Aprile 6, 2014

In Liverpool on sunday.

L’altro giorno discutevo con qualcuno del fatto che gran parte della mia formazione musicale (la gran parte più nozionistica) sia dovuta alla lettura matta e disperatissima delle riviste di musica in giovane età. Con un enorme, debilitante, handicap: dai 13 ai 18 — e cioè il periodo più matto e più disperatissimo — leggevo solo riviste metal. Ero un metallaro, seppur già all’epoca abbastanza provocatorio e polemico con l’ortodossia metallica. Le compravo tutte, quelle riviste: Metal Shock, Metal Hammer, Flash, Hard, Psycho! (quella che amavo di più, facile intuire perché) e le leggevo dall’inizio alla fine. Anche le interviste e le recensioni ai gruppi che non conoscevo venivano divorate: così, quando tra amici si parlava di quel tal gruppo che però non avevo mai ascoltato, potevo salvarmi in corner snocciolando informazioni lette nelle recensioni e non fare la figura del babbeo.

Ora che ho il doppio degli anni di allora, mi rendo conto di conoscere ancora molte di quelle cose. Se avessi frequentato con la stessa assiduità anche le altre riviste, quelle alternative ma a 360°, probabilmente ne saprei anche più di quanto — gli altri — dicono già ne sappia.

Ma non è questo il punto. Capita sempre che io inizi a scrivere qualcosa e mi dica: «la faccio breve, la faccio breve», solo che poi mi trovo nella situazione di dover tagliare di netto l’enorme introduzione e arrivare al motivo per cui ho iniziato a scrivere.

Che, questa volta, non è parlare della mia adolescenza da metallaro.

Ricordo che tra tutti coloro che scrivevano su quelle riviste — alcuni molto bravi, altri addirittura tacciabili di giornalismo, la maggior parte invece solo di dilettantismo e facili entusiasmi — ero intellettualmente innamorato di uno (si potrà dire «intellettualmente innamorato» di chi scrive di musica, per giunta su un giornale di settore, per giunta del settore metal? Ora no, a 15 anni sì). Volevo diventare come lui, volevo essere figo come lui, volevo scrivere come lui (anni dopo avrei voluto scrivere come, nell’ordine: Vittorio Feltri, Aldo Busi e Giuliano Ferrara. Giudicate voi a quante ere geologiche prima degli obiettivi mi sono fermato).

Di questo personaggio — la cui individuazione, secondo me, non è nemmeno difficile — mi è sempre piaciuta l’apertura mentale. Metallaro sì, ma non duro e puro. La musica bella, soprattutto e al di fuori del metal, era troppa per poter essere ignorata. Lui giocava pesante con la sua apertura mentale, e ricordo benissimo questo fatto: in una delle tante interviste/profili dei personaggi che scrivevano su quei giornali, alla domanda «canzone preferita» aveva risposto:

«In Liverpool di Suzanne Vega»

Una specie di bestemmia, per uno che scriveva (e pure di più) su una rivista per metallari.

Però io quel giorno (avrò avuto 16 anni ed ero già fuori tempo massimo) scoprii Suzanne Vega. E tutte le volte che riascolto In Liverpool non solo non posso far altro che pensare a questo fatto. Mi commuovo ancora come quella prima volta.

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