Aprile 20, 2014

Salve, mi dà “Aste & Concorsi”?

Sta facendo molto discutere un articolo del direttore de La Gazzetta Del Mezzogiorno Giuseppe De Tomaso. Il quale, in maniera molto diretta e con uso di terminologia imbottita di viagra, va contro lo stop all’obbligo di pubblicazione di aste e gare d’appalto sui giornali quotidiani imposto da Renzi nella famosa conferenza stampa in cui annunciava i tagli del suo governo.

Perché se la prende molto De Tomaso è presto detto. Renzi ha annunciato che col nuovo corso lo Stato pubblicherà questi annunci su Internet e il centinaio di milioni di euro così risparmiati non finirà più nelle casse dei quotidiani italiani. C’è una logica, nella decisione di Renzi, e fatemi dire che è una logica positiva: lo stupore, semmai, deve venire dal fatto che già da tempo non fosse così, e cioè bisogna chiedersi per quale motivo fino ad oggi si sono pubblicati sulla stampa gli annunci delle aste pubbliche e delle gare. Trasparenza? Informazione verso i possibili interessati? Obblighi di legge? Certo. Ma non c’è nulla che impedisca la medesima trasparenza, la medesima informazione e la medesima ottemperanza alla legge anche su Internet.

Si badi bene, non faccio il difensore della Rete. La Rete è già piena di difensori, per la maggior parte non richiesti: ci sono gli invasati, ci sono gli adolescenti, ci sono gli adolescenti cresciutelli — c’è tutta una grande fauna di personaggi che, quotidianamente, difende la Rete pensando di fare l’interesse della collettività ma che solletica, piuttosto, solo l’ombelico suo e dei suoi amici. Non sono di quelli che ripete a pappagallo che la Rete è una grande invenzione e la Rete è il futuro: più che altro la rete è il presente. Però, capite, che quando leggo De Tomaso scrivere che

Togliere ai giornali l’annuncio di gare e aste significa condannarli a morte certa e immediata. Significa smantellare la funzione chiave di una società democratica: il controllo del potere politico-burocratico-economico-militare da parte dell’opinione pubblica. Renzi potrebbe replicare: ora c’è Internet. Non scherziamo. Internet è una grande invenzione, ma Internet sta all’informazione come una pornostar sta alla verginità. Internet è una cloaca, una discarica, uno sfogatoio di umori e sentimenti in nome di quella democrazia diretta che costituisce l’anticamera del totalitarismo.

non posso che prendere il mio bravo elmetto e schierarmi anche io — via queste righe — tra i paladini della Rete.

Il pregio di De Tomaso, se così lo vogliamo chiamare e se vogliamo trovare dei pregi in quell’insieme di luoghi comuni di cui sopra, è quello di avere avuto il coraggio di scrivere sul suo giornale quello che moltissimi altri editori e direttori di giornali hanno pensato, ma si sono guardati bene dal mettere su carta. E’ sicuro — qualcuno ne scherzava anche su Twitter seguendo la diretta della conferenza stampa di Renzi — che la mancata pubblicazione delle aste e delle gare sui giornali darà qualche bel calcio al corpicione già trasandato dell’editoria italiana. Come è sicuro che quel calcio l’editoria italiana se lo merita in pieno. Perché è — o almeno è nelle parole di De Tomaso — l’espressione più pura dei totem che bisogna abbattere per ricostruire questo paese. Attenzione: abbattere non in senso grillino, e cioè stupido quando va male e solo inconcludente quando va meglio; e nemmeno in senso rottamatore, come la prima fase di Renzi (che, avvertiamo De Tomaso, era un’operazione di marketing o poco più). Ma nel senso che finalmente abbiamo davanti agli occhi un esempio concreto delle caste, delle baronie, dei gruppi di intoccabili dei quali tutti i giorni ci riempiamo la bocca e che sembriamo — sembrano, spesso, molti di quelli che stanno lì a governare — cacciare con il retino delle farfalle, e loro sempre sfuggevoli. Per cui ben vengano i provvedimenti come quello di ieri: esiste un mercato, là fuori, verso il quale tutti i giorni le persone sono costrette a confrontarsi. Non si capisce perciò il motivo per cui La Gazzetta Del Mezzogiorno, fornendo un servizio del tutto inutile quale quello della pubblicazione delle aste, debba sottrarsi alle sfide che tutte le altre imprese invece affrontano. Lo dico, tra l’altro, da difensore dei tanto bistrattati fondi pubblici per l’editoria. Che sono una cosa diversa, molto diversa, dai boxini 4 per 4 delle aste che nessuno legge.

Io non credo poi che La Gazzetta Del Mezzogiorno sia un giornale che svolga il controllo sul potere da parte (ma forse voleva dire «per parte») dell’opinione pubblica: è una frase molto retorica ma dal valore zero, un po’ come quella mitica di Montanelli sui lettori che sarebbero stati il suo vero padrone — come no, chiedete a Ezio Mauro chi sia il padrone di Rep., se i suoi lettori o De Benedetti. Come non credo che la stessa opinione pubblica si strapperà i capelli non trovando più le aste sulle sue pagine. O forse vogliamo credere che in Puglia — cito a caso perché è una regione che conosco e perché si sta parlando di un giornale la cui sede è a Bari, ma potrei dire anche la Valle D’Aosta — ci sia il vecchino che la mattina passa in rassegna le aste fallimentari smanioso di investire su di esse la sua pensione?
Tra l’altro, De Tomaso può tranquillamente dormire tra due guanciali, asta sì-asta no e qualità del suo giornale sì-qualità del suo giornale no. In Puglia La Gazzetta del Mezzogiorno esce in tandem con La Stampa (almeno era così fino a meno di 12 mesi fa). Cioè il terzo quotidiano italiano. Si accontenti e si preoccupi allo stesso tempo di questo: ogni mattina lo trovano in edicola migliaia di persone che del suo giornale non sanno che farsene, e infatti lo regalano immancabilmente al cestino della carta straccia che si trova lì, appena svoltato l’angolo.

Questo è il vero problema dell’editoria italiana: nessuno compra più i giornali che per la maggior parte sono fatti con logiche vecchie e, quindi, destinati ad un pubblico anziano. Il quale anche lui inizia a dare segni di cedimento. Rimangono un manipolo di affezionati alla carta stampata — tra i quali anche io: farei la gioia di quelli come De Tomaso se sapessero quanto mi costa la mazzetta quotidiana nelle edicole — che però iniziano a dare segni di cedimento. Altro che annunci delle aste e dei concorsi.

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