Carta e web pari sono.

Per aggiungere un mio commento (l’ennesimo, forse) all’annoso dibattito se i giornali quotidiani di carta siano morti o meno, inizio dicendo: no, i giornali non sono morti. Nonostante quanto ne dicano i troppo entusiasti di tutto, che sono quindi anche troppo entusiasti del web e spesso baciamortano le vittime del loro entusiasmo con una rapidità che avrebbe del sospetto, se solo fossi superstizioso — nonostante questi personaggi, partiti per una crociata contro i media tradizionali in favore dei new media, i giornali tradizionali non sono morti. Piuttosto è morto un modello. Quel modello dove la scansione delle notizie ha un peso specifico ancora piuttosto alto, ma è fatta malissimo.

In uno dei tre principali quotidiani italiani per diffusione (esclusi quelli sportivi ed economici), l’altro ieri ho notato che le prime tredici (13!) pagine erano rubricate come “primo piano”, è mi è sembrato come quando al liceo alle scuole medie la professoressa di storia ci diceva che sottolineare tutto il capitolo era come non sottolineare affatto: se tutto è in primo piano, niente è più primo piano. Il primo piano è un primo piano; è unico e presuppone la presenza di secondi e terzi piani, altrettanto importanti ma non come il primo. Finita la sbornia del fatto del giorno, ho trovato una (1!) pagina di esteri, una di specialino-contoallarovescia (a scadenza quotidiana) sui mondiali in Brasile rubricato sotto “società”, forse mezza pagina di cronaca. Seguiva l’inserto scientifico del mercoledì, economia e finanza, una pagina culturale di quelle arrabattate all’ultimo minuto (argomento: i sondaggi e quanto ci prendono). Poi lettere e opinioni, spettacoli, sport, meteo e fine.

Mi è sembrato un modo alquanto strano di fare un giornale nel 2014. Le notizie rubricate come “primo piano” erano in larga parte quelle che il lettore medio conosceva già piuttosto a fondo. Molto più a fondo di quelle sugli esteri e, soprattutto, di quelle di cronaca. Mi chiedevo, dunque, quale fine stratega ci fosse dietro il riproporre tredici pagine di notizie piuttosto nude e crude che tutti già conoscevano, solo con qualche leggero approfondimento, anziché proporre dei commenti, dei dossier, degli approfondimenti su quanto il lettore medio di quotidiani in Italia, ormai, conosce già ma rilegge quotidianamente forse per trovare una conferma del suo sapere, o molto più probabilmente per abitudine.

Qualcuno potrebbe dirmi, giustamente, che ho scoperto l’acqua calda. O che osservo la questione troppo dal mio punto di vista, tralasciando quello di chi non segue le notizie sul web.

Lasciamo la questione dei giornali di carta ai lettori dei giornali di carta, allora, e veniamo al web. Il fatto è che questo schema della ripetizione lo trovo applicato in maniera identica anche in rete. Soprattutto da quando si è capito che l’home page non è (più) la porta d’ingresso ad una pagina, e le tecniche di SEO raffinatissime (e rovinosissime: ormai sgami un sito seo-oriented in tre secondi netti e chiudi la finestra per la vertigine) unite ad un uso massiccio dei social fanno sì che i canali per arrivare ad una pagina siano sempre più i motori di ricerca, Facebook e Twitter. Allora parte la caccia alle visite, con post mirati a determinate ore del giorno che non servono ad offrire il piatto principale della testata in questione (quello su cui dovrebbe basarsi l’autorevolezza, diciamo), bensì i dolci confenzionati che piacciono tanto ad un pubblico che deve passare tre minuti al lavoro tra uno sbadiglio e l’altro. Intendiamoci: senza le visite in rete non esistono modelli sostenibili, per cui le gallerie non sono il diavolo. Però la caccia alla visita ha portato ad un appiattimento generale tra le varie testate le quali, anziché differenziarsi con i loro piatti forti, tendono ad essere tutte uguali. Posto che i gattini non vanno più, o comunque non fanno giornalismo “impegnato”, assistiamo sempre più spesso al fenomeno della curiosità semi-seria. Vice, ad esempio, sa fare molto bene questo — insieme a tantissime altre cose, vedi i reportage. Il Post, che dell’idea nobile di giornalismo fa una sua precisa cifra stilistica (o almeno vorrebbe) e che non manca mai di pretendere di insegnare alla carta come si debbano fare i giornali, molto di meno. Per cui ho iniziato ad avere la mia timeline piena di gallerie fotografiche interessanti come una carta da parati che sia bianca (vedi quella sulla Roma negli anni Ottanta), o di articoli di taglio boccaccesco-scientifico tipo quello sul trapianto delle feci. Per le cose più interessanti, per quelle che hanno una parvenza di notizia e per quelle che, ogni tanto, una notizia lo sarebbero anche, sono costretto a digitare il caro e vecchio indirizzo.

Il fatto è che questi articoli di taglio “acchiappavisite” li ritrovo condivisi per giorni e giorni, così come sui giornali di domani mattina già so che le prime tredici pagine (il “primo piano”) saranno composte da fatti e notizie che al 99% già conosco per averle seguite oggi, in diretta — e allora, come sempre più spesso mi accade, mi limiterò a sfogliare le pagine in cerca di qualche opinione o approfondimento. Caso esclatante la settimana scorsa: l’onda lunga della nuova serie di spot di PornHub è durata tre giorni, durante i quali a più riprese il magnifico mondo del giornalismo web ha cercato di ripropormi la medesima gallery fotografica. Una gallery geniale la prima volta che la si vede; la seconda, buona solo per mostrarla al collega; la terza puzzava, come il pesce: e tanto più che la notizia, nel riprendere una gallery di terzi, nemmeno c’era.

Le pagelle di Vittorio Feltri

Si può dire che io abbia iniziato a leggere con Vittorio Feltri. In casa mia infatti, da sempre e fino ad un paio di anni fa, si è letto Il Giornale. Il Giornale di Montanelli e poi Il Giornale di Feltri. Il quotidiano milanese ha avuto anche altri direttori: alcuni erano dei pesi massimi come Mario Cervi, altri dei pesi talmente piuma che è inutile qui citarli. Però è innegabile che, nei quarant’anni della sua storia, ci siano stati solo due Giornali che potevano essere indicati col nome di chi in quel momento li dirigeva: Montanelli e Feltri, appunto.

Quando al timone c’era Montanelli, io ero troppo piccolo per interessarmi alla lettura dei quotidiani ogni dì. Cosa che iniziai a fare con la seconda parte della prima direzione di Feltri. Poi, quando i giornali ho iniziato a comprarli da me e a non accontentarmi più di quello che passava la casa, finii dalle parti di Libero (insieme al Foglio e alla Stampa, per lo più). Dopodiché mi bevvi anche la seconda, breve, direzione di Feltri del quotidiano della famiglia Berlusconi e poi lasciai via via perdere. Ero cambiato io, certo; ma avevo l’impressione fosse cambiato anche Feltri. Forse era solo invecchiato, o forse era solo una di quelle fasi in cui perde d’interesse e si annoia, come le ha raccontate un paio di anni fa ne Il Vittorioso. Sta di fatto che, col tempo, ho smesso quasi del tutto l’abitudine di leggere i suoi fondi, eccezion fatta per quando lo trovavo ripreso da qualche parte (Dagospia, soprattutto), oppure qualcuno me lo segnalava per l’importanza dell’argomento trattato.

Con questa disillusione nei confronti di chi mi aveva insegnato a leggere, mi sono avvicinato alla lettura di Buoni e Cattivi: le pagelle con il voto ai personaggi conosciuti in 50 anni di giornalismo (Marsilio, scritto col fido Stefano Lorenzetto). Dovendomi ricredere fin da subito e consigliandone la lettura a tutti: a chi adora(va) Feltri, ma anche a chi non l’ha mai sopportato. Leggendo le notarelle che dedica a ciascuno dei nomi presenti in questo libro dal peso nemmeno troppo trascurabile (544 pagg.), non solo si assiste ad una piccola storia (politica, ma anche di giornali e giornalisti, di sportivi, di cronache, di costume) dell’Italia degli ultimi cinquant’anni; ma anche al racconto lucido, coinvolgente e spassionato di un giornalista di cui si può dire di tutto tranne che abbia peli sulla lingua quando è il momento di esprimere giudizi. Tant’è che, spesso, si rimane basiti nel leggere i voti dati a questo o a quel personaggio: laddove non stupisce la lode ad Oriana Fallaci, si sgranano invece gli occhi nel leggere che Travaglio è il primo dei cinque giornalisti più bravi d’Italia, o che Romano Prodi tutto sommato come economista e prima di fare il leader del centrosinistra non era nemmeno malaccio. I retroscena del suo rapporto con Silvio Berlusconi — a occhio e croce la voce più lunga — sono puro spasso, così come è difficile del resto non concordare con il giudizio che gli affibia.

Un’unica critica, anzi due. La prima, che potrebbe essere anche il punto forte del libro: come tutti i testi scritti dai giornalisti indugia un po’ troppo nell’autocelebrazione e nel parlare di un mondo, quello dell’editoria italiana, quasi come se il libro fosse rivolto a lettori facenti parte di esso. Tutto un raccontare aneddoti di altri giornalisti, di altri direttori, di come funzionavano i giornali quando li dirigeva tizio e di come sono cambiati quando li ha presi in mano Caio. E poi: quando dirigevo questo, quando dirigevo quello, quando il famoso industriale in un ristorante di Bergamo mi ha offerto la direzione di quell’altro. Ma, devo ammettere, da appassionato e curioso di quel mondo, è stato tutto miele per le mie orecchie.

La seconda, da affezionato (purtroppo solo ex post: ho già detto quali giornali si leggevano in casa mia) dell’Indipendente, mi aspettavo una voce alla lettera ‘Z’: Andrea Zanussi. Se mai Feltri leggerà queste mie righe, probabilmente gli scapperà uno di quei suoi sorrisini maliziosi e sarcastici.

Caro Renzi, avrebbe potuto rinunciare a farsi un giro sulla giostra manettara.

Caro Presidente del Consiglio Matteo Renzi,
la legge è uguale per tutti, ma dice anche che l’arresto prima di una sentenza può sussistere solo in caso di fuga, di reiterazione del reato o di inquinamento delle prove. Questioni che, francamente, non mi sembrano riguardare il caso Genovese. Detto questo, fa specie vantarsi di aver partecipato ancora una volta alla cosiddetta giostra giustizialista. Fa ancora più specie quando la corsa era offerta dai grillini, che avete accusato di volere uno scalpo elettorale solo per la paura di non poterlo agguantare poi voi, quello stesso scalpo.
Immagino che adesso siate pronti a passare all’incasso dall’elettore medio-manettaro, che da sempre vi segue, per le prossime elezioni europee. Illuso io che, pur non essendo un suo estimatore né della prima né della seconda ora (e se posso darle un consiglio spassionato, si guardi bene da questi ultimi: sono gli stessi che l’affossarono contro Bersani), mi ero convinto che finalmente si potesse avere in Italia una sinistra un po’ più moderna e quindi garantista, dopo che per anni siete andati a braccetto con i giustizialisti della peggior specie (vedi Di Pietro e i suoi epigoni, sia dentro che fuori dalla magistratura).
Tra l’altro, bel modo di dimostrare all’Europa l’intenzione di voler mettere mano all’emergenza delle carceri. Nemmeno dalla Lega mi sarei aspettato questi comportamenti — e quelli, anni fa, andarono in Parlamento con le manette e il cappio a fare i caciaroni come al solito. Figuriamoci, dunque, se mi aspettavo di leggere questo suo tweet. Mi congratulo almeno per non aver visto dai vostri banchi il gesto delle manette: siete riusciti ad indossare in extremis al foglia di fico.

Gli stati generali per un nuovo giornalismo musicale italiano.

Oggi su Bastonate la giornalista Chiara ha pubblicato il pomposo manifesto del (ma forse era meglio per un nuovo) giornalismo musicale italiano. E cioè una serie di riflessioni — di impegni, soprattutto — frutto di una sua analisi (immagino condivisa almeno con Francesco che la ospita) su come dovrebbe essere il giornalismo, e in particolare quello musicale, italiano.

Un insieme di buone indicazioni, messe giù con la consapevolezza di non essere come quelle barbose e vagamente moralizz-atorie/anti che si leggono spesso sui siti più in del giornalismo moderno italiano e che vorrebbero dettare l’agenda su come si debbano fare, là fuori, i giornali.

Due, tra le tante e quasi tutte ottime e condivisibili riflessioni, mi sembrano degne di nota. La prima, fin troppo banale tanto da sembrare ancora più banale riportarla qui, è questa:

Respingiamo l’utilizzo compulsivo di Wikipedia come unica fonte per la pur necessaria attività del controllo delle fonti, quando non addirittura unica base per scrivere articoli. Ci impegnamo invece a fornire la nostra professionalità a Wikipedia e ad altri siti analoghi per integrare schede lacunose, errate o scarsamente documentate e obiettive.

Temo che verrà immediatamente disattesa da quelli che ancora seguono il manifesto del vecchio giornalismo musicale italiano. O del giornalismo italiano in genere — ma secondo me, anche un po’ del giornalismo non italiano. Sarebbe già un ottimo successo se i giornalisti italiani (tra i quali quelli musicali, spesso, nemmeno appartengono alla categoria secondo i canoni tradizionali dell’albo) smettessero di seguire Wikipedia; o imparassero, almeno, a fiutare le tante cose sbagliate che dentro sono scritte. Pretendere addirittura che, spinti dal sacro fuoco della completezza e del non lasciare in giro per il mondo errori o tracce di errori, si mettano a correggere le voci, a segnalare inesattezze o ad aggiungere la farina del loro sacco è pura utopia. Per questo la trovo una buona idea: nel mio piccolo, già mi incazzo a morte quando i database musicali contributivi che ci sono in rete sono pieni di errori, e passo ore che tolgo ad altre faccende indubbiamente più interessanti, a farmi venire il mal di schiena nel ricopiare dai booklet le informazioni corrette da mandare.

La seconda buona intenzione che mi è saltata all’occhio, e che mi sembra già più fattibile della questione di Wikipedia, è quella che va a toccare il tasto dolentissimo delle recensioni:

invitiamo tutti i direttori e i colleghi del settore musicale a fare un passo indietro sulla quantità di recensioni proposte e pubblicate e sui voti a esse assegnati: consideriamo di diminuire la quantità delle stesse a favore di un’analisi più approfondita, che si traduce in una lunghezza maggiore e in un maggiore dettaglio nel racconto e nella spiegazione di quanto ascoltato.

Siamo tutti d’accordo su una cosa: le recensioni, soprattutto quelle che appaiono sulla stampa di settore italiana, così come sono non servono a nessuno. Ho il sospetto che non servano più nemmeno allo scopo per cui ancora le vediamo stampate: fare un favore all’artista/etichetta/distributore che poi si offende e non ti compra più lo spazio pubblicitario (o, nel caso dell’amicizia, ti toglie il saluto). Nelle recensioni il lettore vorrebbe leggere come suona il disco; e, se possibile, vorrebbe leggerlo all’interno di un discorso articolato, ben contestualizzato, che faccia i riferimenti giusti o che abbia abbastanza spazio per permettere a chi scrive di spiegare meglio quei riferimenti che ad una prima lettura possono non apparire corretti. L’ho scritto anche recentemente: mi è capitato, su una delle riviste di punta dell’editoria indipendente musicale italiana, di leggere una recensione — per giunta nella sezione che ospita ristampe o musiche dagli archivi — in cui un decano del giornalismo musicale italiano scriveva nulla del disco, o del perché della ristampa e in cosa questa differiva dalla prima edizione, ma si limitava a fornire note biografiche dell’interprete (o degli interpreti, forse era un gruppo: nemmeno mi ricordo più). La recensione di un lavoro, cioè, era stilisticamente equiparabile ad una didascalia del Postalmarket; con l’aggravante che, a differenza del noto catalogo di vendita per corrispondenza, non c’erano cenni sulla qualità del prodotto stesso — né in negativo né in positivo, s’intende. Una roba tipo: 40 anni fa c’erano tizi, all’epoca contemporanei dei caii, oggi la pincopallo ha ristampato i loro demo.
La causa di tutto questo, per spezzare mezza lancia, sono anche gli ascoltatori — siamo anche noi. Che abbiamo la smania di completezza, di ascolto compulsivo, di aumento del numero di uscite valutate su Rateyourmusic. Ascoltiamo distrattamente e, anche per questo, non ci rendiamo conto delle recensioni scritte con i piedi: ci fermiamo al titolo del disco, che subito cerchiamo tra i blog salvati nei preferiti nella speranza sia già uscito un link.

Io non so chi sia Chiara. Non so se questa idea degli stati generali del giornalismo musicale da fare via mail sia un’idea vincente, o dove porterà. So solo che quello che ha scritto è condivisibile anche nelle virgole. Persino nei fastidiosissimi cancelletti (#) prima dei titoli con i quali introduceva le sue riflessioni.

Alfred Brendel, Abbecedario di un pianista (Adelphi, 2014)

I libri scritti dai musicisti non andrebbero mai letti. Non sto parlando delle biografie delle star più o meno famose (che, spesso, non riescono a buttare giù mezza riga se non aiutati da qualche giornalista più o meno celebre). Sto parlando dei libri scritti dai musicisti cosiddetti seri. Di solito annoiano a morte il lettore. Lo stendono e lo portano in giro per pagine delle quali alla meglio capirà poco o nulla. Alla peggio, ci si addormenterà sopra.

Questa la regola generale.

Poi c’è il caso particolare, quello che conferma la regola ma poi ci regala una sana boccata d’aria. Il caso particolare è rappresentato da Alfred Brendel, pianista austriaco conosciuto negli ultimi anni anche per la sua attività di scrittore e poeta. Ieri ho finito di leggere il suo ultimo libretto, Abbecedario di un pianista, stampato in Italia dai tipi di Adelphi per la collana Piccola biblioteca. Acuto e divertente, Brendel guida il lettore attraverso una serie di pensierini — direi aforismi: ci siamo vicini ma non è del tutto corretto — dedicati per lo più al pianoforte, ai suoi interpreti, alle forme della musica che lo coinvolgono.

Brendel non parla agli addetti ai lavori. Sa che questi lo seguono per la sua attività di pianista. Quella di scrittore gli serve a corollario: per spiegare il suo pensiero sui problemi dell’interpretazione; per dire la sua su tecniche, forme e compositori. Ma anche, e soprattutto, per avvicinare il lettore al suo mondo in modo del tutto disincantato.

Non è uno di quei musicisti finto visionari, Brendel. Non ti parla della sua attività come di una missione, o del suo strumento come del prolungamento del suo corpo. Banalità del genere le possiamo leggere altrove, soprattutto tra gli interpreti di casa nostra. Qui, al massimo, facciamo i conti con un realismo disarmante e, per questo, ancora più apprezzato:

Esistono pianisti che non amano il pianoforte? Un domatore ama forse i suoi leoni? O il direttore di un circo delle pulci ama le sue pulci? Io amo il pianoforte come idea platonica, e quegli strumenti che a essa si avvicinano.

Il tono del libro, anche nelle parti in cui si entra maggiormente nelle tecnicalità e che possano risultare di primo acchitto più ardue per chi non ha frequentazioni con il mondo del pianoforte, è tutto di questo tipo. Un divertissement nello stile e nelle intenzioni. Ma anche pieno di considerazioni su quale sia il giusto livello di interpretazione di una composizione. Rifiutando in toto l’idea di una musica fisica della musica, intesa come esistente perché realizzata sotto forma di onde sonore:

alcuni interpreti ritengono che la musica viva solo quando la si suona. No, vive già ampiamente nella pagina scritta, ma dorme. L’interprete deve risvegliarla oppure, detto in modo più affettuoso, destarla con un bacio.

Il libricino è snello e intelligente. La lettura è più che consigliata.

Forma è sostanza.

So che dirò una banalità. Ma nel continuo dibattere sullo stato della stampa musicale italiana c’è un aspetto che viene sempre tralasciato: la cura. Una cura che non sta solo in ciò che, per la stampa cartacea ma non solo, dovrebbe essere fondamentale — e cioè una precisa linea stilistica, contenuti originali, correttezza sintattica e grammaticale, attenzione ai refusi e contenuti ben al di sopra del presentabile. Ma una cura anche di quelle che si chiamano, tecnicamente, norme di redazione.

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Spieghiamoci meglio.

La polemica del giorno, tra quelli che leggono i siti e frequentano i social network, vede coinvolti Luca Sofri e le sue dichiarazioni fatte lo scorso sabato al Festival del Giornalismo di Perugia. Dichiarazioni che sono state poi rimasticate, in una logica da telefono senza fili, più o meno così: «Luca Sofri ha detto che il lavoro può anche non essere pagato». Siccome «il lavoro» in questione è quello del giornalista, nelle mille accezioni che può voler dire oggi, e siccome di aspiranti giornalisti e anche di giornalisti non più aspiranti che non vengono pagati, o vengono pagati poco, o vengono pagati in altro modo che non sia economico, là fuori è pieno, è normale che da tre giorni non si parli d’altro.

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Il #concertodelprimomaggio

Oggi che è il primo maggio io che mi occupo di musica penso ad una cosa sola: il concertodelprimomaggio. Il concertodelprimomaggio è organizzato dai sindacati. Mica da tutti. Dalla cosiddetta «triplice»: Cgil, Cisl e Uil. Io non so perché i sindacati continuino ad organizzare il concertodelprimomaggio, e non so nemmeno perché abbiano mai iniziato ad organizzarlo. Sono proprio ignorante in materia, di quegli ignoranti irrecuperabili: non ho neanche la voglia di andare a cercare su Wikipedia da quando esiste il concertodelprimomaggio, il motivo per cui è stato inventato, da quanto tempo va in onda su Raitre (ma mi sembra di ricordare che il prime-time un tempo andasse in onda su Raidue; rimane il fatto che nessuno è mai riuscito, nemmeno i sindacati, ad intaccare la democristianissima Raiuno). A dirla tutta, dei motivi nobili per cui i sindacati organizzino, ancora oggi nel 2014, il concertodelprimomaggio non me ne frega nulla.

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