Aprile 26, 2014

Dischi che non lo sono.

Il gioco più divertente era chiamare un mio amico genovese e chiedergli che cosa volessero dire le parole di quelle canzoni. Io sapevo che lui s’infastidiva: quello di infastidirsi se pressati da troppe domande è un tic che hanno tutti i genovesi, sia detto simpaticamente. Ci divertivamo così. Almeno, io mi divertivo. Credo che col tempo l’abbia capito: mica lo infastidivo con cattiveria. A me interessava davvero sapere cosa volessero dire quelle parole. Perché io ero — sono, ancora — innamorato di Crêuza De Mä di Fabrizio De André.

Caso più unico che raro: De André mi lascia molto indifferente. Lui e tutto il carrozzone di fan che col tempo è andato creandosi. Un carrozzone molto retorico. Cose del tipo: «Era il più grande». Oppure: «Lui non era un cantante, era un poeta». «Cantante», proprio così. Quando ne capisci poco, dividi il mondo in due: da una parte i cantanti, dall’altra il resto del mondo. Non ti poni nemmeno le domande su chi scriva i testi, chi le musiche, chi gli arrangiamenti. Fateci caso: quelli che dicono «i cantanti» sono gli stessi che chiamano la chitarra «ghitarra». Credo non esista nulla di più insopportabile al mondo. Il resto della produzione musicale del cantautore (visto?, non è difficile) genovese mi scivola addosso nella noncuranza più totale. Anche le celebrazioni in suo onore (a Milano va particolarmente di moda quella sul sagrato del Duomo, o almeno una volta la si faceva: arrivano i fattoni col rosso del supermercato, si rollano qualche spinello e strimpellano alla chitarra Bocca Di Rosa – a me è sempre sembrata un’occasione per farsi una canna, più che altro) — anche le celebrazioni in suo onore, andavo dicendo, mi mettono sempre un po’ di tristezza. Tutte le celebrazioni in onore di qualcuno mi mettono tristezza, a dire il vero.

Comunque, forse esiste qualcosa di ancora più insopportabile di quelli che dicono «ghitarra». Tipo chi prende un disco e, a distanza di anni, lo distrugge .
Suppergiù quello che ha fatto Mauro Pagani con Crêuza De Mä versione 2014. Non che Pagani non abbia il diritto di distruggere un disco, tanto più se è un disco da lui prodotto. Ma alla distruzione si dovrebbe almeno accompagnare, e promuovere, anche la versione integra. Una cosa del tipo: ci siamo divertiti a fare la versione 2014, ma sappiate che il disco originale è questo, non quest’altro. Che è, sempre suppergiù, quello che non è successo con Crêuza De Mä 2014.

La distruzione è presto detta: prendere un disco storico, un disco del quale David Byrne ha detto che non ne esiste uno più bello negli anni ‘80, un disco che viene sempre citato tra i migliori esempi di World Music (per una disamina completa del genere musicale più assurdo del mondo vi rimando a questo) e snaturarlo, cambiargli i suoni mettendo mano alle registrazioni originali e ri-mixandolo daccapo per poi darlo alle stampe trent’anni dopo e provare a vedere se c’è qualcuno ancora interessato a metterci le sue orecchie sopra. La solita pesca a strascico del music business. Non molto diversa da quella cui abbiamo assistito anche di recente con il Record Store Day, dove si è creato il cortociruito per cui, anziché celebrare il disco in vinile e soprattutto i negozi che ancora lo vendono, il tutto era orientato a vendere l’ennesima ristampa deluxelosalcazzo di Springsteen, o dei Doors, o degli Who, per non parlare di palesi americanate tipo il disco cottoemangiato che ha fatto Jack White. In Italia, poi, l’intento era ancora più chiaro: chiamando Radio Capital a fare da testimonial dell’evento, era evidente quale fosse il target cui si rivolgeva il RSD: non gli appassionati di musica, ma i riccardoni.

Dunque Crêuza De Mä 2014 non è una versione rivista dell’originale del 1984. È semplicemente un altro disco. Io posso capire che, all’epoca, la tecnologia negli studi di registrazione fosse molto diversa rispetto all’attuale. E posso anche capire che, con in campo un maestro come Mauro Pagani, l’occasione di dare una riverniciata ad un capolavoro era eccellente. Quello che non capisco è che disco stia ascoltando: di sicuro non quello di De André.

Può sembrare una supercazzola, ma non lo è affatto. Crêuza De Mä è quel disco uscito nel 1984. Passato alla storia per quei suoni, per quel missaggio, anche per quelle imperfezioni che Mauro Pagani, seppur in piccolissime quantità e riferite solo ad una linea di percussioni «che non era venuta bene» all’epoca, ha detto di aver modificato.

Come se qualcuno, nel 2014, dicesse di voler intervenire sulla Gioconda. Intendo intervenire non con un restauro non invasivo, ma andando a ricolorare l’intento capolavoro di Leonardo, certo cercando di mantenere la colorazione la più fedele all’originale, ma operando di fatto un nuovo intervento che ottiene come risultato un dipinto altrettanto bello, altrettanto fedele, altrettanto rispettoso dell’originale, ma comunque un altro quadro. Laddove un restauro eseguito a regola d’arte (ops) nella musica trova spazio nella categoria dei dischi rimasterizzati (anche se in passato, in nome di questa pratica, si sono ottenute delle vere e proprie porcherie che hanno fatto rimpiangere l’originale), rimixare un disco vuol dire rimettere mano non all’opera nel suo complesso (il master), ma sui singoli mattoncini che la compongono. Roba che Benjamin, a questo punto, non saprebbe più che pesci prendere: siamo anni luce avanti le disquisizioni sull’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità. Qui siamo alla post-opera d’arte.

Rigiriamola come vogliamo: ma qui siamo davanti ad un’altra opera d’arte.

Come qualche anno fa quando, con la moda dell’audio in 5.1, erano spuntate da ogni dove edizioni di dischi storici con l’audio multicanale. Ovviamente si trattava di un’altra, bieca, operazione di marketing: a nessuno, infatti, se non per una morbosa curiosità che però trova posto nel campo del divertimento, non in quello della fruizione di un’opera così come era stata pensata dai suoi creatori, interessava sapere come suonavano The Dark Side Of The Moon o In The Court Of The Crimson King con una tecnologia audio non disponibile ai tempi della loro creazione. Non erano più dei dischi, cioè non erano più quei dischi. Erano dei cyborg. Dei Frankenstein.

Così oggi, chi volesse avvicinarsi al capolavoro di De André, sarebbe tentato di prendersi questa nuova edizione. Ascoltando per la prima volta un disco, che però è un altro.

3 pensieri su “Dischi che non lo sono.

  1. Claudio Silvestrelli

    Qui si apre un discorso molto lungo!
    C’è da andare a riprendere qualche discussione filosofica tornando indietro nei secoli … fino al ‘700 circa! Ma soprattutto mi piacerebbe sapere cosa ha dichiarato il M° Pagani in merito!
    Una cosa è certa: rielaborare o “reinventare” un capolavoro discografico (a proposito te la scrivo io la traduzione se vuoi 😀 … anche perché il tuo amico genovese ha addirittura promosso la mia dizione in una reinterpretazione del brano più conosciuto di quell’album :-D) da parte del produttore e co-autore di quel capolavoro, ha l’odore di una strategia di marketing! Per un semplice motivo: il 90% di coloro che lo compreranno per curiosità, lo farebbero con un il dito già puntato contro il buon Pagani! Pronti a dire che non è quel disco! Ma lo comprerebbero!
    Il fatto è che non c’è niente di male a rifare “Creuza de ma” …. solo che dovrebbero essere stati in due a rifarlo; è un duetto! Sarebbe come vedere Luca o Paolo rifare un pezzo celebre da soli. Oppure una Sandra che scuote i piedi sotto le lenzuola senza Raimondo che interrompe la sua lettura attendendo la fine della performance da letto di sua moglie.
    Resta che ci sarebbe da riflettere molto e scomodare filosofi, musicologi, etnomusicologi, artisti e …chi più ne ha più ne metta, perché stiamo parlando di un capolavoro a tutti gli effetti.

    1. Gianluigi Autore articolo

      Sono d’accordo con te. C’è solo un piccolo dettaglio: Pagani non ha rifatto (cioè risuonato, reinterpretato ecc.) Creuza De Ma, cosa che fece qualche anno fa con 2004 Creuza De Ma. In quel caso, però, non c’era nessun inganno: era palese fin da subito che il disco era una reinterpretazione di Mauro Pagani dell’album di De André.

      Nel caso di Creuza De Ma 2014, invece, tutto fa supporre all’acquirente che il disco sia quello originale, sebbene in una di quelle versioni rimasterizzate e deluxe che tanto vanno di moda. Unica eccezione: uno sticker in copertina, dove viene in effetti indicato che trattasi di nuovo mix del disco di De André.

      Se questo nuovo mix fosse stato inserito come divertissement in una ristampa di CDM contenente anche il disco originale, nulla da obiettare. Ma qui si tratta di una cosa diversa. E allora mi chiedo: chi si avvicinasse per la prima volta a questo disco (magari spinto da tutte le belle parole lette in giro a proposito) acquistando questa nuova versione, che disco starebbe ascoltando? Secondo me un disco diverso da quello del 1984, sebbene le differenze per bocca dello stesso Pagani (c’è un’intervista uscita qualche giorno fa su La Stampa) siano minime.

      All’ascolto, però, le differenze non sono poi tanto minime. Se si conosce bene la versione originale (che, per quanto mi riguarda, continuerà ad essere l’unica versione di CDM), il nuovo missaggio si nota eccome. E’ come rientrare in casa dopo una settimana di assenza e notare che i mobili sono stati spostati: è sempre casa mia, con gli stessi elementi di quando l’avevo lasciata, ma è evidente che qualcosa sia nel frattempo cambiato.

      1. Claudio Silvestrelli

        Tutto molto chiaro! Ma infatti ne riparleremo sicuramente quando avrò ascoltato questo disco, che sicuramente comprerò (e sì … io sono uno di quelli che cadono nella trappola)!
        Vorrei intanto lasciare una riflessione. De André non lasciava nulla al caso e fin qui siamo tutti d’accordo; il fatto importante è che Faber non lasciava nulla a nessuno … come dire … De André era l’amico che ti lascia guidare ma deve dirti in che modo. Dunque il missaggio dei suoi album erano decisi anche da lui (forse soprattutto da lui), il suo prodotto era suo dall’inizio alla fine, quindi a mio avviso rifare il mix dello stesso identico album, senza De André … non so … io forse non l’avrei fatto!
        Comunque ritornerò dopo un attento ascolto e una conseguente attenta riflessione.
        A presto

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