Marzo 5, 2014

Il mio contribuito alle sorti dell’indie italiano: qualche riflessione intorno a Tabula Rasa Elettrificata dei Csi (usata come scusa per altro).

csi

M’importa ‘Nasega, ‘nasega sai, ma fatta bene che non si sa mai.

Proprio in questi giorni in cui stiamo assistendo all’ennesimo dibattito sul cantautorato italiano — pare si siano svegliati tutti dopo che il direttore di un fu bel giornale di musica italiano ha invitato a (metaforicamente, si spera) prendere a calci nel culo una fu buona promessa del cantautorato italiano, al cui sdoganamento ai tempi del debutto aveva contribuito proprio il fu bel giornale — proprio in questi giorni di dibattito stantio, si diceva, dove pipponi (che non vi linko, tanto sapete tutti dove si trovino) ad opera di scribacchini-musicisti sperimentali fanno la tiritera tirando in ballo tutto e tutti (da Piero Ciampi a Brunori Sas, passando pure per i soliti nomi per carità), io mi sono (ri)ascoltato Tabula rasa elettrificata dei Csi.

Non sono mai stato di stretta osservanza del giro di Ferretti-Zamboni-Maroccolo, la parte toscana e la parte emiliana, Giorgio Canali, l’unione sovietica prima, la comunità degli stati indipendenti dopo, le grazie ricevute infine. Se un pizzico d’osservanza l’ho rispettata, è stato quando pensavo che l’unica cosa che si potesse fare era difendere il povero Giovanni Lindo, reo di aver dichiarato di leggere Il Foglio e di essersi sentito liberato, a 20 anni suonati da “Punk Islam“, a votare Silvio Berlusconi. Secondo me quello è stato uno degli ultimi atti veramente indie della musica italiana. L’ho apprezzato molto, sia perché le opinioni degli altri rimangono sacrosante e contestabili a patto che non ci si fermi al chi le esprime «è una merda» e basta; sia perché è stato molto più provocatorio di quelli che pensavano di bruciare le copie di Affinità-divergenze tra il compagno Togliatti e noi ecc ecc.: è andato in televisione, da Giuliano Ferrara, a dire che lui a cavallo ci va senza sella, si fa le sue belle galoppate e, finita la corsa, si fuma pure una sigaretta in santa pace perché nonostante gli stra-noti problemi di salute che ha avuto (cui le sigarette hanno, immagino, contribuito), «possiede delle umane debolezze». Immenso. Non so se sia punk o meno, perché punk o meno era una diatriba che c’era già quando negli anni Ottanta andavano a suonare nei centri sociali e i punx duri e puri li contestavano. Di sicuro è la dimostrazione di una libertà intellettuale che in pochi possiedono (adoro fare il difensore non richiesto: sposata una battaglia, non mi schioda più nessuno).

Perciò: 90 minuti di applausi.

Ricordo quando Tabula rasa elettrificata debuttò primo nella classifica italiana dei dischi più venduti. Era il 1997 e io ero in prima liceo. Un mio compagno di classe — piuttosto petulante: tendenza videoclip tutto il giorno su Videomusic/Tmc2 — mi disse quasi allarmato: «Hai sentito?, i Csi sono primi…». Non capivo dove stesse la notizia, già allora ero molto ingenuo su queste dinamiche indipendenti (lo sono rimasto, me ne vanto). Voglio dire, per me era del tutto normale che un gruppo pubblicasse un disco e — se gli dicesse bene — finisse primo in classifica. Poi ho scoperto che il compagno di classe un po’ petulante aveva un fratello (o forse era una sorella, o un cugino, o un amico del cugino: non importa) al quale probabilmente già allora prudevano le mani e che, sicuramente, avrà tirato le uova al televisore quando ha visto GLF fare il pubblico elogio di Giuliano Ferrara in una trasmissione condotta da Giuliano Ferrara. Questo tizio deve avergli detto che i Csi primi in classifica erano «la fine di tutto», cioè quella tipica frase, un po’ terrorismo e un po’ naïveté, che si dice quando vuoi far sapere a qualcuno che una parte del tuo mondo, che lui ovviamente non riuscirà mai a comprendere, sta soccombendo, il più delle volte per colpa di un anello debole organico a quello stesso mondo.

I Csi con Tabula rasa elettrificata furono considerati un po’ l’anello debole della musica indipendente italiana. Del resto, indipendenti lo erano davvero e non solo per via della ragione sociale post muro di Berlino. E un gruppo indipendente non poteva finire in classifica, almeno non in Italia (negli Usa, per dire, quando gli allora indipendenti — lo sono ritornati anche oggi, perché il mercato è crudele — Offspring vendettero 11 milioni di copie con Smash, nessuno si stracciò le vesti). Credo che la cosa, ad un certo punto, causò qualche scompenso anche tra di loro.

Tabula rasa elettrificata non fu un terremoto, peccato. Piuttosto un piccolo brivido, perché di quel primo posto rimase ben poco: il video di “Forma e sostanza” (bellissimo) e — mi pare di ricordare, non ho voglia di aprire Youtube — anche quello di “Matrilineare” in rotazione su Tmc2 (e secondo me al compagno di classe petulante iniziarono pure a piacere: non so se più per convinzione musicale o più per andare contro a qualcuno più grande di te come solo a 14 anni si hanno le forze per farlo). Poi i Csi diventarono i Pgr e poi siamo quasi ai giorni nostri, e comunque fuori tema.

[pullquote]Mai stato di stretta osservanza del giro di questo gruppo. Affinità ecc mi ha sempre annoiato a morte e ha rappresentato un freno fortissimo affinché mi tenessi (colpevolmente o meno, non lo saprò mai) a debita distanza dal resto della produzione[/pullquote]

Utilizzando la tecnica per cui scrivo di musica in realtà per parlare di tutt’altro, sono però giunto al punto in cui due parole due sul disco bisognerebbe pure farle. Dicevo: mai stato di stretta osservanza del giro di questo gruppo. Affinità ecc mi ha sempre annoiato a morte e ha rappresentato un freno fortissimo affinché mi tenessi (colpevolmente o meno, non lo saprò mai) a debita distanza dal resto della produzione. Però Tabula rasa è un lavoro verso il quale ho una forma di rispetto assoluta. C’entra l’effetto nostalgia, certo. E c’entra anche che, a 14 anni, era un po’ impossibile non farsi piacere il disco indipendente che debuttava al numero 1 della classifica italiana (io del pop-rock italiano di quel periodo ricordo questo album e Gommalacca di Franco Battiato, pure lui un numero 1 in classifica. Tralasciando i giudizi su Battiato, che sarebbero eufemisticamente poco lusinghieri, anche quello secondo me era un disco più che dignitoso, forse l’ultimo del catanese e forse anche il primo).

Riascoltato con le orecchie di oggi, TRE è un disco che non ha sentito il passare del tempo nemmeno un po’. La produzione, certo, è quella tipicamente italiana e tipicamente di quegli anni. Ma i brani sono molto più validi di qualunque delle cose per cui i pipparoli si stanno facendo le pippe oggigiorno nell’indie italiano, che nel frattempo è però diventato qualcosa di estremamente diverso dall’indie dei tempi dei Csi — e non solo perché questo di oggi nemmeno si avvicina al numero 1 delle classifiche: questi di oggi, per la stragrande maggioranza e solo per fare un esempio, suonano mediamente peggio.

Quando ascolto “Unità di produzione” (anzi, Unità di Prrrroduzione, come canta Ferretti) quasi mi commuovo: è la cosa più vicina ai gruppi alternativi stranieri (detta così, molto ingenuamente) mai prodotta da un gruppo (alternativo o meno) italiano. Quando senti gli italiani ti rendi conto che, spessissimo, cercano di raggiungere un risultato passando attraverso l’imitazione, che diventa subito macchietta. Quando ascolti Unità di produzione ti chiedi dove stiano le differenze con l’estero. Ci sono un muro di chitarre impressionante — fisso per tutto il disco –, una solida sezione ritmica e un basso immenso. E dei testi che sono millemila volte più significativi di quelli di oggi che raccontano un mondo autoreferenziale che non è nemmeno finto: esiste davvero, è quello dei gruppi indie italiani.

(Avrei voluto spendere due parole anche su Ginevra Di Marco, ne spenderò solo una visto che qui è molto meno presente che in altri dischi: adorabile).