Aprile 24, 2014

La finta-vera serialità di Maurizio Cattelan

La prima volta che mi sono scontrato con l’opera di Maurizio Cattelan è stata in occasione dei famosi bambini impiccati agli alberi di piazza XXIV Maggio a Milano. Ne scrissi nel mio primissimo blog, ospitato su una piattaforma che non esiste più quindi niente link. Non l’avrei comunque messo, il link, visto che si trattava di una stroncatura di quelle di cui ci si vergogna anche a distanza di 13-14 anni: una roba del tipo «penserete mica che sia questa l’arte» ecc ecc, scritta senza la minima criticità e con il piglio polemico di un ottantenne — detto con tutto il rispetto che si deve agli ottantenni.

La seconda, terza, quarta, ennesima volta che mi sono imbattuto in Maurizio Cattelan ho sempre pensato boh. Nel senso che lui è sicuramente un genio, e il fatto che io non abbia mai capito del tutto le sue opere nulla toglie alla sua bravura celebrata in tutto il mondo e aggiunge tutto alla mia ignoranza. C’è una cosa, però, che di Cattelan mi è sempre piaciuta: ToiletPaper, la rivista (?) di fotografia (?) che ha messo in piedi insieme a Pierpaolo Ferrari, fotografo di fama internazionale le cui opere le avrete sicuramente viste su ogni rivista patinata stampata sulla faccia della terra senza sapere che fossero sue.

ToiletPaper mi piace perché è nonsense, è volgare, è incredibilmente camp — come un sito da me fondato e da me diretto, prima che io e l’altro pazzo con cui l’avevo fondato decidessimo di metterlo in stand-by ormai per un tempo indefinito. Non ho i singoli numeri di ToiletPaper, ma ho il libro fotografico che raccoglie quasi tutti gli scatti pubblicati su quelle pagine. Immagini che avrete visto moltissime volte, se vi interessate di quella zona grigia compresa tra il design, l’arte contemporanea e la fotografia. Ma anche no: uno che non manca mai di pubblicare qualcuna di quelle immagini, ad esempio, è Dagospia, tra i siti più cliccati dell’Internet italiano.

All’inizio era tutto molto bello. Mi trovavo davanti al dito che perde sangue, o alla suora che si buca, o al coltellino-cuore-ferrodicavallo, le riconoscevo e pensavo che oltre ad essere delle immagini deliziose, loro, io ero pure un gran fico perché sapevo di chi erano e sciorinavo aneddoti mentre gli altri inorridivano. Poi trovavo su un giornale le foto di una festa organizzata dalla rivista e rivedevo quelle stesse immagini. Curiosavo tra gli eventi del Salone del Mobile di Milano, tendenza aperitivi post-ufficio o cene per pochi, selezionatissimi invitati, e le ritrovavo anche lì. Così ho iniziato a chiedermi se non avessero un po’ stancato, quelle immagini.

Quest’anno, sempre in occasione del Salone del Mobile, ho visto che Seletti ha prodotto una serie di oggetti vestiti con le immagini di ToiletPaper (proprio così, si chiama Seletti wears ToiletPaper) ed ho realizzato come la misura fosse per me colma: perché le immagini riprodotte sui tavolini o sui vassoi erano sempre le stesse — persino una miniatura del dito medio, che non è proprio roba di ToiletPaper, ma vabbé.
Colmata la misura, ho visto però che la genialità di Cattelan sta proprio in questo: la serialità. Concetto che non ha inventato, ma che ha applicato di volta in volta a contesti diversi o su oggetti differenti, riuscendo a farli sembrare sempre nuovi, inediti, mai visti. Almeno fino a che qualcuno non si accorge della ripetizione. In tal caso, svelato l’inganno, ci si ritrova a celebrare la genialità del nostro artista contemporaneo più famoso al mondo — e mai come nel suo campo non si capisce se a fama corrisponda merito –, messo in mostra in ogni dove, che ha annunciato il suo ritiro dopo una imponente retrospettiva al Guggenheim di New York e che, però, del tutto non è mai sparito.

(photo: ToiletPaper)

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