Luglio 6, 2014

La calamita tra due bacini

Stavo noiosamente facendo zapping in televisione quando mi sono imbattutto in un canale locale. Di quelli come ce ne sono in tutte le regioni d’Italia e che mandano in onda orchestre di ballo liscio che si esibiscono nelle piazze d’Italia. Non ho idea di che orchestra fosse quella che mi si palesava davanti, ma ha subito catturato la mia attenzione. Non c’entra il fatto che la mia attenzione venga catturata da qualsiasi cosa produca un suono. C’entra il fatto, forse, che questa orchestra era insolita, almeno rispetto a quello che è il cliché delle orchestre di ballo liscio che, col tempo, si è formato nella mia testa. Sono rimasto con gli occhi incollati al televisore per una buona mezzora. Stavo lì, inebetito, e intorno a me poteva scoppiare una guerra mondiale che non me ne sarei accorto.

Questa orchestra non si limitava ad eseguire il canonico repertorio del liscio. Alternava, piuttosto, pezzi di propria produzione con arrangamenti strizzanti l’occhio alla tradizione del ballo in piazza, a medley di brani italiani famosi. C’è stato un blocco interamente dedicato ad Eros Ramazzotti e giurerei che prima e dopo altri erano gli artisti omaggiati. Si presentavano sul palco in 10, così suddivisi: due tastieristi (di cui uno, quello che in gergo viene chiamato «il maestro» e cui solitamente viene intitolata l’orchestra, in posizione predominante sul palco rispetto a tutti gli altri); tre coristi all’occorrenza dotati anche di sax e tamburello, bellocci e incamiciati come i calciatori (e, come sempre più spesso accade, anche gli emuli dei calciatori) quando vengono paparazzati nei bagni di Forte dei Marmi in orario di aperitivo — mancava solo che facessero il gesto del surfista; un chitarrista, anonimo; un bassista, altrettanto anonimo; la cantante e leader de facto dell’orchestra; un co-cantante, quello che cantava i brani di Ramazzotti e, durante gli altri, faceva da entertainer incitando il pubblico; infine, un batterista: metallaro, nel senso che secondo me aveva un background alla Dream Theater o quelle cose lì, e che non perdeva l’occasione per dare sfoggio di tecnica rendendo la situazione surreale.

Il batterista era chiaramente il motivo per cui la mia attenzione era stata catturata. Tipico caso di persona sbagliata nel posto sbagliato. Sebbene l’orchestra suonasse davvero e non si limitasse a coglionare il pubblico con due basi midi, allo stesso tempo mi chiedevo cosa spingesse un musicista — o aspirante tale — dotato di una più che discreta tecnica, a sbarcare il lunario con le orchestre di liscio. Intendendo un motivo che andasse oltre quello noto ai più: e cioè che sbarcare il lunario con le orchestre di liscio fa, solitamente, fare un bel mucchietto di soldi.

Conclusa l’analisi, ho spostato la mia attenzione sul pubblico. Il pubblico era quello dei giovani di ieri, per non dire dell’altro ieri. Terza età, chi più e chi meno. Di quelli che, tutte le volte che si sparge la voce di un palco in paese, arrivano vestiti come alla comunione del nipote e si mettono ai bordi della piazza in attesa che parta un valzer, una mazurka, o anche solo una buona occasione per fare un trenino. A loro del dettaglio che sul palco ci sia la cover band degli Immortal frega pochissimo: ci provano sempre. Alla peggio avranno preso un cordiale e portato la moglie a braccetto da casa al palco (e ritorno) nel loro completo blé.

Nell’esibizione che mi aveva rapito al pubblico era però andata meglio: c’era da ballare. Almeno sulla carta, perché Ramazzotti sì Ramazzotti no, l’orchestra era di quelle che promettono balli; e che vengono scritturate dalle amministrazioni comunali proprio per far ballare. Quindi i giovanotti ballavano. Sempre, anche su Terra Promessa. E sempre con lo stesso passo di danza: una roba tipo valzer, molto discreta ma con molto contatto con il proprio partner. Il trenino o il ballo di gruppo che ogni tanto partivano sotto sollecito dell’entertainer di cui sopra, per loro era solo un inutile — nonché fastidioso — diversivo. Volevano quella specie di valzerino, quell’unico passo che conoscevano.

In quel momento, con il dito già pronto su un tasto del telecomando per porre fine a quel mio personalissimo inebetimento televisivo, ho realizzato tutto. La calamita tra due bacini — quella cosa per cui a 16 anni ci si struscia di brutto rischiando l’abrasione da blue jeans — non conosce età. Talvolta, nemmeno pudore.

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