Maggio 13, 2014

Gli stati generali per un nuovo giornalismo musicale italiano.

Oggi su Bastonate la giornalista Chiara ha pubblicato il pomposo manifesto del (ma forse era meglio per un nuovo) giornalismo musicale italiano. E cioè una serie di riflessioni — di impegni, soprattutto — frutto di una sua analisi (immagino condivisa almeno con Francesco che la ospita) su come dovrebbe essere il giornalismo, e in particolare quello musicale, italiano.

Un insieme di buone indicazioni, messe giù con la consapevolezza di non essere come quelle barbose e vagamente moralizz-atorie/anti che si leggono spesso sui siti più in del giornalismo moderno italiano e che vorrebbero dettare l’agenda su come si debbano fare, là fuori, i giornali.

Due, tra le tante e quasi tutte ottime e condivisibili riflessioni, mi sembrano degne di nota. La prima, fin troppo banale tanto da sembrare ancora più banale riportarla qui, è questa:

Respingiamo l’utilizzo compulsivo di Wikipedia come unica fonte per la pur necessaria attività del controllo delle fonti, quando non addirittura unica base per scrivere articoli. Ci impegnamo invece a fornire la nostra professionalità a Wikipedia e ad altri siti analoghi per integrare schede lacunose, errate o scarsamente documentate e obiettive.

Temo che verrà immediatamente disattesa da quelli che ancora seguono il manifesto del vecchio giornalismo musicale italiano. O del giornalismo italiano in genere — ma secondo me, anche un po’ del giornalismo non italiano. Sarebbe già un ottimo successo se i giornalisti italiani (tra i quali quelli musicali, spesso, nemmeno appartengono alla categoria secondo i canoni tradizionali dell’albo) smettessero di seguire Wikipedia; o imparassero, almeno, a fiutare le tante cose sbagliate che dentro sono scritte. Pretendere addirittura che, spinti dal sacro fuoco della completezza e del non lasciare in giro per il mondo errori o tracce di errori, si mettano a correggere le voci, a segnalare inesattezze o ad aggiungere la farina del loro sacco è pura utopia. Per questo la trovo una buona idea: nel mio piccolo, già mi incazzo a morte quando i database musicali contributivi che ci sono in rete sono pieni di errori, e passo ore che tolgo ad altre faccende indubbiamente più interessanti, a farmi venire il mal di schiena nel ricopiare dai booklet le informazioni corrette da mandare.

La seconda buona intenzione che mi è saltata all’occhio, e che mi sembra già più fattibile della questione di Wikipedia, è quella che va a toccare il tasto dolentissimo delle recensioni:

invitiamo tutti i direttori e i colleghi del settore musicale a fare un passo indietro sulla quantità di recensioni proposte e pubblicate e sui voti a esse assegnati: consideriamo di diminuire la quantità delle stesse a favore di un’analisi più approfondita, che si traduce in una lunghezza maggiore e in un maggiore dettaglio nel racconto e nella spiegazione di quanto ascoltato.

Siamo tutti d’accordo su una cosa: le recensioni, soprattutto quelle che appaiono sulla stampa di settore italiana, così come sono non servono a nessuno. Ho il sospetto che non servano più nemmeno allo scopo per cui ancora le vediamo stampate: fare un favore all’artista/etichetta/distributore che poi si offende e non ti compra più lo spazio pubblicitario (o, nel caso dell’amicizia, ti toglie il saluto). Nelle recensioni il lettore vorrebbe leggere come suona il disco; e, se possibile, vorrebbe leggerlo all’interno di un discorso articolato, ben contestualizzato, che faccia i riferimenti giusti o che abbia abbastanza spazio per permettere a chi scrive di spiegare meglio quei riferimenti che ad una prima lettura possono non apparire corretti. L’ho scritto anche recentemente: mi è capitato, su una delle riviste di punta dell’editoria indipendente musicale italiana, di leggere una recensione — per giunta nella sezione che ospita ristampe o musiche dagli archivi — in cui un decano del giornalismo musicale italiano scriveva nulla del disco, o del perché della ristampa e in cosa questa differiva dalla prima edizione, ma si limitava a fornire note biografiche dell’interprete (o degli interpreti, forse era un gruppo: nemmeno mi ricordo più). La recensione di un lavoro, cioè, era stilisticamente equiparabile ad una didascalia del Postalmarket; con l’aggravante che, a differenza del noto catalogo di vendita per corrispondenza, non c’erano cenni sulla qualità del prodotto stesso — né in negativo né in positivo, s’intende. Una roba tipo: 40 anni fa c’erano tizi, all’epoca contemporanei dei caii, oggi la pincopallo ha ristampato i loro demo.
La causa di tutto questo, per spezzare mezza lancia, sono anche gli ascoltatori — siamo anche noi. Che abbiamo la smania di completezza, di ascolto compulsivo, di aumento del numero di uscite valutate su Rateyourmusic. Ascoltiamo distrattamente e, anche per questo, non ci rendiamo conto delle recensioni scritte con i piedi: ci fermiamo al titolo del disco, che subito cerchiamo tra i blog salvati nei preferiti nella speranza sia già uscito un link.

Io non so chi sia Chiara. Non so se questa idea degli stati generali del giornalismo musicale da fare via mail sia un’idea vincente, o dove porterà. So solo che quello che ha scritto è condivisibile anche nelle virgole. Persino nei fastidiosissimi cancelletti (#) prima dei titoli con i quali introduceva le sue riflessioni.

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