Le ossessioni di Kylie Minogue.

Mi viene il dubbio che Kylie Minogue sia ossessionata dal sesso. Del resto tutti lo siamo, non c’è assolutamente nulla di male: carne, debolezze umane, peccatucci, quelle robe lì. E non dovrebbe nemmeno stupire che, nell’epoca delle Miley Cyrus, Kylie Minogue sia ossessionata dal sesso: immagino lo faccia un po’ per spirito di sopravvivenza in un mercato dove si leccano martelli e si simulano fellatio sul palco, e un po’ perché avverte sui più giovani quella responsabilità non di madre, ma almeno di sorella maggiore, e cerca di ingannare gli astanti fingendo di essere il cattivo esempio che le nuove generazioni non dovrebbero seguire — è improbabile che le nuove popstar imitino i comportamenti di Kylie Minogue: è un mondo piuttosto spietato quello della pop music, dove si invecchia facilmente agli occhi delle nuove leve; e non credete alle interviste in cui si dichiara che, oddio, quella popstar per me è sempre stata un mito, un esempio, una vera fonte di ispirazione: i giornali — i giornali musicali, i giornali finto-musicali soprattutto, i blog come questo non ne parliamo nemmeno — sono pieni di pagine da riempire di cazzate, e queste giovani star hanno uffici stampa pagati profumatamente per mettergliele in bocca, e quindi in pagina.

A me questa sua ossessione del sesso sembra un po’ grottesca. Martedì prossimo esce anche in Italia il suo nuovo disco Kiss Me Once. Oggi l’ho ascoltato, perché capita che io faccia un lavoro che mi permette di ascoltare con un paio di giorni di anticipo i dischi in uscita (intendo senza scaricarli illegalmente o streammandoli da Youtube: proprio il cd fisico eh). Sul disco niente da dire. Del resto non saprei nemmeno cosa dire, di un disco di Kylie Minogue, tanta è completa la mia ignoranza in materia. Tendo, come tutti quelli che semplificano e dunque sbagliano, a suddividere la sua carriera in due parti. La prima, quella in cui era un splendida Madonna in mezzo ai canguri e i coccodrilli australiani (di luogo comune in luogo comune), portata poi sul palcoscenico di mezzo mondo da quell’altro australiano di Nick Cave che le spaccava la testa con una pietra in Where the wild roses grow. La seconda, quella di regina già un po’ attempata di certa pop-dance di metà anni 90 che continua a ripetersi stancamente anche in questo nuovo lavoro. Mi sta molto simpatica Kylie Minogue, ma se volevate una recensione — che non sono capace di scrivere, e comunque non c’è nulla che rompa il cazzo più delle recensioni di dischi nell’epoca in cui tutti possono ascoltarsi un disco liberamente e farsene un’opinione senza dover avere per forza un critico musicale di riferimento (altra semplificazione: è una bugia ovviamente, e io ho i miei critici musicali di riferimento, almeno per quanto riguarda quei dischi che, nonostante il giorno d’oggi, non si riescono ad ascoltare così tanto liberamente, ergo sono talmente introvabili e io talmente incapace di far fruttare questo posto che non mi mandano — più — nemmeno i promo su Dropbox, chiusa la parentesi) –, se volevate una recensione avreste dovuto andare da un’altra parte. Il disco l’ho ascoltato, ma mi è scivolato via come un bicchiere d’acqua del rubinetto: non saprei nemmeno riconoscere se l’acquedotto fosse buono o cattivo, perché immaginate sia stato il primo bicchiere d’acqua del rubinetto della mia vita.

(Ma anche ad essere seri, per una volta. Come volete che suoni un disco di Kylie Minogue nel 2014? Come tutta la roba di Kylie Minogue, ma prodotta con i suoni di oggi. Kiss Me Once è l’ennesima prova di una standardizzazione che sta asfissiando la popular music e della quale si era accorto con la sua solita verbosità e seriosità e politicizzazione eccessiva Theodor Adorno. Funziona Pharrell? Chiediamogli di scrivere un brano per Kylie Minogue. Fateci caso: girano sempre gli stessi compositori, e anche qui l’elenco è il solito, nomi caldi che trovate in qualunque altro tipo di disco: Pharrell (appunto), Sia, Wayne Hector, Cutfather ecc. Devo andare avanti? Ci arrivate da soli. Intendiamoci: gli hit maker sono sempre esistiti. Avevano un loro marchio ed erano scritturati proprio per quello. Avete presente Desmond Child? La mia ragazza si stupisce che io riconosca un brano scritto da Desmond Child in radio nei primi 7 secondi; dovrebbe stupirsi che ci metta così tanto, piuttosto. Però ora questa cosa delle produzioni seriali di hit sta diventano secondo me problematica, non si distingue più una canzone dall’altra, non solo nella composizione ma anche nella produzione. Che poi, questi brani spesso non diventano più nemmeno hit perché se Desmond Child è durato 20 anni, questi 20 mesi e si scaricano come le pile dei cestoni dei supermercati vendute ad un terzo del prezzo che costano quelle che «durano di più». Ma sto sprecando il mio tempo: i vecchi brani di Kylie Minogue erano scritti dal terzetto delle meraviglie Aitken-Waterman-Stock, ora dobbiamo stupirci di tutta questa acqua calda?).

Arriviamo all’ossessione. Il titolo dell’album è Kiss Me Once — baciami una volta: per analogia, tra l’altro, io penso subito a questa. In copertina c’è lei, labbra socchiuse in attesa di un bacio. In totale fanno undici brani, cioè una quantità leggermente sopra la media per un disco di una star consolidata. In un disco normale di qualunque altra star, poniamo di Vasco Rossi, su undici brani è raro trovare tra i titoli le parole «vivere», «sballo», «eh» (non è una parola, ma vale lo stesso) e «spericolato» per più di due volte ciascuna (ma sarebbe già un caso limite). In Kiss Me Once il sesso è presente nei titoli di tre brani su undici, con l’aggravante che due sono pure consecutivi: Sexy love, Sexercize (i due consecutivi) e Les sex (alla francese immagino). Sia messo agli atti con la seguente nota a margine: dopo Sexy Love e Sexercize c’è Feels so good. Come se Vasco dopo il brano Vivere avesse messo in tracklist Spericolatamente.

(Siccome la mamma degli idioti è sempre incinta e figuriamoci quella dei politicamente corretti, attendiamo fiduciosi le accuse di maschilismo. A mia difesa preventiva, senza per altro che io manifesti una colpa che non ammetterei mai proprio perché ne sono esente — pecco tanto, ma non di questo — dico: avesse usato un uomo gli stessi titoli in un suo album, avrei doppiato il numero di battute non per sfruculiarlo simpaticamente ma per accusarlo di arretratezza culturale, tanto sarebbe stato lo squallore e il sentore di un patetico puttanierismo nel 2014 AD.)

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