Giugno 29, 2014

Altre cronache italiane.

Il più importante quotidiano italiano, lo stesso che martedì manderà in edicola un instant book con quella che — definisce il claim — sarà «tutta la verità sul caso che ha sconvolto l’Italia», oggi si premura di fornire un resoconto sull’“altra faccia” dell’unico indagato. Un’altra faccia che dovrebbe contenere indizi atti a provare un’inaffidabilità di fondo delle dichiarazioni finora rilasciate dall’accusato. O comportamenti che farebbero di lui il tipico caso di personaggio ambiguo. Ma non troviamo nulla di tutto questo. Se non l’obbligo da parte degli estensori dell’articolo di dover riempire la pagina, obbligo svolto con dettagli talmente banali che probabilmente finirebbero a margine anche in un verbale giudiziario. Ma non sulle pagine di un giornale (uno qualunque non solo quello in questione): anziché raccontare la storia mentre si sta svolgendo (e non “tutta la verità” prima che l’indagine sia conclusa), si sente piuttosto l’obbligo di titillare le papille di un pubblico che si dimostra ricettivo verso particolari scabrosi (o finto tali, come vedremo) e del tutto irrilevanti.

Nel tentativo di descrivere l’accusato come personaggio ambiguo e dalla doppia vita, vengono scandagliate le sue abitudini. Che sono le stesse di migliaia di altre persone che hanno come unico peccato quello di non stare in casa la sera, ma di dedicarsi ad attività forse culturalmente e socialmente basse, ma non per questo lesive della dignità di chi le compie, né tantomeno illecite. Come (i virgolettati sono presi dell’articolo) andare in un centro estetico «due volte a settimana per una doccia total body». O «passare intere serate nei disco pub della provincia. Ad esempio in un locale della bassa bergamasca», forse per via di quella che sembra essere «una certa [sic!] passione per la musica latino-americana». Del resto uno degli investigatori si è fatto scappare un dettaglio importantissimo: «Secondo alcuni amici era uno che amava fare lo splendido». Il mondo è pieno di gente splendida: è purtroppo uno dei segni di decadimento della nostra società ma che, fatto salvo l’arrivo di una polizia morale dalle maglie strette modello Corea del Nord, ancora non costituisce reato.
A livello culinario altre sorprese: «Andava alla trattoria Toscanaccia». Il fatto che fosse un ristorante vicino alla vittima di questo caso raccontato così bene dai cronisti del principale quotidiano italiano lo rendono, evidentemente, un dettaglio interessante per descrivere l’uomo diviso da un solco che separa «l’uomo casa, lavoro e oratorio con i figli, e il biondo dal pizzetto ossigenato». Peccati di vanità.

Se ci spostiamo sull’altro principale quotidiano italiano, la storia non cambia molto. Nessun dettaglio significativo in aggiunta, se non lo scoprire che l’accusato burineggiava a Sharm El Sheik come ogni altro cafone italiano. E che, al pari di tanti altri lavoratori ogni giorno in Italia, era accusato da ex colleghi di essere uno che amava imboscarsi: «Ci diceva che aveva da fare e se ne andava, spariva dal cantiere e no, non sappiamo dove. Uno di noi l’aveva soprannominato il caciabale». Viene poi fatto notare che nel quartiere dove è avvenuta la scomparsa della vittima, l’accusato si faceva vedere spesso in giro: del resto frequentava il giornalaio e il benzinaio.

Il secondo principale quotidiano italiano possiede almeno una premura, riportando le parole dei legali della difesa che «[vorrebbero] impedire “un deprecabile processo di piazza”». Di piazza magari no, ma quanto scritto sui giornali è molto, molto deprecabile.

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