Maggio 18, 2014

Le pagelle di Vittorio Feltri

Si può dire che io abbia iniziato a leggere con Vittorio Feltri. In casa mia infatti, da sempre e fino ad un paio di anni fa, si è letto Il Giornale. Il Giornale di Montanelli e poi Il Giornale di Feltri. Il quotidiano milanese ha avuto anche altri direttori: alcuni erano dei pesi massimi come Mario Cervi, altri dei pesi talmente piuma che è inutile qui citarli. Però è innegabile che, nei quarant’anni della sua storia, ci siano stati solo due Giornali che potevano essere indicati col nome di chi in quel momento li dirigeva: Montanelli e Feltri, appunto.

Quando al timone c’era Montanelli, io ero troppo piccolo per interessarmi alla lettura dei quotidiani ogni dì. Cosa che iniziai a fare con la seconda parte della prima direzione di Feltri. Poi, quando i giornali ho iniziato a comprarli da me e a non accontentarmi più di quello che passava la casa, finii dalle parti di Libero (insieme al Foglio e alla Stampa, per lo più). Dopodiché mi bevvi anche la seconda, breve, direzione di Feltri del quotidiano della famiglia Berlusconi e poi lasciai via via perdere. Ero cambiato io, certo; ma avevo l’impressione fosse cambiato anche Feltri. Forse era solo invecchiato, o forse era solo una di quelle fasi in cui perde d’interesse e si annoia, come le ha raccontate un paio di anni fa ne Il Vittorioso. Sta di fatto che, col tempo, ho smesso quasi del tutto l’abitudine di leggere i suoi fondi, eccezion fatta per quando lo trovavo ripreso da qualche parte (Dagospia, soprattutto), oppure qualcuno me lo segnalava per l’importanza dell’argomento trattato.

Con questa disillusione nei confronti di chi mi aveva insegnato a leggere, mi sono avvicinato alla lettura di Buoni e Cattivi: le pagelle con il voto ai personaggi conosciuti in 50 anni di giornalismo (Marsilio, scritto col fido Stefano Lorenzetto). Dovendomi ricredere fin da subito e consigliandone la lettura a tutti: a chi adora(va) Feltri, ma anche a chi non l’ha mai sopportato. Leggendo le notarelle che dedica a ciascuno dei nomi presenti in questo libro dal peso nemmeno troppo trascurabile (544 pagg.), non solo si assiste ad una piccola storia (politica, ma anche di giornali e giornalisti, di sportivi, di cronache, di costume) dell’Italia degli ultimi cinquant’anni; ma anche al racconto lucido, coinvolgente e spassionato di un giornalista di cui si può dire di tutto tranne che abbia peli sulla lingua quando è il momento di esprimere giudizi. Tant’è che, spesso, si rimane basiti nel leggere i voti dati a questo o a quel personaggio: laddove non stupisce la lode ad Oriana Fallaci, si sgranano invece gli occhi nel leggere che Travaglio è il primo dei cinque giornalisti più bravi d’Italia, o che Romano Prodi tutto sommato come economista e prima di fare il leader del centrosinistra non era nemmeno malaccio. I retroscena del suo rapporto con Silvio Berlusconi — a occhio e croce la voce più lunga — sono puro spasso, così come è difficile del resto non concordare con il giudizio che gli affibia.

Un’unica critica, anzi due. La prima, che potrebbe essere anche il punto forte del libro: come tutti i testi scritti dai giornalisti indugia un po’ troppo nell’autocelebrazione e nel parlare di un mondo, quello dell’editoria italiana, quasi come se il libro fosse rivolto a lettori facenti parte di esso. Tutto un raccontare aneddoti di altri giornalisti, di altri direttori, di come funzionavano i giornali quando li dirigeva tizio e di come sono cambiati quando li ha presi in mano Caio. E poi: quando dirigevo questo, quando dirigevo quello, quando il famoso industriale in un ristorante di Bergamo mi ha offerto la direzione di quell’altro. Ma, devo ammettere, da appassionato e curioso di quel mondo, è stato tutto miele per le mie orecchie.

La seconda, da affezionato (purtroppo solo ex post: ho già detto quali giornali si leggevano in casa mia) dell’Indipendente, mi aspettavo una voce alla lettera ‘Z’: Andrea Zanussi. Se mai Feltri leggerà queste mie righe, probabilmente gli scapperà uno di quei suoi sorrisini maliziosi e sarcastici.

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