Marzo 12, 2014

il Black Midi ce l’ha lunghissimo.

Questa cosa della tecnologia che ha reso tutto democratico è molto bella.

Per esempio, saranno una decina di anni che io sfogo sui blog le mie manie di (poco) grafomane (molto) petulante, che altrove hanno quasi mai trovato spazio ma piuttosto un’ampia frequentazione col cestino della carta straccia.

Altri, invece, da dieci anni compongono musica col computer — qualcuno anche di più. C’erano anche prima quelli che facevano musica col computer (il mio relatore di tesi all’Università fu uno dei primi a produrre esperimenti di musica col computer su larga scala). Ma oggi c’è anche chi, dopo aver scaricato Ableton da qualche torrent, si crede un diggei stellare e inonda il soundcloud di robaccia per lo più inascoltabile.

La democratizzazione resa possibile dalla tecnologia è molto bella perché dà anche la possibilità di misurare a che punto è arrivata la gara a chi ce l’ha più lungo. Internet è infatti un posto fertilissimo per le gare di questo genere: chiunque può arrivare in rete e mostrare a tutti quanto ce l’ha lungo; anche quando, in effetti, è più corto che lungo. Ma per quanto corto tu possa avercelo, l’Internet è talmente democratica che troverai sempre qualcuno che ce l’ha più corto del tuo. Detto altrimenti: in rete ce l’avrai sempre più lungo di qualcun altro.

Applicando il concetto alle cose reali ne viene fuori qualcosa del tipo: nell’Internet trovi sempre qualcuno che ha un’idea del cazzo, la applica, qualcun altro la condivide su Facebook e poi nel giro di un paio di settimane si è creata un’intera comunità di gente che ha le tue stesse idee del cazzo e che — siccome siamo proprio in una uber democrazia — ti ha persino eletto santone. La comunità è pronta a misurare la lunghezza della sua trovata con le lunghezze delle milioni di altre trovate.

Prendiamo il black midi. Io, che pure bazzico la musica 18 ore su 24 ogni giorno, non avevo mai sentito parlare del black midi. Conosco il midi normale, per via del fatto che è un sistema per interfacciare strumenti musicali con una certa età e che tutti noi smanettoni musicali (fermati però sulla soglia della democratizzazione di massa dal buon senso e dal pudore) abbiamo frequentato in passato divertendoci a comporre le nostre canzoncine che sui vecchi 486 suonavano come i carillon.

Il black midi però mi mancava.

Che sia l’ennesima gara a chi ce l’ha più lungo credo che ormai l’abbiate capito. In questo caso, anche a chi ce l’ha più numeroso. Il trucco infatti sta nel comporre — vi giuro che stavo scrivendo «creare» — un brano musicale contenente quante più note possibili. Talmente tante che se un essere umano — dotato di una grande quantità di tempo in cui altrimenti non avrebbe il proverbiale cazzo da fare — si mettesse a trascriverle sul pentagramma, questo sarebbe un ammasso di inchiosotro nero. Da qui il «black» della definizione.

Esiste una comunità di gente dedita al black midi. Esistono software, per lo più specifici e/o datati, utilizzati dai musicisti di black midi. Ed esiste, a questo punto, anche il genere black midi. Un meta genere, definito non dallo stile musicale (o dalla celebre definizione di Fabbri sull’insieme delle regole bla bla bla alla quale, al limite, vi rimando) ma dal modo di comporre. Una roba che va oltre la definizione di musica elettronica, che già di suo ha sempre voluto dire tutto e niente. Non è nemmeno computer music, o al massimo lo è solo nella misura in cui estremizza un metodo compositivo che nessuno aveva mai pensato di estremizzare nemmeno agli albori — un motivo da qualche parte ci dev’essere stato, ma questi del black midi non l’hanno trovato.

Già, ma come suona questo black midi? Più o meno così:

Mi ricorda molto le colonne sonore dei videogiochi da bar. Quelli dove mettevi 500 lire e poi stavi intorno allo scatolone per tutto il pomeriggio, anche finita la tua partita: il fatto di aver messo una 500 lire ti autorizzava, in qualche modo, ad assistere anche alle giocate degli altri. Questi videogiochi avevano delle imbarazzanti colonne sonore prodotte tipo a 8 bit (poi bisognerebbe aprire anche un discorso sulla comunità che ha eletto a santone il tizio che ancora oggi si ostina a produrre musica a 8 bit spacciandola per avanguardia, e qualcuno ci casca pure). Solo che in quel caso era una limitazione — diciamo così — tecnologica. Qui, invece, la limitazione non esiste, tant’è che siamo in abbondanza di note, non in carenza. Ma l’effetto sonoro è lo stesso.

Tra l’altro mi sorge anche un dubbio: per mettere qualcosa tipo 9 milioni di note in un brano da 4 minuti (pare che al di sotto del milione non si possa considerare black midi) bisognerà per forza metterne di molto vicine, o di vicinissime, a livello frequenziale (posto che le note rimangono sette,  fidatevi se vi disco che se ne possono ottenere molte di più se ragioniamo in termini di frequenza; lo so, il discorso è complesso…). Da qui il dubbio: 9 milioni di note l’orecchio umano non le percepisce mica. Interviene per forza qualche meccanismo psicoacustico di mascheramento audio per cui è probabile che un terzo vada perso qua e là.

Per cui mi sembra che questo fenomeno del black midi, che tanto sta facendo parlare in questi giorni, sia l’estremizzazione dell’estremizzazione. Non solo l’ennesima gara a chi ce l’ha più lungo (una gara anche divertente, quel poco ogni tanto), ma anche una roba incredibilmente fine a se stessa. Senza scopi.

Un po’ come questo pezzullo. Ché mica avreste voluto leggere qualcosa di più intelligente sul nulla?

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