Made in Japan?) — non solo l’industria discografica di oggi, ma anche il pubblico di oggi (a questo punto lo confondo con lo stesso di ieri, e non è detto che stia confondendo e basta), tutti i discorsi sul disfacimento della musica un po’ se li meritino.

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