Bere birra.

Sto vivendo in una bolla. Da 24 ore dove abito io il segnale 3g del mio operatore telefonico prende (come da apposito simbolino sul display dell’iPhone), ma va lento come se fosse un modem di quelli preistorici a metà degli anni ’90, rendendo di fatto impossibile ricevere posta, controllare Twitter, leggere i feed, dare un’occhiata a Zite ecc. senza la copertura Wi-Fi.

Non vi dico il nome della mia compagnia telefonica: sono stati gentilissimi, m’hanno già aperto una segnalazione, affidato un codice e promesso di farmi sapere qualcosa entro 48 ore. Sto con loro da più di 10 anni, mi è sempre andata bene e sono fiduciosissimo anche questa volta.

Ieri sera, intorno alle 23, un piccolo spiraglio di luce. Poi niente. Il bello è che, appena mi sposto di 4-5 chilometri, tutto funziona come prima.

Potrei provare uno di quegli esperimenti lagnosissimi di chi ne approfitta e per 10 giorni vive come nel Paleolitico. Ma temo non ne valga la pena. Intanto questa sera mi berrò una birra.

Fino a che l’evidenza non ci tira due sberle.

Oggi stavo ascoltando (in cuffia) un disco piuttosto strano: Articulação di Florian Hecker, appena pubblicato da Editions Mego. Senza farla troppo lunga: Florian Hecker è un musicista e sound artist tedesco che lavora nel campo della sperimentazione elettronica più spinta. Crea dei suoni lavorando prevalentemente nei territori dell’elettroacustica e del digitale, e ha interessi concettuali che spaziano dalla filosofia alla neurolinguistica. Alle orecchie di un ascoltatore vergine di questo tipo di sonorità, i suoi dischi possono sembrare un insieme di blurp e bzuzz senza capo né coda. Se però siete un minimo curiosi, e avete voglia di far vivere un’esperienza piena alle vostre orecchie, consiglio un suo disco di 2-3 anni fa: Acid in the style of David Tudor (sempre per Mego, qui trovate un brano).

Non è un artista per tutti. Questo ultimo disco è la seconda parte di una trilogia iniziata con Chimerization (2011) e culminata con un lavoro presentato lo scorso novembre al festival Performa di New York (CD – A Script For Synthesis). Composto solo di tre brani, l’elemento principale di Articulação è la voce, che viene combinata, sovrapposta, giustapposta, distorta, sfalsata in qualunque modo, mentre recita dei testi del filosofo iraniano Reza Negarestani. Nella prima di queste tre tracce, Hinge*, la voce è quella di Joan La Barbara.

Dunque oggi lo stavo ascoltando in cuffia, abbastanza attentamente. Cercavo di seguire il testo sia godendo dell’effetto straniante, sia provando a capire il significato. Capitava, però, che la condizione di ascolto non fosse esattamente la migliore: ero su un Pc. Ad un certo punto sento, improvviso, il tipico avviso di Windows di quando si inserisce/toglie una chiavetta USB. Potrei fare una ricerca su Google, immagino che quel suono abbia un nome particolare, forse anche un compositore eccellente. Però, ecco, ci siamo capiti: è uno di quei suoni ormai entrati prepotentemente nella nostra quotidianità, che ascoltiamo non so quante volte al giorno e associamo ad un’azione ben precisa.

Appena l’ho sentito ho pensato a cosa potesse significare, in quel contesto, con la voce di La Barbara divisa in due — una parte per canale stereo — che recitava, con uno sfalsamento di qualche frazione di secondo, lo stesso testo.

Sulle prime l’ho trovata una soluzione piuttosto banale. Non in sé, ma quanto meno per il lavoro di Hecker. Non è un disco, questo Articulação, nel quale si indagano i suoni della tecnologia. Si parla di tutt’altro. Però non era nemmeno la prima volta che mi ritrovavo questi suoni inseriti in un disco appartenente al campo delle musiche sperimentali — non giocano nemmeno nello stesso campionato, ma ad esempio il suono dell’apertura di Skype era presente anche in questo brano di James Ferraro.

Era appena finito Articulação quando ho risentito quel suono. Realizzando che non era intenzione di Hecker, ma solo Windows che stava dando uno dei suoi (tanti) segni di instabilità. E allora mi sono messo a riflettere, banalmente, di come ormai non ci rendiamo più conto di cosa stiamo davvero ascoltando e qualunque intromissione dall’esterno, anziché farci venire un milione di dubbi, la prendiamo per buona fino a quando l’evidenza non ci tira due sberle.

Volevo solo scriverlo.

 

(l’immagine sopra l’ho presa dal blog di Hecker: se il disco fosse una fotografia, questo sarebbe l’effetto).

Imparare il mercato da Eataly.

Attenzione: questo post presta il fianco all’accusa di essere semplificatorio, di parlare per niente, di parlare per niente per di più di ciò che non si conosce affatto. Perché da Eataly a Milano io non ci sono stato. Non so se lo farò, ma ho come l’impressione che per buttare giù queste due righe non serva recarsi fisicamente lì dove una volta c’era il teatro Smeraldo. Si può tranquillamente stare in poltrona e leggere la timeline di Facebook: pare che il mondo, infatti, non abbia fatto altro nel corso del weekend.

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Le ossessioni di Kylie Minogue.

Mi viene il dubbio che Kylie Minogue sia ossessionata dal sesso. Del resto tutti lo siamo, non c’è assolutamente nulla di male: carne, debolezze umane, peccatucci, quelle robe lì. E non dovrebbe nemmeno stupire che, nell’epoca delle Miley Cyrus, Kylie Minogue sia ossessionata dal sesso: immagino lo faccia un po’ per spirito di sopravvivenza in un mercato dove si leccano martelli e si simulano fellatio sul palco, e un po’ perché avverte sui più giovani quella responsabilità non di madre, ma almeno di sorella maggiore, e cerca di ingannare gli astanti fingendo di essere il cattivo esempio che le nuove generazioni non dovrebbero seguire — è improbabile che le nuove popstar imitino i comportamenti di Kylie Minogue: è un mondo piuttosto spietato quello della pop music, dove si invecchia facilmente agli occhi delle nuove leve; e non credete alle interviste in cui si dichiara che, oddio, quella popstar per me è sempre stata un mito, un esempio, una vera fonte di ispirazione: i giornali — i giornali musicali, i giornali finto-musicali soprattutto, i blog come questo non ne parliamo nemmeno — sono pieni di pagine da riempire di cazzate, e queste giovani star hanno uffici stampa pagati profumatamente per mettergliele in bocca, e quindi in pagina.

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Pono, il player audio di Neil Young destinato non si capisce bene a chi.

Sta facendo molto parlare di sé Pono, il player musicale di Neil Young lanciato in questi giorni all’SXWX e messo in vendita, almeno inizialmente, tramite crowdfunding su Kickstater al prezzo di 300 dollari (399 dovrebbe essere il costo nei negozi).

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Il mondo buono dal Vangelo secondo Massimo (Gramellini).

Massimo Gramellini rappresenta il porto sicuro dove le anime belle trovano approdo. Il che non è un problema, se non in misura del fatto che, a questo porto, le anime belle attraccano con un certo ritardo.

Non si spiegherebbe altrimenti lo stupore manifestato stamattina nel suo Buongiorno quotidiano sulla prima pagina de La Stampa. Raccontando il retroscena (!) visto dal dietro le quinte di Che tempo che fa, a proposito del pubblico in sollucchero per le dichiarazioni anti sindacati di Matteo Renzi, Gramellini scrive:

e non si trattava di una feroce setta di capitalisti o del fan club di Brunetta, ma di persone normali che avevano appena chiesto l’autografo a Sorrentino e un’ora dopo si sarebbero messe in coda col telefonino per farsi immortalare accanto alla Littizzetto.

Dal che se ne deducono due cose, entrambe ridicole. La prima, che i facenti parte di «una setta di capitalisti» o, peggio ancora per le maniere del mondo buono delle favole di Gramellini, del «fan club di Brunetta», non hanno diritto di manifestare alcunché, nemmeno quando avrebbero sacrosanta ragione di farlo. Sono personaggi brutti e cattivi, si infilano probabilmente le dita nel naso e ruttano a tavola, perciò hanno torto a prescindere. La seconda, speculare alla prima, è che questa volta chi applaude il premier fa parte del mondo giusto e normale — descrizione di mondo giusto e normale secondo Massimo Gramellini: va al cinema a vedere Sorrentino e, per di più, si sforza anche di ridere alle battute di Luciana Littizzetto. Si scatta persino un selfie, con la Littizzetto.

A me fa piacere che persino Massimo Gramellini, dalla sua scrivania di marzapane, sia riuscito a capire che alcune delle cose predicate — per il momento solo a parole, da queste parti ci si entusiasma per poco — da Matteo Renzi sono sacrosante. Ciò che dispiace è che chi vice-dirige un quotidiano nazionale (alternando la professione a quella di romanziere e di autore televisivo) non abbia gli occhiali giusti per vedere che l’anciem regime degli apparati burocratici italiani fa schifo sempre, anche quando a dirlo sono Brunetta o i turbo-capitalisi.

Per quanto mi riguarda, pure se lo avesse detto Fausto Bertinotti (speranza vana, sulla quale mai vissi).

Due appunti su Italian Records – the singles ad un anno dall’uscita.

Al tempo dei servizi di streaming online gli album che val la pena possedere in edizione fisica — intendo val la pena per l’acquistatore medio, i compulsivi come me pensano che valga la pena possedere all’incirca ogni cosa che finisce sugli scaffali, è una malattia lo so — in quest’epoca di diavolerie tecnologiche figlie del proclama secondo cui l’utente non è che non voglia pagare, ma vuole solo trovare un modo comodo per far arrivare i soldi a chi di dovuto, gli album meritevoli di essere acquistati durano un anno. Poi li trovi su Spotify.

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Il mio contribuito alle sorti dell’indie italiano: qualche riflessione intorno a Tabula Rasa Elettrificata dei Csi (usata come scusa per altro).

csi

M’importa ‘Nasega, ‘nasega sai, ma fatta bene che non si sa mai.

Proprio in questi giorni in cui stiamo assistendo all’ennesimo dibattito sul cantautorato italiano — pare si siano svegliati tutti dopo che il direttore di un fu bel giornale di musica italiano ha invitato a (metaforicamente, si spera) prendere a calci nel culo una fu buona promessa del cantautorato italiano, al cui sdoganamento ai tempi del debutto aveva contribuito proprio il fu bel giornale — proprio in questi giorni di dibattito stantio, si diceva, dove pipponi (che non vi linko, tanto sapete tutti dove si trovino) ad opera di scribacchini-musicisti sperimentali fanno la tiritera tirando in ballo tutto e tutti (da Piero Ciampi a Brunori Sas, passando pure per i soliti nomi per carità), io mi sono (ri)ascoltato Tabula rasa elettrificata dei Csi. Continue reading →

Tre canzoni che mi stanno piacendo moltissimo in questo 2014.

La canzone che mi è piaciuta di più di questo 2014 è uscita oggi 4 marzo 2014 (o almeno così mi ha detto il tizio del negozio Dischi Volanti a Milano l’altro giorno, quando volevo acquistare il disco). Però boh, io è più di un mese che ascolto l’album su Deezer (perché nel frattempo mi regalano l’abbonamento a 99 cent per tre mesi e quindi bye bye svedesi), più un altro paio di settimane in anteprima streaming su Npr. Lei è Neneh Cherry, che è la figliastra di Don (e quindi pure la sorellastra di Eagle Eye) e non faceva un disco solista dal 1996. Nel mezzo ha registrato il buono (qualcuno lo definisce stra-ottimo) The Cherry Thing con i The Thing di Mats Gustafsson che è, suo malgrado aggiungo io, il sassofonista dei giorni nostri.

Oggi è uscito — ma io continuo a rimanere dubbioso sulla data — Blank Project, disco in cui ci sono praticamente solo lei e il produttore Four Tet (in un brano c’è anche Robyn come featuring). La critica lo sta salutando come uno dei migliori dischi dell’anno. Sono d’accordo, perché per lei ho una cotta dai tempi di Rip Rig + Panic: non saprei dire se fossero la sua cosa migliore, però io ho molta nostalgia di quei gruppi rock intelligenti ma grezzi, non come questi di oggi che se la tirano da professori. Il mio pezzo preferito da Blank Project è questo che, volendo vedere, più mi riporta alla mente gli anni di Homebrew, il suo disco del 1992.

Al secondo posto c’è una canzone. Uhm, di St. Vincent. Potrei chiuderla qui, incollare il video e tornare a farmi i cazzi miei. Perché, come dice un mio collega, St. Vincent è «hipsteria pura oggi come oggi; prima anche, ma più raffinata. Il disco con Byrne, poi, fa veramente schifo». Tutte verità. Però questo suo omonimo è bello molto. Scrive bene la ragazza. Ogni tanto ti fa pure muovere il culo, ma senza rinunciare a fare la cantautrice che sa costruirsi per bene i suoi pezzi. Ha detto di averlo voluto chiamare semplicemente come lei perché è il disco che meglio la rappresenta. Un po’ velleitario, ma alla terza prova ci può anche stare. All’inizio mi piaceva molto l’ultimo brano, Severed crossed fingers. Adesso è stato superato in classifica da Regret:

Il terzo brano che mi piace molto in questo 2014, da un disco che mi sta piacendo molto in questo 2014, è di Actress. Che è quel tizio un po’ suonato che vive a Londra, carriera da calciatore fallito, che ha dichiarato a The Wire di fare «concrete r’n’b». A me la sua musica sembra quella di un dancefloor miracolosamente rimasto aperto dopo un’apocalisse nucleare, con quattro fattoni a bordo pista indecisi se tornare a ballare o stare lì, ad ammirare quello che non capiscono se essere il frutto di una tragedia o degli acidi sul loro cervello. A me piacque moltissimo anche Splashz di qualche anno fa, meno Rip dell’anno successivo. Questo Ghettoville mi sta facendo schizzare. Per dovere di cronaca, però, vi incollo qui sotto il pezzo più paraculo (e quello probabilmente meno apocalittico di tutto il disco)