Luglio 18, 2014

Quella volta che Gianfranco Funari diresse un giornale.

Vent’anni fa. Era il 6 luglio del 1994 quando Gianfranco Funari varcava l’ingresso di un palazzone in Via Valcava 6 a Milano. L’edificio, che oggi è una delle sedi di Fastweb, allora ospitava il quotidiano l’Indipendente. L’editore Andrea Zanussi aveva nominato Funari direttore editoriale del giornale per cercare di risollevare le vendite e superare la crisi d’identità che aveva colpito la testata. Peccato che il popolare conduttore non avesse firmato alcun contratto, come si scoprì dopo pochi mesi. Nel dicembre 2005, intervistato da Paolo Bonolis nella trasmissione televisiva Il Senso della vita, dirà: «Provai a salvare l’Indipendente anche perché era mio».

Ma facciamo un passo indietro. Andrea Zanussi era l’unico erede di quel Lino Zanussi a capo dell’impero degli elettrodomestici Rex (poi venduto alla svedese Electrolux). Con un passato da pilota di rally e un allora presente con il pallino dell’editoria, nel giugno 1992 era riuscito a portare le sue quote nella Finindi (la finanziaria che editava il giornale) al 40%, diventando azionista di maggioranza a soli trentadue anni. Aveva rilevato le azioni da alcuni dei soci fondatori (la famiglia Enriquez, Cecilia Danieli, Carlo Emilio Melzi), quando fu chiaro che il tentativo di Ricardo Franco Levi (anch’egli proprietario del 7% del giornale) di fare un quotidiano di stile anglosassone in Italia — fatti rigorosamente separati dalle opinioni, taglio internazionale e i toni mai gridati — non solo non aveva avuto successo ma aveva bruciato anche parecchi miliardi di lire; si disse una ventina: almeno il doppio di quanto preventivato.
A risollevare le sorti del giornale fu chiamato Vittorio Feltri, all’epoca brillante direttore dell’Europeo e tra i primi ad indagare il nascente fenomeno delle leghe.
Nel giro di una decina di mesi l’Indipendente di Feltri diventò un vero e proprio caso, simile ai recenti exploit di Libero (sempre Feltri) e del Fatto Quotidiano della coppia Padellaro-Travaglio. Feltri cavalcava — con toni non proprio sobri — l’ascesa della Lega Nord e gli scandali di Tangentopoli. Smessi i panni di una sala da té, l’Indipendente era diventato un giornale in parte filo-leghista e in parte pro Di Pietro: celebre il «Cinghialone» sparato da Feltri in prima pagina (e di cui si pentirà anni dopo) riferito all’allora segretario del Psi Bettino Craxi. Le vendite davano ragione a questa cambio di marcia e l’Indipendente sfondò in breve tempo il tetto delle 100 mila copie.

Come noto, l’ascesa dell’Indipendente ebbe una battuta d’arresto quando, corteggiato da un insistente Silvio Berlusconi, nel gennaio 1994 Feltri non riuscì più a resistere alla tentazione di sostituire Indro Montanelli alla guida del Giornale. All’Indipendente scelsero la linea della continuità, nominando direttore la vice Pia Luisa Bianco, seconda donna in Italia al comando di un quotidiano nazionale.
Per quanto la linea della Bianco non si discostasse molto da quella del suo predecessore, appoggiando l’allora Polo della Libertà, Feltri al Giornale drenò parecchi lettori all’Indipendente. Non tutti, come si è spesso letto in giro malignando anche circa un interesse della famiglia Berlusconi a spegnere una voce concorrente. Ad acquistare l’Indipendente diretto dalla Bianco erano rimaste, almeno all’inizio, all’incirca 70 mila persone. Una cifra al di sotto rispetto a quelle dell’era Feltri, ma pur sempre un buon punto da cui ripartire, soprattutto se paragonato ai numeri di certa editoria odierna.

L’editore però non si accontentava: dopo aver assaggiato le grandi vendite, era normale volesse di più ed auspicasse un cambio di direzione forte.
È qui che entrò in gioco Gianfranco Funari. Che nel gioco, in verità, c’era già: con Feltri regnante aveva acquistato una quota del giornale intorno al 5% ed era intenzionato ad aumentarla. Cosa pensasse della gestione Bianco era fin troppo chiaro: «Ogni volta che [la Bianco, ndr] compariva in televisione faceva perdere copie al giornale, e lui che ne era azionista si sentiva male», riporta una cronaca del Corriere della Sera dell’epoca.

Funari era già il famoso «giornalaio» (per sua stessa definizione) della televisione italiana. Così Zanussi pensò che se anche solo un centinaio di migliaia di persone che ogni giorno lo seguivano in televisione avessero acquistato l’Indipendente ogni mattina, il giornale sarebbe tornato a volare.
L’idea sembrò geniale ma si scontrò quasi subito con la realtà: i giornali non sono la televisione. E i telespettatori non fecero affatto ciò che Zanussi si augurava. Un conto infatti era seguire le intemerate di sor Gianfranco in televisione, tutt’altra cosa recarsi ogni giorno in edicola. Senza scomodare discorsi sul mezzo e sul messaggio, Funari era un animale televisivo perché la televisione è dinamica. La prima pagina di un giornale, per quanti frizzi e lazzi le si possono mettere, rimane la vetrina di un prodotto statico. E Funari questo lo sapeva, tanto che a proposito della prima pagina era solito dichiarare: «Ha un difetto: nun se move».

Ma ritorniamo a quel 6 luglio del 1994, quando il neo direttore editoriale s’insediava all’Indipendente al grido di «sono cattivo, cattivissimo, c’ho i pezzi di carne umana tra i denti». Si era presentato ad una redazione bisognosa di essere rassicurata — racconta Massimo Fini in un articolo pubblicato sul Giorno [1] — con la sua Bentley verde bottiglia, un completo di lino bianco, il bastone da passeggio e il panama in testa, esordendo con un «io nun so’ ricco, so ricchissimo. Nun c’ho i mijoni, c’ho i mijardi!». Un debutto pirotecnico, che ai più era sembrato solo il primo dei tanti spettacoli che Funari avrebbe inscenato in redazione. Con sé aveva portato alcuni suoi uomini di fiducia come Ermanno Corbella (regista e autore televisivo col quale aveva condiviso l’enorme successo di Aboccaperta) e il giornalista e scrittore David Grieco (futuro autore del libro-intervista Funari è Funari). Si era vociferato anche dell’arrivo di Barbara Palombelli da Repubblica come vice-direttore e responsabile della redazione romana. Uno strano rumour, se si pensa che l’Indipendente non era mai stato tenero con il marito Francesco Rutelli, all’epoca sindaco di Roma.

Era piena estate e pare che Funari passasse più tempo nella sua casa in Liguria che in redazione. Quelle poche volte che era presente, i redattori del giornale assistevano ad episodi inconsueti. Racconta Massimo Cotto, all’epoca alla redazione spettacoli, nel suo libro Pleased to meet you (Vololibero, 2013):

Nei nove giorni in cui ho avuto Gianfranco Funari come direttore a l’Indipendente, una sola volta mi ha convocato. In bagno. «Vieni, te devo parla’.» Pensavo mi portasse nel suo ufficio, invece mi apre la porta del bagno, per fortuna maschile, della nostra redazione in via Valcava. Si sveste dalla vita in su e comincia a lavarsi le ascelle. «Me devi intervista’ Califano.» «Certo. Lo chiamo subito.» (…) Funari dice: «No, vai giù da lui. Voglio una pagina intera. Devi farlo raccontare di quanto è stato dentro. E’ andato in galera un bel po’ di volte, ma ne è sempre uscito pulito. Assolto con formula piena.»

Pare che quella di usare il bagno come luogo di progettazione del giornale fosse un’abitudine consolidata. L’indomani della morte di Funari, Andrea Mattei scrisse sul mensile Max:

Inutile ricordare come nascevano altre volte quelle prime pagine in via Valcava, con Funari a torso nudo in bagno, porta spalancata, a farsi la barba che grida: “A Bacia’! Che ne pensi se sparamo in prima un bel ‘Viva la libertà?’”»

«Bacia’» era Luigi Bacialli, il direttore responsabile e uomo macchina dell’Indipendente. Giornalista dal curriculum piuttosto ampio, aveva fino a poco tempo prima lavorato al Giornale e poi seguito Indro Montanelli nella sua breve avventura a La Voce. Essendo un habitué delle trasmissioni televisive di Funari, tra i due sembrava esserci, almeno nelle fasi iniziali, affiatamento.

L’idillio durò però poco, se è vero che solo il 30 settembre successivo il quotidiano titolava: «W L’Indipendente, basta con la telenovela Funari-Zanussi». E che già dal giorno 14 dello stesso mese sor Gianfranco aveva ritirato il nome dalla gerenza, in attesa di sviluppi futuri (poi mai avvenuti) e della firma del contratto che, solo in quel momento, i redattori del giornale scoprirono non esserci mai stata.
La telenovela cui il titolo-sfogo di Bacialli faceva riferimento è presto detta: Funari rimproverava all’editore di non mettere a disposizione sufficienti quattrini per rilanciare il giornale. L’editore, dal canto suo, aveva ricevuto da Funari — raccontato i testimoni — tre paginette dattiloscritte a mo’ di piano di rilancio, punto centrale del quale sarebbe dovuta essere una cena mensile organizzata dal quotidiano con i maggiori edicolanti di Milano, Roma, Napoli e Torino. Versione però smentita da Funari stesso che, intervistato dal Corriere della Sera nel novembre del 1994, dichiarava: «Non sono affatto scappato dall’Indipendente. Sono andato via perché non riuscivo a trovare un accordo con l’editore Zanussi, per gli investimenti necessari al rilancio. Quando ho detto a Zanussi che bisognava investire due miliardi è sparito».

A farne le spese c’era l’Indipendente. Il cui fallimento, a quel punto, era imputato non solo a Funari ma anche a Bacialli: alla redazione non era evidentemente bastata la rassicurazione su Funari («con Montanelli, uno dei miei maestri di giornalismo») e per questo lo aveva sfiduciato. Del resto le copie, anziché aumentare, avevano subito un tracollo. Le cifre ufficiali parlavano di 45 mila copie, ma le stime molto più realistiche si attestavano intorno alle 20-25 mila. E la scarsa disponibilità economica era da attribuire anche ad un altro fattore: il licenziamento di Pia Luisa Bianco, costato alle casse del giornale oltre un miliardo di lire per il sequestro conservativo che la stessa Bianco aveva chiesto (e ottenuto) per il suo mandato direttoriale interrotto.

Così, come era improvvisamente arrivato, altrettanto improvvisamente Funari mollò tutto. Forse non c’entravano solo le questioni economiche, o il difficile rapporto con l’editore e la redazione. Alcuni sostengono che Funari lasciò l’Indipendente per dedicarsi alla sola televisione (cosa che in effetti fece: su Retequattro con lo sfortunato “L’Originale”, e poi con il progetto di un network televisivo completamente finanziato dagli sponsor, suo vecchio pallino). Altri — come David Grieco, poi smentito dalla terza moglie del conduttore Morena Zapparoli — in seguito ad una telefonata con Silvio Berlusconi dopo la quale, uscendo da via Valcava, Funari avrebbe detto col suo solito stile: «Ho finito col giornale. Perché? Perché me cago sotto…» (Qui, dal minuto 50’50’’).

In ogni caso l’Indipendente, nella forma con cui era conosciuto fino a quel momento, cessò di esistere di lì a poco. Zanussi chiuse la prima fase del giornale, affittando la testata ad una cordata di imprenditori filo-leghisti che tentarono (con Daniele Vimercati alla direzione) di trasformarlo in un giornale del Nord, secondo un vecchio desiderio di Umberto Bossi.

Della gestione Funari sono rimasti tre mesi di Indipendente che rappresentano un caso strano nel panorama editoriale italiano. C’è chi dice l’ennesimo tentativo non riuscito di fare un quotidiano popolare in Italia, come già provato da Maurizio Costanzo con l’Occhio. Ma non fu così: l’Indipendente di Funari non era un quotidiano popolare in senso stretto. Non era un tabloid all’inglese. Se quell’Indipendente è stato popolare, lo è stato solo nel tentativo di parlare di politica ai semplici cittadini e alle casalinghe: cioè quello che Funari aveva sempre fatto in tv. Per raggiungere questo obiettivo, bisognava giocare tutto sull’effetto della prima pagina. Una prima pagina nella quale Funari, con l’aiuto del fido Ermano Corbella, cercava di mettere dentro la televisione. La sua televisione. Sotto quest’ottica non devono stupire alcune iniziative tipicamente televisive cui l’Indipendente diede vita in quei mesi. Come il servizio telefonico «SOS Pensioni»: nato per permettere ai lettori di far conoscere la loro opinione sulla riforma pensionistica al ministro Mastella, finì sotto accusa perché, pubblicizzato come numero verde, era in realtà un servizio a pagamento con prefisso 144.

Che Funari volesse fare un quotidiano televisivo, più che popolare, lo pensava anche il collaboratore storico della testata Massimo Fini: «Un’idea Funari l’aveva: catturare il non lettore facendo un quotidiano visivo» (nel già citato articolo sul Giorno). Di tutt’altro avviso Giampiero Mughini (che smise di collaborare all’Indipendente con il licenziamento di Pia Luisa Bianco): nel suo Un disastro chiamato Seconda Repubblica (Mondadori, 2004) scrisse che quello fu «un quotidiano balbettato senza capo né coda».

Una cosa è certa: di quel periodo rimangono una serie di titoli di prima pagina impressionanti per la loro semplicità e per il loro essere quasi dei claim, dei payoff, di quello che Funari interpretava — a torto o a ragione — come lo stato d’animo del paese. I più curiosi possono recarsi in una emeroteca ben fornita di microfilm e consultare la collezione completa. Per gli altri, ne ho raccolti alcuni. Li metto qui, alla rinfusa:

«L’informazione? Ecco gli esclusi» (il suo primo titolo, 7 luglio 1994).

«A Sacchi, je la famo?» (dopo che l’Italia vinse contro la Spagna i quarti di finale dei Campionati del Mondo del 1994 negli Stati Uniti).

«W la libertà» (i maligni di allora dicono proposto a Bacialli mentre nel bagno della redazione, con la porta spalancata, si faceva la barba).

«Buona domenica» (il primo numero di domenica da lui firmato, 10 luglio 1994).

«Italia, buio pesto».

«Parole, parole, parole».

«Il mondo è ammalato. E l’Italia anche…».

«Per me il cittadino è dio [sic!]» (titolo del suo editoriale d’insediamento).

«Terapia d’urto» (seguiva decalogo, con tanto di sua firma autografa, di cosa l’Italia avrebbe dovuto fare per risollevarsi e, in conclusione, un laconico «Tutto il resto è fandonia»).

Poi c’è quello che secondo me è il migliore. L’unico che sia riuscito a recuperare in fotografia e che introduce la trascrizione di una chiacchierata tra una redattrice dell’Indipendente — ora in forza al Giornale — e Silvio Berlusconi, avvenuta nella piazzetta di Portofino:

funari_titolo

Il neo eletto Presidente del Consiglio si era lasciato andare a dichiarazioni — poi smentite, ma curiosamente non ci fu mai querela — su alcuni personaggi, politici e non, tra i quali Emilio Fede («Non riesco a scrollarmelo di dosso») e Umberto Bossi («Sembra un ubriaco al bar»). A suo modo, la cosa più vicina ad uno scoop che quei tre mesi traballanti e vivacissimi hanno lasciato in eredità. Ne nacque una polemica tra Funari, che confermava tutto, e Berlusconi, che negava. E nei i giorni successivi l’Indipendente, la cui prima pagina si identificava completamente con Funari, titolò: «Berlusconi, la sfido in Tv».

 

[1] L’Indipendente, giornale outsider in odore di Lega, Massimo Fini, Il Giorno, 28.06.1996