Maggio 30, 2014

Carta e web pari sono.

Per aggiungere un mio commento (l’ennesimo, forse) all’annoso dibattito se i giornali quotidiani di carta siano morti o meno, inizio dicendo: no, i giornali non sono morti. Nonostante quanto ne dicano i troppo entusiasti di tutto, che sono quindi anche troppo entusiasti del web e spesso baciamortano le vittime del loro entusiasmo con una rapidità che avrebbe del sospetto, se solo fossi superstizioso — nonostante questi personaggi, partiti per una crociata contro i media tradizionali in favore dei new media, i giornali tradizionali non sono morti. Piuttosto è morto un modello. Quel modello dove la scansione delle notizie ha un peso specifico ancora piuttosto alto, ma è fatta malissimo.

In uno dei tre principali quotidiani italiani per diffusione (esclusi quelli sportivi ed economici), l’altro ieri ho notato che le prime tredici (13!) pagine erano rubricate come “primo piano”, è mi è sembrato come quando al liceo alle scuole medie la professoressa di storia ci diceva che sottolineare tutto il capitolo era come non sottolineare affatto: se tutto è in primo piano, niente è più primo piano. Il primo piano è un primo piano; è unico e presuppone la presenza di secondi e terzi piani, altrettanto importanti ma non come il primo. Finita la sbornia del fatto del giorno, ho trovato una (1!) pagina di esteri, una di specialino-contoallarovescia (a scadenza quotidiana) sui mondiali in Brasile rubricato sotto “società”, forse mezza pagina di cronaca. Seguiva l’inserto scientifico del mercoledì, economia e finanza, una pagina culturale di quelle arrabattate all’ultimo minuto (argomento: i sondaggi e quanto ci prendono). Poi lettere e opinioni, spettacoli, sport, meteo e fine.

Mi è sembrato un modo alquanto strano di fare un giornale nel 2014. Le notizie rubricate come “primo piano” erano in larga parte quelle che il lettore medio conosceva già piuttosto a fondo. Molto più a fondo di quelle sugli esteri e, soprattutto, di quelle di cronaca. Mi chiedevo, dunque, quale fine stratega ci fosse dietro il riproporre tredici pagine di notizie piuttosto nude e crude che tutti già conoscevano, solo con qualche leggero approfondimento, anziché proporre dei commenti, dei dossier, degli approfondimenti su quanto il lettore medio di quotidiani in Italia, ormai, conosce già ma rilegge quotidianamente forse per trovare una conferma del suo sapere, o molto più probabilmente per abitudine.

Qualcuno potrebbe dirmi, giustamente, che ho scoperto l’acqua calda. O che osservo la questione troppo dal mio punto di vista, tralasciando quello di chi non segue le notizie sul web.

Lasciamo la questione dei giornali di carta ai lettori dei giornali di carta, allora, e veniamo al web. Il fatto è che questo schema della ripetizione lo trovo applicato in maniera identica anche in rete. Soprattutto da quando si è capito che l’home page non è (più) la porta d’ingresso ad una pagina, e le tecniche di SEO raffinatissime (e rovinosissime: ormai sgami un sito seo-oriented in tre secondi netti e chiudi la finestra per la vertigine) unite ad un uso massiccio dei social fanno sì che i canali per arrivare ad una pagina siano sempre più i motori di ricerca, Facebook e Twitter. Allora parte la caccia alle visite, con post mirati a determinate ore del giorno che non servono ad offrire il piatto principale della testata in questione (quello su cui dovrebbe basarsi l’autorevolezza, diciamo), bensì i dolci confenzionati che piacciono tanto ad un pubblico che deve passare tre minuti al lavoro tra uno sbadiglio e l’altro. Intendiamoci: senza le visite in rete non esistono modelli sostenibili, per cui le gallerie non sono il diavolo. Però la caccia alla visita ha portato ad un appiattimento generale tra le varie testate le quali, anziché differenziarsi con i loro piatti forti, tendono ad essere tutte uguali. Posto che i gattini non vanno più, o comunque non fanno giornalismo “impegnato”, assistiamo sempre più spesso al fenomeno della curiosità semi-seria. Vice, ad esempio, sa fare molto bene questo — insieme a tantissime altre cose, vedi i reportage. Il Post, che dell’idea nobile di giornalismo fa una sua precisa cifra stilistica (o almeno vorrebbe) e che non manca mai di pretendere di insegnare alla carta come si debbano fare i giornali, molto di meno. Per cui ho iniziato ad avere la mia timeline piena di gallerie fotografiche interessanti come una carta da parati che sia bianca (vedi quella sulla Roma negli anni Ottanta), o di articoli di taglio boccaccesco-scientifico tipo quello sul trapianto delle feci. Per le cose più interessanti, per quelle che hanno una parvenza di notizia e per quelle che, ogni tanto, una notizia lo sarebbero anche, sono costretto a digitare il caro e vecchio indirizzo.

Il fatto è che questi articoli di taglio “acchiappavisite” li ritrovo condivisi per giorni e giorni, così come sui giornali di domani mattina già so che le prime tredici pagine (il “primo piano”) saranno composte da fatti e notizie che al 99% già conosco per averle seguite oggi, in diretta — e allora, come sempre più spesso mi accade, mi limiterò a sfogliare le pagine in cerca di qualche opinione o approfondimento. Caso esclatante la settimana scorsa: l’onda lunga della nuova serie di spot di PornHub è durata tre giorni, durante i quali a più riprese il magnifico mondo del giornalismo web ha cercato di ripropormi la medesima gallery fotografica. Una gallery geniale la prima volta che la si vede; la seconda, buona solo per mostrarla al collega; la terza puzzava, come il pesce: e tanto più che la notizia, nel riprendere una gallery di terzi, nemmeno c’era.

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