Marzo 10, 2014

Due appunti su Italian Records – the singles ad un anno dall’uscita.

Al tempo dei servizi di streaming online gli album che val la pena possedere in edizione fisica — intendo val la pena per l’acquistatore medio, i compulsivi come me pensano che valga la pena possedere all’incirca ogni cosa che finisce sugli scaffali, è una malattia lo so — in quest’epoca di diavolerie tecnologiche figlie del proclama secondo cui l’utente non è che non voglia pagare, ma vuole solo trovare un modo comodo per far arrivare i soldi a chi di dovuto, gli album meritevoli di essere acquistati durano un anno. Poi li trovi su Spotify.

E’ marketing della disperazione, ma come farne un torto? Una volta scambiai un paio di tweet con i boss di una nota etichetta statunitense atta a promuovere, attraverso uscite inedite e ripescaggi dagli archivi, la nuova musica contemporanea (questa definizione me la sono inventata adesso: diciamo tutto ciò che va da Feldman a Frances White). Chiedevo loro se per caso un boxset mastodontico dedicato a David Tudor fosse disponibile su Spotify o, alla peggio, su iTunes. Il fatto è che, proprio quella volta, avevo già speso un sacco di soldi per comprare un altro boxset che credevo imprescindibile e dunque, almeno prima di spendere altre 70 euro, avrei preferito dargli una sbirciatina. Mi risposero che sì, certo, ma non prima di un anno, perché «vogliamo sfruttare l’uscita fisica il più possibile».

(Per i più curiosi di voi: ovvio che poi The Art of David Tudor l’abbia comprato nel giro di un paio di giorni dal mio spacciatore di musica d’avanguardia abituale, per altro senza pentirmi affatto visto che conteneva la composizioni create apposta per il padiglione della Pepsi all’Expo di Osaka, 1970).

Mi ero dimenticato di questo aneddoto. Poi ieri sera, cercando su Deezer True Love dei N.O.I.A. (sapevo l’avrei trovata su qualche compilation del cazzo dedicata alla Italo Disco) (True Love dei N.O.I.A. è una mia perversione assoluta) ho scoperto che c’era tutto il megacofanetto Italian Records – The singles 7” collection. Era l’8 di marzo: mi è stato facile fare due conti e stabilire che io il cofanetto l’avevo comprato proprio l’anno scorso, in un periodo compreso tra marzo e la fine di aprile. Facciamo un anno, per comodità.

Dunque Italian Records – The singles 7” collection ha compiuto un anno ed è disponibile gratis o quasi. Io lo pagai il giusto, mi sembra di ricordare una 40ina di euro. Bisognerebbe chiedere a Oderso Rubini (o, più semplicemente, Oderso e basta) quante copie ne siano state vendute nel giro di un anno. Secondo me sarebbe una statistica interessante. Anche per via del fatto che la stra-grande maggioranza dei brani contenuti non era mai stata pubblicata su compact disc (qualcosa, tipo il primo dei Rats, è uscita poi nel corso dell’anno, forse anche l’album dei Pale Tv) (i Rats sono gli stessi di Chiara dice di no e si attacca alla bocca alla bocca che c’ho, roba che noi all’epoca stavamo incollati su Videomusic in attesa spasmodica che la passassero, completamente ignari del fatto che il gruppo fosse in giro dalla notte dei tempi, che suonasse una roba tipo i Joy Division nella bassa padana e, soprattutto, che quel loro primo e mitico/mitologico album fosse stato prodotto da Red Ronnie) (dedicare una parentesi ai Rats di Schizo dopo averli citati è ok; ma sono stati citati anche i Pale Tv e sempra ingiusto non dedicare una parentesi anche a loro. Secondo me i Pale Tv erano il miglior gruppo post-punk italiano, anche se in Italia un gruppo come i Pale Tv erano considerati punk tout court, nemmeno new wave. Però ascoltare le loro Night Toys e B&W Television Shock Show è piacevole anche a distanza di 30 anni, seppure quest’ultima abbia un incedere identico ad una canzone dei Cure che sta su Seventeen Seconds, o forse su Faith — altra vergogna per chi si è sempre detto ossessionato da Robert Smith e ora non ricorda più nemmeno dove stia All Cats Are Grey — su Faith, sciocchini).

Però, secondo me, il fatto di avere il boxset dell’Italian Records disponibile online un po’ snatura l’operazione. Di ragazzini interessati non dico ai Gaznevada, ma agli Art Fleury, dubito ce ne siano. E forse è un bene: non capirebbero affatto perché, a distanza di oltre trent’anni, ancora ci sia qualcuno in grado di affermare che la destrutturazione di Nel blu dipinto di blu di Modugno (qui Volare, del Confusonal Quartet) sia stata a suo modo fondamentale per certa musica italiana. Quel boxset era roba per nostalgici, gente che caccia i biglietti fuori dal portafogli quando necessario. Punk cresciuti, quasi sicuramente imborghesiti, o personaggi più giovani — come il sottoscritto — che certe epoce non le hanno vissute ma ne hanno letto avidamente nei racconti di chi le usava come supercazzola generazionale per dire che allora era meglio — è sempre meglio il mondo precendente a quello attuale. Metterlo a disposizione di chiunque è troppo: come regalare perle a chi non si aspetta che degli snack.

Che poi, ogni cosa dei (del?) Confusonal Quartet è stata fondamentale per la musica italiana. Paragone azzardatissimo: al netto del fatto che i Cassiber fossero inglesi e i loro membri provenissero da due gruppi come Henry Cow e Art Bears, secondo me i CQ erano i nostri Cassiber, solo molto meno intellettualoidi, più punk nell’atteggiamento dissacratorio, ma ugualmente intelligenti nelle soluzioni musicali proposte (che in Italian Records – The singles 7” collection ci sono tutte: dalla già citata Volare alle schizzate Pronipoti, Pubblicità, Audace e 3 punti interrogativi, poi tutte riassunte nella geniale Riffs).

Italian Records – The singles 7” collection, ora disponibile a pochi click, è stata una delle migliori uscite italiane dell’anno scorso, pochi cazzi. Almeno per questi due motivi: i 351 che rifanno Io ho in mente te dell’Equipe 84 e Gianni Pettenati che rifà Bandiera Gialla di sé stesso, cercando di trasformarla nell’inno dei new wavers tendenza weekend a Riccione (ma esistevano?), dopo che gli aveva già detto bene per essere stata l’inno dei giovani disimpegnati del 1966, sempre tendenza balera romagnola perché il locale stava a Rimini e loro erano poco interessati ad indagare il fatto che, ad esempio, il brano era una cover di The Pied Piper. A me sta cosa che l’Italian Records, un’etichetta a suo modo politicizzata (i Gaznevada erano politicizzati, gli Art Fleury erano politicizzati, i Confusional Quartet era politicizzato, Freak Antoni, qua presente con I nuovi 68, i Recidivi, Astro Vitelli e Hot Funkers, era politicizzato) producesse Gianni Pettenati è sempre sembrata la parte migliore di quello che veniva soprannominato «il nuovo rock italiano» (e cioè quello che è rappresentato in questi 5 compact disc, nel bene e nel male): una grande presa per il culo in sottofondo. Un po’ di sano situazionismo, del resto l’epicentro delle produzioni (non dei gruppi) era Bologna, la stessa Bologna di tremendi e stupidi manifesti sull’omicidio di Francesca Alinovi.

Certo, c’erano anche i Kirlian Camera in salsa New Order, prima insomma che gli partisse il braccio e via dicendo di ambiguità in ambiguità (per carità del Signore: ognuno faccia le sue scelte, solo che a me personalmente piacevano in questa versione meno provocatoria e musicalmente molto più interessante, se si eccettuano esperimenti provati molto più in là, tipo Still Air o robe più rarefatte). O Johnson Righeira, perché i Righeira erano un duo stupido-ma-non-così-tanto, e Johnson di quel duo era l’anima più cazzara («Io ti voglio bene, Bianca tesoro mio» era il surf per i film di Vanzina prodotti negli Ottanta ma ambientati nei Sessanta). Ma ricordiamoci che Vamos a la playa poteva essere letto anche come inno anti-nucleare («El viento radiactivo despeina los cabellos»).

C’è un’accozzaglia, in senso positivo, di suoni in Italian Records – The singles 7” collection. C’è anche la cold wave, che negli ultimi anni ha subìto il fascino della riscoperta (qui c’è il gruppo con il nome in codice binario, mi sembra presenti anche nella compilation Mutazione, quella dove c’è pure un brano di cattivissimo gusto del quale eviterò di parlare). E ci sono i Café Caracas, ovvero i giovanissimi Raf (prima di Self Control) e Ghigo Renzulli (prima dei Litfiba), un po’ fuori quota rispetto al resto del disco, tipo due outsiders di lusso relegati all’ultimo dei cinque compact disc.

Non ho idea di quante battute abbia scritto per dirvi che un anno fa spendevo tot euro per comprare Italian Records – The singles 7” collection e, oggi, lo potete trovare su Spotify a meno di niente. Spero però di avervi convinto della bontà dell’operazione, valida un anno fa come ora.