Maggio 9, 2014

Forma è sostanza.

So che dirò una banalità. Ma nel continuo dibattere sullo stato della stampa musicale italiana c’è un aspetto che viene sempre tralasciato: la cura. Una cura che non sta solo in ciò che, per la stampa cartacea ma non solo, dovrebbe essere fondamentale — e cioè una precisa linea stilistica, contenuti originali, correttezza sintattica e grammaticale, attenzione ai refusi e contenuti ben al di sopra del presentabile. Ma una cura anche di quelle che si chiamano, tecnicamente, norme di redazione.

Ho spiegato altre volte i motivi per cui non seguo molto le riviste musicali nostrane. Anche se non è del tutto vero che non le segua più: diciamo che non le seguo più con quell’interesse o passione personale che potevo avere qualche anno fa, ma lo faccio solo per quel poco che mi servono in ambito lavorativo. L’unica rivista (fisica, di carta) di musica cui sono abbonato da anni, e con una certa felicità, è The Wire. Dico con una certa felicità perché, al di là di scelte e gusti spesso opinabili, è una rivista fatta molto bene. Quando la si prende in mano si ha l’impressione concreta che dietro di essa ci sia una vera impresa giornalistica. The Wire ha una lunga tradizione, è passata dall’essere una pubblicazione indipendente a essere parte di un grande gruppo editoriale che con la musica non aveva nulla a che vedere (Namara Group), fino al ritorno all’indipendenza nel 2000, quando i giornalisti con un buyout capitanato dall’attuale editore Tony Herrington ne sono diventati i proprietari.

Nel numero di dicembre 2013 (il 358) il vicedirettore Derek Walmsley, in un editoriale, spiegava che dopo un lungo dibattito interno avevano deciso di modificare le norme redazionali:

dieci pagine in A4 che dettagliano ogni possibile convenzione su come scriviamo i titoli dei dischi e delle canzoni, i nomi degli interpreti, le regioni geografiche, gli strumenti musicali, i generi, ecc.

A sua detta quelle regole, soprattutto per quanto riguardava la denominazione dei generi, erano diventate troppo complicate. In passato usavano mettere la lettera maiuscola ad un genere per differenziarlo da un medesimo significante con un diverso significato (ad esempio la musica Ambient dai suoi d’ambiente, o il Noise dal rumore). Questo

non solo era diventato opaco per i lettori, ma accennava alla creazione di gerarchie (il Grime contro il dubstep; il garage rock contro il two-step Garage) che non riflettevano affatto l’apertura mentale che proviamo ad avere quando pensiamo alla musica.

Per cui hanno deciso di scrivere i genere sempre con la lettera minuscola.

Ora, può far anche ridere che nella redazione di una rivista musicale si discuta sul come scrivere correttamente il nome di un genere musicale. C’è però da fare una considerazione: questioni apparentemente di lana caprina come la scrittura di un genere hanno lunghe consuetudini nella pubblicistica musicologica mondiale. Inoltre, discussioni sulle norme redazionali — o solo il rispetto di norme redazionali che qualcuno si è preso la briga di studiare e redarre — sono la norma in qualunque redazione sulla faccia della terra. In qualunque redazione eccetto in quelle italiane, par di vedere.

Ieri dopo tanto tempo ho preso in mano una delle riviste di punta musicali italiani. Diciamo una di quelle tre che si contendono la palma di rivista musicale indipendente italiana. Non faccio il nome sia per correttezza, sia perché queste mie considerazioni potrebbero valere esattamente anche per le due riviste concorrenti. E l’ho trovata, da un punto di vista della cura, di una sciatteria imbarazzante. Virgolettati che si aprivano senza la lettera maiuscola dopo i due punti; traduzioni fatte in casa, che vanno benissimo per capire il senso del discorso ma lasciano alquanto desiderare per scorrevolezza e stile giornalistico; intervista della cover-story brutta, scontata, banale e incredibilmente corta; recensioni (ma questo, ahimé, è valido ormai per qualunque pubblicazione, italiana o non) dove non si legge nulla del disco, di come suona o di come sono le canzoni, ma che contengono solo sparuti elementi biografici del gruppo in questione.

Un prodotto editoriale — ma esagererei allargando il discorso a qualunque prodotto — deve avere un minimo di professionalità. E non solo nei contenuti. Quando gli addetti ai lavori della stampa cartacea discutono, pro bono loro, della superiorità della carta sul web, dovrebbero avere bene in mente che questa superiorità si sta piano piano perdendo anche a causa di tante mancanze, piccole solo all’apparenza. Tra lo spendere 5 o 6 euro per una pubblicazione italiana cartacea, o leggere uno dei tanti siti fatti bene che sono online, è evidente come ormai molti fattori portino il lettore a scegliere il web. Non solo fattori economici. Ma anche: la falicità d’uso, il continuo aggiornamento, la possibilità di accedervi con ogni mezzo. E, temo, anche la cura che certi siti mettono nei loro scritti.

Non credo di dire nulla di nuovo. Sono questioni riconosciute da tutti. Anche dal direttore della rivista che ieri ho ripreso in mano dopo tanto tempo, dal momento che proprio nel suo editoriale scrive che la qualità non può normalizzarsi verso il basso solo perché il livello è sceso e, quindi, che sarà mai se scendiamo un po’ tutti.

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