Here comes the story of the Hurricane.

È morto Rubin Carter, che fu molte cose: un pugile, la vittima di un triplice errore giudiziario e l’Hurricane dell’omonima canzone di Bob Dylan.

A pasquetta capita che una notizia del genere sia gerarchicamente alta sui siti di news generalisti, e altissima su quelli di news musicali.

A me la canzone Hurricane non è mai piaciuta. A me Bob Dylan non è mai piaciuto. Ancor meno i suoi fan. Io credo che il fan di Bob Dylan sia l’archetipo del conoscitoreunicodimusica (così, tuttattaccato, pronto per essere marchio depositato). Non è che mi sia svegliato questa mattina con la luna storta e abbia deciso di sparare a zero su Bob Dylan o suoi suoi fan — avrei di meglio da fare. Però, ecco, la notizia della morte di Hurricane mi offre almeno lo spunto per raccontare una cosa.

Ognuno ha i suoi traumi. Tra i miei, ricordo molto bene di quella volta — un sacco di anni fa, forse più di 15 — che ero alla Ricordi di Milano, quella nel seminterrato della Galleria proprio sotto il fu Mc Donald’s, e infatti c’era sempre un odore di fritto, in quella Ricordi che, ora che ci penso, è anche rimasta una delle poche a mantenere il marchio Ricordi e a non essere stata trasformata in Feltrinelli, anche se i primi anni che ci andavo io c’era solo la Ricordi, mentre ora è quasi tutto Feltrinelli, e da Ricordi vendono anche le tazze da caffé degli Who e i videogiochi, e i calendari e tutta quella roba lì.

Alla Ricordi vendono anche i biglietti per i concerti. Ed è qui che arriva il mio trauma. Dunque una quindicina di anni fa c’era Bob Dylan in Italia, anche se non sono sicuro fosse a Milano. In ogni caso, arrivò questo tizio alla Ricordi, sulla cinquantina, col cappello à la Bob Dylan, e andò dritto alla biglietteria. Quando la gentile signorina gli disse che no, i biglietti per Dylan erano esauriti, lui non riuscì ad affrontare l’onta estrema e si lanciò in uno sgraziato: «Ma vaffanculo, a quelli non frega un cazzo di Bob Dylan!». I «quelli» erano, evidentemente, i più scaltri che avevano comprato il biglietto prima di lui — «Dunque, a chi frega un cazzo di Bob Dylan?!», avrebbe dovuto replicare la gentile signorina della biglietteria.

Poi questa notte, mentre ero in preda all’insonnia causata dalla pesantezza di stomaco di un pranzo pasquale particolarmente lungo, facevo zapping e su una delle reti Rai c’era una specie di blob su Giovanni Paolo II in odore di beatificazione. Tra gli spezzoni che sono riuscito a vedere c’erano quelli che rappresentavano il Papa nei suoi momenti più pop: bagni di folla, gite in montagna, canti. E persino quella volta in cui Bob Dylan gli si presentò davanti e stonò Knockin’ On Heaven’s Door tutto convinto, cioè convinto di star facendo un figurone immenso mentre i suoi musicisti erano imbarazzati e il Pontefice non riusciva a trattenere uno sguardo di enorme disappunto («enorme disappunto» è un eufemismo perfetto da utilizzare se si sta parlando di una figura come un Papa — segnatevelo).

Ripensando a quel tizio dentro la Ricordi, che da allora è per me la sineddoche dei fan di Bob Dylan, immagino che lui quella sera del 1997, in televisione o molto più probabilmente a Bologna, non si rese conto dell’enorme figura di merda che stava facendo il suo beniamino. Il problema, d’altronde, erano «quelli» che non avevano capito un cazzo, ancora una volta.

 

2 Replies to “Here comes the story of the Hurricane.”

  1. Che articolo coraggioso! 😀 … comunque non crederai a ciò che sto per dirti!
    Non sapevo affatto che avessi un blog ma sono venuto sul tuo profilo G+ perché volevo vedere cosa postavi e aspettandomi un “gran vedere”! Ma non solo per questo: dovevo spedirti un messaggio in cui ti avrei chiesto di aiutarmi facendo l’ospite del mio blog; sì, proprio perché ero convinto che tu fossi un tipo da blog …un BEL tipo da blog!
    E…toh …guarda un po’! Cosa mi ritrovo? Il “www.gimai.com” … ho intùito io! Già, credo proprio di avere un certo intùito per i talenti! 😉
    Dimmi di sì! Dai! Mi aspetto un tuo consenso allora!
    Dai!…Dai!

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