Aprile 19, 2014

Al prossimo che me lo chiede risponderò che il mio gruppo preferito sono i Clash.

Girava un test l’altro giorno, credo su Buzzfeed ma sono pigro e non ho voglia di andare a cercare, per calcolare quanto una persona sia snob in musica. L’ho fatto e il risultato è stato un punteggio di 41 su 100: pensavo bastasse a scongiurare il rischio, l’accusa dalla quale sono sommerso pressoché quotidianamente da famigliari, fidanzata, amici, colleghi ecc, di essere considerato a tutti gli effetti uno snob musicale con tanto di certificato rilasciato da un test acchiappa-click. Ma ecco invece che quelli del test non si sono risparmiati dal dirmi che, nonostante un punteggio al di sotto della metà, ero comunque snob, per giunta uno di quelli che gli altri «considerano un esperto» di musica.

Tra la domanda più assurda del test c’era: «Ti si è mai annebbiato il cervello quando ti hanno chiesto che tipo di musica ascolti?». Di solito questa domanda si accompagna all’altra domanda irrinunciabile per chiunque non capisca quanto privata — e perciò quanto pericolosamente pubblica — sia la questione degli affetti musicali per noi accusati di essere snob da chi non ha evidentemente altra argomentazione da sganciare in sede di conversazione sulla musica. E cioè: «Qual è il tuo gruppo preferito?». Che è una domanda stupida, di uno stupido irritante perché: a) cosa mai può fregare a qualcuno di quale sia il gruppo preferito da qualcun altro; b) c’è sempre dietro l’angolo l’agguato della categorizzazione, per cui se rispondessi che il mio gruppo preferito sono «i Motorhead», l’altro penserebbe che io sia un vecchio rozzo allo stesso modo in cui io penserei che lui sia un vecchio rompicoglioni se mi dicesse che Roberto Vecchioni è il suo cantante preferito; c) la categoria dei gruppi preferiti, di solito, non viene mai aggiornata dopo i 16 anni, per cui anche a 50 si tende a rispondere la stessa cosa che si avrebbe risposto da adolescente. Non si è mai saputo di uno che a 30 anni ha scoperto un gruppo e pensato che quello fosse il suo gruppo preferito. Sarebbe una perdita di tempo e nessuno vorrebbe mai fare torto al proprio io sedicenne e quindi un po’ autistico e affezionato ai tempi che furono e al calore del vecchio disco che «non ascolto più da vent’anni» — eccetto in cuffia a tutto volume se intorno non c’è nessuno che lo possa riconoscere dal ronzio degli auricolari.

Comunque oggi pensavo: al prossimo che mi chiede quale sia il mio gruppo preferito io risponderò: «i Clash». Lo pensavo mentre ascoltavo Give ‘Em Enough Rope in cuffia. I Clash secondo me erano un gruppo perfetto: credo che in musica solo i Black Sabbath abbiano infilato un numero così alto di dischi incredibili uno dopo l’altro. Ma, a differenza dei Black Sabbath, con i Clash questo numero corrisponde di fatto a tutta la discografia.

Parliamone.

D’accordo, Combat Rock non è all’altezza dei quattro precedenti. E sì, ok, sicuramente Cut The Crap è una cacata — ma altre e ben peggiori negli anni hanno guadagnato rivalutazioni ex post che levati. Ma il resto? The ClashGive ‘Em Enough RopeLondon CallingSandinista (e per tacere di tutti i singoli non pubblicati su album risalenti allo stesso periodo), erano qualcosa di ineguagliato già prima della loro uscita, figuriamoci a posteriori. Sfido chiunque ad affermare il contrario. Non esiste un poker del genere per bellezza, progressione qualitativa, inventiva e varietà. Esistono altri bei dischi, anche più innovativi, che al massimo però stanno in coppia (penso ai My Bloody Valentine). Nemmeno i primi quattro dei Led Zeppelin arrivano a tanto: sufficienti a titillare le papille dei riccardoni, ma mortali (nel senso di noia mortale) se assunti tutti insieme in un colpo solo — un po’ come quell’avvertimento che se si assume tutto insieme il quantitativo di nicotina contenuto in un pacchetto di sigarette si rimane secchi.

I Clash meglio dei Beatles, persino. Già lo penso, la missione è far sì che non sia il solo.

Immaginatevi la scena della rivelazione: io sull’autobus (che già qui qualcuno potrebbe mettersi a ridere) che ondeggio sui licks perfetti di Topper Headon in Julie’s Been Working For The Drug Squad. È stato quello il momento esatto in cui ho pensato che avrei risposto «i Clash» al primo che mi avrebbe chiesto del mio gruppo preferito. Quello il momento in cui ho pensato che non mi sarebbe dispiaciuto affatto rispondere così a quella domanda. Dev’esserci stata una congiuzione astrale particolare, forse era il caffé appena preso ad eccitare in maniera eccessiva le mie sinapsi. Fatto sta che in quel momento ho deciso che avrei scritto anche un post sulla questione.

La prima volta che ascoltai i Clash ci rimasi quasi male. Ero un ragazzetto in fissa con i Sex Pistols che si atteggiava a punk rocker e che non aveva capito che il problema erano proprio i Pistols: conoscendo solo loro, pensavo che tutti gli altri gruppi punk inglesi del ’77 suonassero in quel modo disgraziato (anche se poi un giorno dovremo scrivere anche di Nevermind The Bollocks e di quanto sia un disco fin troppo fighetto sotto certi punti di vista). Dunque se tutto il punk era come quello made in McLaren non potevo perdermi i Clash, che pescai di lì a poco nel cestone del supermercato di paese a 10 mila lire. Era il primo album. White Riot, uhm. I’m So Bored With The Usa, uhm uhm. Ma dov’era quel brivido provato al primo ascolto di Anarchy In The UK? Dov’era l’epifania?

(Tenete conto del mio background: ero il protagonista di un romanzo di formazione musicale. Se adesso conosco poco, all’epoca conoscevo il nulla o poco meno)

Quando arrivò la cover di Junior Murvin, Police & Thieves, mi ero del tutto scoglionato. Una roba reggae, di cui non sapevo null’altro rispetto a quanto c’era scritto sul libretto: ipotizzavo fosse una cover, ignoravo di chi, peggio ancora ignoravo tutto ciò che il reggae aveva rappresentato per il punk inglese e per i Clash dei dischi successivi (che non avevo mai ascoltato, se non forse per sbaglio il brano London Calling in radio, dove le chitarre sono frustate però in battere, non in levare, e quindi niente collegamento col reggae). A pensarci adesso è imbarazzante, visto l’adorazione che provo per Lee ‘Scratch’ Perry e praticamente ogni cosa lui abbia toccato. Imbarazzante anche ignorare il ruolo di Don Letts ecc ecc. Ma gli imbarazzi a posteriori ci fanno sentire al sicuro: significa che qualcosa l’abbiamo imparata.

Dopo la fregatura del reggae lasciai i Clash a decantare per un po’. Ai miei occhi apparivano persino poco mitici: non c’era scappato il morto, le storie di droga erano molto più underground rispetto alle storie di droga del 90% delle rockband che adoravo ai tempi. Nessuno scandalo vero; ai miei occhi di ragazzino disilluso non c’era stato nessun barcone sul Tamigi per presentare il singolo contro la regina nell’anno del suo giubileo. O nessun film più o meno mitologico (a seconda di chi si parteggi per). Cose così, che rendevano l’esperienza musicale speciale e della cui assenza non riuscivo in nessun modo a perdonarli. Assenza soggettiva, unicamente rappresentata dal fatto che non lo sapessi: del resto non è mica vero che una cosa esiste solo nel momento in cui la si percepisce?

Poi, con gli anni, un fulmine. Perché nel tempo della decantazione avevo recuperato tutta la loro storia. Il reggae, il successo americano, loro insultati a Kingston perché non distribuivano i soldi agli autoctoni come avevano fatto gli Stones per non essere disturbati. Il dub. Pure il calypso.

Quando sentii (White Man) In Hammersmith Palais per la prima volta andai letteralmente fuori di testa e «They got Burton suits, ha you think it’s funny turning rebellion into money» mi sembrava una di quelle cose da tatuarsi in fronte non appena si fosse raggiunta l’età per poter firmare la liberatoria pretesa dal tatuatore. Per anni White Man è stata una delle mie canzoni preferite (e lo è ancora): nessuno capiva questa mia insolita passione, insolita perché all’epoca tra gli amici era inconsiderabile amare un brano di quel tipo, che non ci rappresentava musicalmente e di cui ignoravamo (soprattutto per questioni anagrafiche, ma non solo) i risvolti cantati nel testo.

E poi avanti con London Calling prima e Sandinista poi. Tanti non sopportano Sandinista, a partire dal titolo. Qualcuno ha da ridire sul fatto che fosse un triplo lp in studio e sulla storia di Joe Strummer che aveva dichiarato di averlo voluto fare per chi lavorava sulle piattaforme petrolifere e passava lontano da casa parecchi mesi l’anno (ed era quindi impossibilitato alla regolare capatina presso il locale negozio di dischi). Di Sandinista molti non sopportavano nemmeno l’entrata a gamba testa dell’elettronica nel sound dei Clash e la conseguente scomparsa del punk (che nel frattempo era scomparso in tutto il mondo). Anche il bislacco disco-funk di The Magnificent Seven non era roba per i Clash, dicevano quelli della prima ora.

Ma quelli della prima ora i Clash non li avevano mai capiti — a posteriori sì, certo. Ma a posteriori hanno l’obbligo di capirli quelli come me, che per impedimenti anagrafici non li hanno potuti vivere hic et nunc. Invece ricordiamo sempre con grande simpatia i simpaticoni, appunto, che a Bologna nel 1980 li avevano contestati (stavano con i «Crass, not Clash» all’epoca) perché il sindaco — per giunta del Pci, mentre quelli erano tutti dalla parte dell’extraparlamentarismo a confronto del quale il glorioso Partito Comunista italiano era una succursale e del malaffare e della sacrestia — il sindaco, dicevamo, mica poteva permettersi di offrire un gruppo antagonista venduto però alle multinazionali del disco (la Cbs) per lisciare il pelo di chi era veramente antagonista, seppur inconsapevole dell’antagonismo temporaneo, a contratto, «a tempo determinato» direbbero oggi un po’ schifati proprio loro, molti dei quali (non tutti, è da dire) nel frattempo hanno occupato, per meriti indiscutibilmente professionali nel senso che hanno fatto dell’appartenenza al mondo giusto una professione, tutti i posti che contano.

(Fine della nota socio-politica un po’ polemica).

Poi ci fu Combat Rock. Il cui pezzo che ancora oggi preferisco è Car Jamming. Tribale, ipnotico. Il pezzo meno punk di un album per nulla punk. E ebbi anche il mio periodo di adorazione per Cut The Crap, fregandomene altamente di un paio di cose mica tanto irrilevanti. La prima, il ruolo di Bernard Rhodes, che affiancò Strummer alla guida del gruppo conducendolo su lidi coraggiosi ma più in affiancamento che in contrapposizione con la seconda cosa poco irrilevante, i Big Audio Dynamite. Ignoravo chi fossero, sia nella prima che nella seconda incarnazione. Tra Clash e BAD sembrava una sfida a chi avrebbe raggiunto per primo il riconoscimento della paternità di un suono da discoteca cosmopolita e di gran modernariato — sfida poi persa da pressoché chiunque, per via della competizione sfrenata di quanto i Talking Heads avevano seminato, raccolto poi dai loro epigoni genericamente new wave, più freschi di mente. E poi Strummer da una parte e Jones dall’altra erano poco credibili fuori dal confine musicale — seppur di suo già sterminato — che avevano costruito con i Clash. Giusto per considerarla una sfida famigliare: con E=MC² vinsero i Big Audio Dynamite: il pezzo fu suonatissimo, ancora oggi lo si ritrova nelle compilation celebrative dell’epoca, e non intendo per forza nelle compilation di roba eccessivamente oscura.

I Clash suonavano anche molto meglio di quanto volessero far credere. Certo Mick Jones non sarà stato proprio un chitarrista immenso, né di Joe Strummer si può dire avesse una gran voce (però che gran voce aveva). E se Paul Simonon imparò a suonare il basso con le etichette per riconoscere le note, c’è da dire che il suo modo di suonare — nulla di nuovo, tutto di mutuato — ha fatto però scuola. Il migliore per me è sempre stato Topper Headon, e lo si sente soprattutto nei dischi dove non ha suonato, per sottrazione. Era un batterista di estrazione jazz, e i batteristi di estrazione jazz hanno solo un problema: devono trovare la forza di polso, altrimenti suonano il rock in modo loffio. Topper quella forza l’aveva trovata.

Dodicimila battute e rotti per giustificare il fatto che, al prossimo incosciente che mi chiederà quale sia il mio gruppo preferito, risponderò «i Clash». Ma così, solo per prenderlo per il culo.