Maggio 6, 2014

Spieghiamoci meglio.

La polemica del giorno, tra quelli che leggono i siti e frequentano i social network, vede coinvolti Luca Sofri e le sue dichiarazioni fatte lo scorso sabato al Festival del Giornalismo di Perugia. Dichiarazioni che sono state poi rimasticate, in una logica da telefono senza fili, più o meno così: «Luca Sofri ha detto che il lavoro può anche non essere pagato». Siccome «il lavoro» in questione è quello del giornalista, nelle mille accezioni che può voler dire oggi, e siccome di aspiranti giornalisti e anche di giornalisti non più aspiranti che non vengono pagati, o vengono pagati poco, o vengono pagati in altro modo che non sia economico, là fuori è pieno, è normale che da tre giorni non si parli d’altro.

La questione di fondo è: ma Luca Sofri ha realmente detto che il lavoro può anche non essere pagato? Si e no. Luca Sofri qualcosa di simile l’ha ovviamente detta, perché altrimenti si potrebbe anche cominciare a parlare d’altro e smetterla di incaponirsi. Lui sostiene, però, di non aver detto quella cosa nello specifico, ma che le sue frasi si inserivano in un contesto molto più ampio. Qui trovate l’intero video (la parte incriminata è intorno ai 53-54 minuti), per chi lo volesse guardare tutto («gli sfaccendati», così li ha appellati sul suo blog). Per chi non avesse voglia, il riassunto del cosiddetto contesto più ampio è il seguente: siccome abbiamo iniziato questo discorso premettendo che quella del giornalista è una missione che coinvolge più aspetti, non solo quello economico ma anche quello culturale, di servizio pubblico, di garanzia della democrazia ecc ecc, un giornalista può sentirsi appagato anche se alla pubblicazione di un suo articolo, di un suo reportage, di una sua qualunque cosa, non corrisponde un compenso economico. Fine del ragionamento, supportato da due esempi rafforzativi. Il primo: anche al Post facciamo così, non abbiamo budget per le collaborazioni esterne per cui, quando qualcuno mi propone un pezzo che mi piace ma sono costretto a dirgli che non ci sono soldi, sono contento se l’autore me lo offre gratis. Il secondo, che a occhio e croce è dev’essere quello che ha fatto traboccare il vaso dell’indignazione: anche io che sono un giornalista, ad esempio, oggi sono qui a Perugia (come potrei essere da qualunque altra parte) perché mi piace esserci, perché credo che il Festival svolga una funzione importante per il mestiere, perché sono amico di chi lo organizza, perché è piacevole passare qui del tempo, e sono venuto a titolo gratuito sebbene la cosa mi riempia comunque di gratificazione.

Io credo che, a questo punto, non importa più se Sofri abbia o meno detto quello che tutti gli contestano — anche perché, di grazia, ci sono le prove audio. Conta molto di più quello che tutti hanno capito, e fermo restando che le parole di Sofri qualche dubbio di interpretazione lo lasciavano anche, affrontando un tema così sentito come la carenza di soldi nel mondo dell’editoria. Insomma, non mi sembra che siamo di fronte ad una notizia che non lo era, parafrasando la rubrichina settimanale che proprio Sofri teneva fino a qualche giorno fa sulla Gazzetta dello Sport. Quando tutti hanno capito una cosa, ci sono due possibilità: che la cosa non esista, e che tutti siano scemi; oppure: che la cosa continui a non esistere, ma dev’essere successo qualcosa nel mezzo che la veicolava. Ecco, a me questa querelle tra Luca Sofri e il resto del mondo sembra proprio appartenere al secondo caso.

Il fatto è che poi è partito il muro contro muro. Tutti hanno contestato a Sofri di avere detto una cosa che lui invece nega di aver mai pronunciato. Sofri, dal canto suo, continua a perdere l’occasione per chiarire una volta per tutte il suo pensiero, come se la cosa che l’abbia più dispiaciuto sia stato l’innalzarsi del polverone e non il contenuto del polverone stesso. Fateci caso: non è intervenuto per due giorni a chi gli chiedeva delucidazioni; ad oggi, sulla pagina del magazine del Festival di Perugia che ospita il suo intervento non è apparsa alcuna rettifica (e quella poteva essere una sede, per così dire, istituzionale, mica come questo mio blog); sul Post, che generalmente non ne perde una del suo «peraltro direttore», non è apparsa una riga una sul suo intervento (laddove le altre volte, invece…). Soltanto qualche ora fa Sofri ha messo online sul suo blog le 31 domande dell’intervento di Perugia, corredate da quelle che sembrano essere poco più che delle didascalie e null’altro, sostenendo di aver parlato per lo più a braccio.

Ora, nessuno vuole dubitare — o, in ogni caso, vuole dubitare nella fattispecie — della buona fede delle cose che dice Sofri, anche e soprattutto quando dichiara di essere stato frainteso. Il fatto è che per spiegare di essere stato frainteso sarebbe potuto scendere dalla torre d’avorio nella quale si era barricato al grido di non avete capito niente. Perché se il 99% non ha capito niente, forse il problema è anche di chi ha parlato la prima volta. E questo per quanto riguarda il fraintendimento.

Se poi vogliamo entrare nel merito del discorso più ampio che ha fatto. Io capisco perfettamente che, talvolta, ci siano altri tipi di guadagno e gratificazione. Anche la questione della famosa visibilità — l’unica moneta che tutti sembrano essere disposti a pagare — può in certi casi non essere maligna. Il fatto è che argomentare tutto questo dicendo anche io oggi sono qui a Perugia gratis, è stato rendere un pessimo servizio ad un’ottima intuizione. Perché a Perugia stava parlando una persona che chi si è sentito offeso considera in qualche modo realizzata, gratificata. Considera uno che ce l’ha fatta. Facile in questa condizione girare l’Italia, magari rimettendoci qualche soldino di tasca propria. Ma in quel caso non c’è lavoro: è come andare a fare una vacanza. Ci sono quelli che, appassionati di alpinismo, prendono due settimane di ferie e vanno a faticare sui monti. E quelli, appassionati di giornalismo, che prendono un giorno di ferie e vanno a parlare al Festival del Giornalismo. La visibilità del Festival non è la moneta con cui l’intervento di Sofri è stato pagato: è, piuttosto, l’obiettivo della visita a Perugia di Sofri.

Secondo me il discorso di Luca Sofri per essere efficace avrebbe dovuto avere mille chiose, mille distinguo, mille esempi che, per mancanza di tempo o di chissà cosa, non sono stati fatti. Sofri sapeva di trovarsi davanti una platea che, per la maggior parte, era composta da gente che col giornalismo vorrebbe mettere insieme il pranzo con la cena e che, sempre in larga parte, fatica in questo obiettivo, o ci riesce appena, o ci riesce magari due mesi sì e uno no — ma in quel mese difficilmente accetta inviti a parlare gratis. Lo sapeva e sapeva che, messa la questione in quei termini, avrebbe alzato un polverone — tant’è che prima di leggere la domanda alla quale è seguito poi l’intervento incriminato, ha parlato di domanda provocatoria.

Una provocazione il cui contenuto è, ripeto, per certi versi corretto. Ma solo per certi, e comunque non per un numero di versi tale da rappresentare la normalità. Perché esiste un lavoro che si può decidere di non far pagare: ma è in quel decidere che sta tutta la differenza tra quello che ha detto Luca Sofri e quello che in molti — compreso il sottoscritto — hanno poi capito. Ma decidere di non farsi pagare un lavoro è solo un’opzione, un lusso che chi vede un corrispettivo economico regolare per le prestazioni che svolge può ogni tanto permettersi.

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