Altre cronache italiane.

Il più importante quotidiano italiano, lo stesso che martedì manderà in edicola un instant book con quella che — definisce il claim — sarà «tutta la verità sul caso che ha sconvolto l’Italia», oggi si premura di fornire un resoconto sull’“altra faccia” dell’unico indagato. Un’altra faccia che dovrebbe contenere indizi atti a provare un’inaffidabilità di fondo delle dichiarazioni finora rilasciate dall’accusato. O comportamenti che farebbero di lui il tipico caso di personaggio ambiguo. Ma non troviamo nulla di tutto questo. Se non l’obbligo da parte degli estensori dell’articolo di dover riempire la pagina, obbligo svolto con dettagli talmente banali che probabilmente finirebbero a margine anche in un verbale giudiziario. Ma non sulle pagine di un giornale (uno qualunque non solo quello in questione): anziché raccontare la storia mentre si sta svolgendo (e non “tutta la verità” prima che l’indagine sia conclusa), si sente piuttosto l’obbligo di titillare le papille di un pubblico che si dimostra ricettivo verso particolari scabrosi (o finto tali, come vedremo) e del tutto irrilevanti.

Nel tentativo di descrivere l’accusato come personaggio ambiguo e dalla doppia vita, vengono scandagliate le sue abitudini. Che sono le stesse di migliaia di altre persone che hanno come unico peccato quello di non stare in casa la sera, ma di dedicarsi ad attività forse culturalmente e socialmente basse, ma non per questo lesive della dignità di chi le compie, né tantomeno illecite. Come (i virgolettati sono presi dell’articolo) andare in un centro estetico «due volte a settimana per una doccia total body». O «passare intere serate nei disco pub della provincia. Ad esempio in un locale della bassa bergamasca», forse per via di quella che sembra essere «una certa [sic!] passione per la musica latino-americana». Del resto uno degli investigatori si è fatto scappare un dettaglio importantissimo: «Secondo alcuni amici era uno che amava fare lo splendido». Il mondo è pieno di gente splendida: è purtroppo uno dei segni di decadimento della nostra società ma che, fatto salvo l’arrivo di una polizia morale dalle maglie strette modello Corea del Nord, ancora non costituisce reato.
A livello culinario altre sorprese: «Andava alla trattoria Toscanaccia». Il fatto che fosse un ristorante vicino alla vittima di questo caso raccontato così bene dai cronisti del principale quotidiano italiano lo rendono, evidentemente, un dettaglio interessante per descrivere l’uomo diviso da un solco che separa «l’uomo casa, lavoro e oratorio con i figli, e il biondo dal pizzetto ossigenato». Peccati di vanità.

Se ci spostiamo sull’altro principale quotidiano italiano, la storia non cambia molto. Nessun dettaglio significativo in aggiunta, se non lo scoprire che l’accusato burineggiava a Sharm El Sheik come ogni altro cafone italiano. E che, al pari di tanti altri lavoratori ogni giorno in Italia, era accusato da ex colleghi di essere uno che amava imboscarsi: «Ci diceva che aveva da fare e se ne andava, spariva dal cantiere e no, non sappiamo dove. Uno di noi l’aveva soprannominato il caciabale». Viene poi fatto notare che nel quartiere dove è avvenuta la scomparsa della vittima, l’accusato si faceva vedere spesso in giro: del resto frequentava il giornalaio e il benzinaio.

Il secondo principale quotidiano italiano possiede almeno una premura, riportando le parole dei legali della difesa che «[vorrebbero] impedire “un deprecabile processo di piazza”». Di piazza magari no, ma quanto scritto sui giornali è molto, molto deprecabile.

Cronache italiane.

cronacheitaliane

Il nostro è un paese dove un professore dell’unità di medicina legale di una nota università, intervistato all’interno di una trasmissione televisiva, si lascia andare a rivelazioni a suo dire clamorose (e anche a dire della televisione che per tutto il pomeriggio della messa in onda ha rilasciato scintillanti anticipazioni) sul caso di cronaca nera del momento. Salvo poi essere bruscamente smentito dalla Procura a capo dell’indagine in questione e dal responsabile del laboratorio di genetica cui la stessa procura ha dato incarico di indagare: le rivelazioni del professore non sono affatto clamorose, ma anzi del tutto prive di fondamento essendo le analisi ancora in corso e i risultati lontani dall’essere relazionati. Di più: il professore pare non aver mai ricevuto un incarico ufficiale dalla Procura indagante.

Il giorno dopo un telegiornale, imbastendo un servizio sul caso del momento che non tralascia di citare il professore e le sue dichiarazioni affidate alla trasmissione televisiva, non riesce a togliersi la foglia di fico e giudica il clima che si sta creando come «da caccia alle streghe». Tutto questo dopo che, nel raccontare il caso di cronaca in questione, i media avevano tirato fuori una vecchia storia di corna e figli illegittimi, dandola in pasto all’opinione pubblica — che ha una predilezione particolare a sentire l’odore del sangue: non legge un libro, ma non manca un rotocalco se questo mette in copertina sedicenti clamorose rivelazioni su questo e quello — senza considerarla piuttosto solo come un percorso indiziario che non era necessario rendere pubblico, fosse anche solo in rispetto della privacy degli interessati. Risultato: famiglie rovinate non solo per le accuse mosse all’indagato, ma anche per segreti privati esposti al voyeurismo di un pubblico che sembra godere quando qualcuno gli racconta le magagne che si trovano nelle sue stesse famiglie.

Per non farci mancare nulla il nostro del tutto inadeguato Ministro dell’Interno, dando dimostrazione di fondatezza della frase che qualcuno pronunciò circa una sua mancanza di quid, una decina di giorni fa ha dato annuncio dell’arresto dell’unico indagato come se fosse già stato emesso non uno, ma tutti e tre i gradi di giudizio. Beccandosi un sacrosanto rimbrotto dalla Procura, perché la presunzione di innocenza in Italia — sebbene in molti se ne dimentichino spesso, o forse nemmeno lo sappiano — vale per tutti.

Però il giorno dopo i vagoni dei treni erano pieni di persone che leggevano i quotidiani, tutti con il loro bel mostro in prima pagina.

Riviste patinate, una definizione.

Su cosa sia una rivista di carta (patinata) secondo Jake Silverstein, appena nominato direttore del New York Times Magazine:

It’s the unique combination of timeliness and timelessness. Magazines have to be relevant and informative to the moment in which they’re introduced; but when they’re working really well, they’re also able to stay relevant long after the sell-by date. The stories don’t just inform, they illuminate, delight, transcend. Few other media have that particular combination of perishability and permanence, and it can be a thing of real beauty.

E ancora:

I want every issue of the magazine to be memorable, something to savor, and high quality writing, whether it’s long or short, is the best way to do that. The magazine should strive to publish the literature of fact. But this doesn’t mean that we won’t be doing investigative reporting, political reporting, stories about criminal justice, the environment, and stories that make or break news as well.

La logica da accattoni applicata ai Rolling Stones.

Sono nate polemiche intorno al fatto che i Rolling Stones avrebbero pagato troppo poco l’occupazione del Circo Massimo per il loro concerto romano di questa sera. La cifra pagata da Jagger e soci, come da bonifico il cui beneficiario unico risulta il Comune di Roma, è intorno agli 8 mila euro (7.934 euro per la precisione). Una miseria, hanno subito gridato scandalizzati i parrucconi di casa nostra. Scrive Paolo Conti sul Corriere della Sera [22.06.2014, p.27] — che cito in rappresentanza della categoria — che si è trattata di una

ingiustificabile e vergognosa svendita di un pezzo del nostro patrimonio archeologico. Domani sarà istruttivo verificare i possibili danni non solo alla cavea ma anche al patrimonio erboreo.

Che non stia a me prendere le parti dei Rolling Stones è evidente. Così come non spetta a me difendere il sindaco Ignazio Marino e la sua giunta, apparentemente tanto appassionata di rock da aver concesso questo regalino. Anche perché Marino è indifendibile dai tempi dei rimborsi spese a Pittsburgh — era qualche anno fa, ma sembra che tutti se ne siano improvvisamente dimenticati. Ciò detto, però, ci sarebbe da aggiungere per dovere di cronaca che l’organizzazione del concerto ha pagato 90 mila euro per il funzionamento dei mezzi pubblici gestiti da una società, l’Atac, che è una delle pietre dello scandalo che hanno col tempo contribuito alla male gestione e ai buchi del comune di Roma. Non solo, sempre gli organizzatori del concerto hanno cacciato altri 75 mila euro per garantire agli spettatori la dote minima di servizi igenici e sanitari sul luogo del concerto. Ovvio che queste sono spese di gestione che nessuno si sognerebbe mai di imputare al comune che ospita un evento. Però sono soldi che, per chi organizza concerti, rappresentano un costo.

Però niente, la vulgata finto-intellettuale di questo paese, la stessa che magari continua a chiedere sconti e incentivi statali per chi fa attività intellettuale “alta” (laddove la musica, per giunta quella quella pop, è “bassa” se non del tutto fuori categoria), si indigna: gli Stones dovevano pagare di più. In nome di cosa, non è ben chiaro: se il problema è il Circo Massimo in quanto luogo archeologico dalla struttura precaria e quindi da preservare, una sua occupazione pagata 100 mila euro non lo avrebbe risolto di una virgola. Ma temo che la questione sia un’altra: in Italia quando c’è da far funzionare le cose come si deve non sappiamo che pesci prendere; ma siamo bravissimi, viceversa, a spremere chiunque: siano essi i cittadini da tassare per servizi inesistenti, o capricciose rockstar piene di soldi che tanto “possono permettersi di cacciare grano”. Un principio patrimoniale, e quindi ingiusto, applicato ai concerti. Come se non bastasse alle menti dei nostri maître à penser, dei nostri amministratori locali, dei nostri alti burocrati parrucconi, il giro di indotto che un concerto dei Rolling Stones al Circo Massimo di Roma — evento già passato, giustamente, per epocale — riesce a generare: turisti da tutta Italia, turisti da fuori Italia, alberghi pieni, ristoranti idem. Consumi, insomma.

Tra l’altro, siccome Conti nel già citato corsivo si preme di «chiarire un punto», e cioè che un conto è l’intervento dei privati a sostegno del nostro patrimonio culturale, e un altro la svendita dello stesso, forse è il caso di chiarirlo del tutto, il punto: gli Stones non hanno chiesto di farsi carico della conservazione del Circo Massimo. Hanno solo chiesto di poter suonare lì, e il permesso gli è stato accordato.

Ma noi fatichiamo a comprendere questa logica. E applichiamo quella solita, vecchia e pezzente, degli arruffoni. Degli accattoni, pasolinianamente parlando (così rimaniamo in Roma). Salvo poi lamentarci se i grandi artisti preferiscono passare dalle nostre parti solo per farsi una vacanza.

Oggi su Medium

Oggi ho scritto un pezzo su Medium, la piattaforma a metà tra il blog e la cura dei contenuti, che sembra un magazine digitale e che è stata fondata da Evan Williams e Biz Stone (già Twitter). Si chiama quasi come un vecchio brano di Gil Scott-Heron: una specia di tributo, essendo un pezzo che tratta anche di musica.

The revolution will be metadataed.