Giugno 22, 2014

La logica da accattoni applicata ai Rolling Stones.

Sono nate polemiche intorno al fatto che i Rolling Stones avrebbero pagato troppo poco l’occupazione del Circo Massimo per il loro concerto romano di questa sera. La cifra pagata da Jagger e soci, come da bonifico il cui beneficiario unico risulta il Comune di Roma, è intorno agli 8 mila euro (7.934 euro per la precisione). Una miseria, hanno subito gridato scandalizzati i parrucconi di casa nostra. Scrive Paolo Conti sul Corriere della Sera [22.06.2014, p.27] — che cito in rappresentanza della categoria — che si è trattata di una

ingiustificabile e vergognosa svendita di un pezzo del nostro patrimonio archeologico. Domani sarà istruttivo verificare i possibili danni non solo alla cavea ma anche al patrimonio erboreo.

Che non stia a me prendere le parti dei Rolling Stones è evidente. Così come non spetta a me difendere il sindaco Ignazio Marino e la sua giunta, apparentemente tanto appassionata di rock da aver concesso questo regalino. Anche perché Marino è indifendibile dai tempi dei rimborsi spese a Pittsburgh — era qualche anno fa, ma sembra che tutti se ne siano improvvisamente dimenticati. Ciò detto, però, ci sarebbe da aggiungere per dovere di cronaca che l’organizzazione del concerto ha pagato 90 mila euro per il funzionamento dei mezzi pubblici gestiti da una società, l’Atac, che è una delle pietre dello scandalo che hanno col tempo contribuito alla male gestione e ai buchi del comune di Roma. Non solo, sempre gli organizzatori del concerto hanno cacciato altri 75 mila euro per garantire agli spettatori la dote minima di servizi igenici e sanitari sul luogo del concerto. Ovvio che queste sono spese di gestione che nessuno si sognerebbe mai di imputare al comune che ospita un evento. Però sono soldi che, per chi organizza concerti, rappresentano un costo.

Però niente, la vulgata finto-intellettuale di questo paese, la stessa che magari continua a chiedere sconti e incentivi statali per chi fa attività intellettuale “alta” (laddove la musica, per giunta quella quella pop, è “bassa” se non del tutto fuori categoria), si indigna: gli Stones dovevano pagare di più. In nome di cosa, non è ben chiaro: se il problema è il Circo Massimo in quanto luogo archeologico dalla struttura precaria e quindi da preservare, una sua occupazione pagata 100 mila euro non lo avrebbe risolto di una virgola. Ma temo che la questione sia un’altra: in Italia quando c’è da far funzionare le cose come si deve non sappiamo che pesci prendere; ma siamo bravissimi, viceversa, a spremere chiunque: siano essi i cittadini da tassare per servizi inesistenti, o capricciose rockstar piene di soldi che tanto “possono permettersi di cacciare grano”. Un principio patrimoniale, e quindi ingiusto, applicato ai concerti. Come se non bastasse alle menti dei nostri maître à penser, dei nostri amministratori locali, dei nostri alti burocrati parrucconi, il giro di indotto che un concerto dei Rolling Stones al Circo Massimo di Roma — evento già passato, giustamente, per epocale — riesce a generare: turisti da tutta Italia, turisti da fuori Italia, alberghi pieni, ristoranti idem. Consumi, insomma.

Tra l’altro, siccome Conti nel già citato corsivo si preme di «chiarire un punto», e cioè che un conto è l’intervento dei privati a sostegno del nostro patrimonio culturale, e un altro la svendita dello stesso, forse è il caso di chiarirlo del tutto, il punto: gli Stones non hanno chiesto di farsi carico della conservazione del Circo Massimo. Hanno solo chiesto di poter suonare lì, e il permesso gli è stato accordato.

Ma noi fatichiamo a comprendere questa logica. E applichiamo quella solita, vecchia e pezzente, degli arruffoni. Degli accattoni, pasolinianamente parlando (così rimaniamo in Roma). Salvo poi lamentarci se i grandi artisti preferiscono passare dalle nostre parti solo per farsi una vacanza.

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