Norme redazionali.

luciano_bianciardiDi quella specie di trilogia che Luciano Bianciardi scrisse tra il 1957 e il 1962, L’integrazione è il capitolo meno conosciuto. Pubblicato nel 1960 per Bompiani — a differenza degli altri due romanzi, Il lavoro culturale (1957) e La vita agra (1962), usciti rispettivamente per Feltrinelli e Rizzoli — racconta la storia di due fratelli, Luciano e Marcello, che da Grosseto vanno a Milano per partecipare a quella che nel libro viene definita maliziosamente «la grande impresa culturale».

Difficile non pensare alla stessa Feltrinelli, alla sua nascita, alla sua smania di essere, appunto, una grande impresa fin dalla sua fondazione, rincorrendo la cosiddetta «mistica della cultura». Un mondo editoriale che dal romanzo esce a pezzi: pieno di velleità, di invidie e piccoli orticelli di potere personali, inconcludente nel suo continuare a discutere all’infinito di questa o quella linea, di questa o quella idea, di questa o quella collana e di quali autori dovrebbero farne parte. Riunioni di redazione che si avvitano su sé stesse, con il sottofondo dell’inutile ticchettio delle macchine per scrivere delle volenterose segretarie, brave a ondeggiare a seconda degli umori.

Non svelo altro. Questa estate ho letto tutta la trilogia di Bianciardi, negli ultimi tempi ristampata da Feltrinelli in economica. E fa riflettere, letta con il senno di poi, la scelta della casa editrice milanese di ristampare per ultimo proprio L’integrazione (giugno 2014), lasciando di fatto per un anno la trilogia monca di un suo elemento essenziale essendo gli altri due volumi stati ristampati nel maggio 2013. Guido Vitiello, in un articolo sul Foglio, faceva maliziosamente notare che, forse, erano stati i riferimenti alla stessa casa editrice a posticipare la ristampa. L’articolo non dev’essere stato ignorato negli uffici milanesi, tanto che poche settimane dopo un altro articolo, sempre di Vitiello, si congratulava con la scelta di Feltrinelli di rimettere sul mercato il romanzo (purtroppo non riesco a rintracciare gli articoli in questione online).

Delle tante cose che mi hanno colpito del libro, alcune delle quali — descrizione di molte Italie compresa, soprattutto — meriterebbero post a parte, c’è la descrizione degli interminabili dibattiti (ancora) circa le norme redazionali. In questi dibattiti era la scelta delle virgolette a tenere banco: meglio quelle basse o quelle alte («le virgolette vere e proprie»)? Bianciardi fa dire a Gaeta, il personaggio che nel romanzo ad un certo punto si trova a capo dell’impresa culturale:

Può sembrare una fregnaccia, ma va stabilita ogni cosa con precisione e una volta per sempre. Io sarei per le virgolette alte, aperte in principio di discorso diretto, o di citazione, chiuse in fine.

Altri preferivano le virgolette basse, affiancate all’uso del trattino (—) per introdurre i discorsi diretti. La confusione delle idee applicata a questioni come la punteggiatura, certo importante ma solo se sono state stabilite una volta per tutte ben altre priorità che nel romanzo invece latitano, arriva ad assumere contorni grotteschi, e per questo ancora più divertenti. Come quando si deve stabilire se il punto, o il punto e virgola, debbano finire dentro le virgolette o fuori da esse. Oppure quando si raggiunge l’apice nel dibattito su come andrebbero trattati i discorsi e le citazioni all’interno di altri discorsi:

“Ci sarebbe la questione del discorso diretto interno a un altro discorso diretto o interno a una citazione. Per esempio, non so, vieni disse Ignazio andiamocene in riva al mare come colombe dal desio chiamate”.
“Questo però è il caso inverso,” fece Ardizzone. “Tu permetti, vero, ma questa è una citazione all’interno di un discorso diretto.”
“Ma dal punto di vista delle virgolette è la stessa cosa.”
“Va bene.”

Pagine esilaranti che descrivono tic e manie tipiche del mondo culturale. Ma che lasciano, a loro modo, al lettore un piccolo manuale di norme redazionali che potrebbero essere applicate ancora oggi. A patto che, prima, si decida la linea editoriale che una «grande impresa culturale» deve tenere.

(foto: Luciano Bianciardi in un ritratto di Renzo Francabandera)

E poi leggiamo gli oroscopi

Matthew Ingram su Gigaom scrive un articolo in risposta a quello di David Sessions su Patrol. Entrambi discutono dello stato del giornalismo ai tempi nostri. Tra i due, la tesi disfattista è portata avanti da Sessions. Il quale scrive che il giornalismo serio e i bei pezzi ai tempi di internet

non sono scomparsi, ma si sono mischiati in modo indifferenziato a una moltitudine di ‘contenuti’ cinici, inutili, noiosi e che fanno perdere tempo, molti dei quali difficilmente possono essere considerati scritti. Il New York Times e ViralNova ci sembrano la stessa cosa nella timeline di Facebook. Come risultato, il giornalismo che una volta aveva una certa considerazione estetica di sé, anche online, ora ci sembra non avere altra scelta che scimmiottare i contenuti cosiddetti «advertising-driven».

Qui il riferimento è fin troppo evidente non tanto ai contenuti in sé, quanto piuttosto al modo con il quale questi contenuti vengono promossi. Il fenomeno è quello del click-baiting: condivisioni e annunci (spesso sponsorizzati) che hanno come unico obiettivo quello di veicolare il potenziale lettore sul mezzo attraverso un sensazionalismo quasi ingannevole . Chiunque abbia frequentazione con i social network vede apparire più volte all’ora annunci che funzionano da esca: facendo intravedere chissà quale notizia dietro al link, invitano il potenziale lettore a cliccare per portarlo nella stra-grande maggioranza dei casi a siti con liste, o con notizie che notizie non lo sono. L’importante è raggiungere l’obbiettivo: aumentare le visite. E vedremo se la battaglia intrapresa da Facebook contro questi post darà i suoi frutti. Continua Sessions:

se una volta il paesaggio dei media in rete era popolato da testate che avevano stili, modelli di traffico e linee editoriali uniche, ora queste hanno oltrepassato il loro obiettivo e sono diventate ciascuna una differente versione della stessa cosa: tutti devono occuparsi di tutto, a prescindere che riescano o meno ad aggiungere valore ad una storia, e devono gridare al lettore per riuscire a rimanere in piedi e non essere travolti dalla valanga di ‘contenuti’ che sgorga all’interno dei nostri feed.

L’argomento ha una sua consistenza. Non sto qui a fare un’analisi dello stato del giornalismo su internet perché non credo di averne le competenze necessarie; altri — compresi i due articoli che qui si stanno citando — lo hanno fatto (e altri ancora lo faranno) meglio di me. Però è innegabile che, al giorno d’oggi, non solo i siti che fanno content curation devono cercare di guidare il lettore nel mare-magnum di informazioni non-informazioni e di storie-non storie (e, possibilmente, devono farlo senza ingannare: leggi i click-bait di cui sopra); ma anche i lettori stessi, nell’orientarsi verso questo o quell’altro curatore di contenuti, devono di fatto effettuare una scelta, devono fare una selezione e avere gli strumenti per capire cosa è giornalismo da cosa no.

Val la pena spendere due parole anche sulla risposta di Ingram — che per contro è una visione ottimista della questione. Scrive Ingram che il giornalismo tradizionale, indicato per semplificare con la cara e vecchia carta stampata, è sempre stato un mix di differenti contenuti. E che a fianco degli articoli seri, dei reportage, delle storie ben scritte e delle notizie ben date, vivevano anche contenuti inutili e che facevano perdere tempo al lettore — per citare il pezzo di Sessions. Insomma

criticare BuzzFeed perché pubblica liste — o Vice perché racconta la pop culture, o Gawker perché gossip, o Vox perché ha pubblicato un elenco di domande-risposte per spiegare Gwyneth Paltrow — è come osservare un giornale cartaceo e lamentarsi degli oroscopi, delle advice column e dei fumetti. Dov’è tutto questo grande giornalismo? La realtà è che le storie investigative e i grandi scoop dei giornali cartacei che tutti si ricordano solo sono una frazione di una percentuale del totale dei contenuti. È così da sempre.

Vero. Inutile fare di tutta l’erba un fascio, o lamentarsi di come si sta ora rimpiangendo i cari e vecchi tempi. Il giornalismo di qualità, le belle storie, l’ottima cura dei contenuti esistono in rete e i casi sono molti. Però è anche vero che quotidianamente si perde tempo a districarsi tra chi promette di svelare l’impossibile o cerca a tutti i costi di aggiungere un click al suo contatore prospettando la più grande scoperta del secolo — deludendo puntualmente.
Che anche la carta sia piena di articoli-spazzatura non è, infine, un buon motivo per accettarli anche in rete. Posto che per qualcuno gli oroscopi possano essere più interessanti della cronaca politica, o di un reportage dall’Iraq — sembra impossibile, ma probabilmente è così —, io credo che questa invasione di «contenuti che fanno perdere tempo» lamentata da Sessions possa anche essere un ultimo disperato treno che il giornalismo tradizionale non può permettersi di perdere: quello per acquistare valore rispetto alla rete. Internet è pieno di contenuti inutili? Noi allora offriamo contenuti utili. Intelligenti. Ben fatti. Ma come la carta possa sopravvivere ai tempi del tutto e subito internettiano — che non sono arrivati oggi, e nemmeno ieri — è un tutt’altro argomento.

Quanto agli inganni promossi dal giornalismo tradizionale. Gli oroscopi e il gossip sono pubblicati in quasi tutti i grandi giornali del mondo, spesso e soprattutto anche in quelli più insospettabili: chiunque si sia voluto fare del male nelle settimane agostane acquistando pacchi di quotidiani italiani se ne sarà reso conto. Nessuna di queste testate, però, ha (ancora) strillato al lettore in prima pagina: «Caro Vergine, acquista una copia e ti diremo se morirai oggi».

Dove sono finite le nostre rispettabili convinzioni?

Del perché Bastonate sia il miglior blog musicale italiano, e Francesco il miglior blogger musicale italiano:

Certe cose le cerchi per tutta la vita e non sai cosa siano. “La mia canzone”, quella dove c’è tutto e non manca niente, è un concetto buono per le storie che raccontano in TV o per quelli con venti CD a casaccio dentro l’armadio: concetti semplici, monogamia musicale. Non è quello, è qualcos’altro. Molti maniaci musicali passano una fase Bruce Springsteen, quei periodi della vita in cui compri dieci dischi del Boss e un giubbotto di jeans ed inizi a cantare a squarciagola di scappare via, incontro ad una nuova vita, con l’auto che sfreccia su una strada deserta e i finestrini abbassati. Il pugno alzato al cielo è facoltativo. Ecco, io questa fase non l’ho mai avuta. Possiedo un best of e due dischi originali di Springsteen: uno non l’ascolto mai, l’altro è stato registrato in una cameretta. I sassofoni non mi fanno nessun effetto. L’autoaffermazione non è la mia tazza di tè, vorrei che lo fosse, ma non lo è. La mia vita consiste nel fissare il baratro con una mano sulla ringhiera e l’altra sulla sbarra, pensare “non so” e razionalizzare. Non sono un personaggio romantico o decadente. Le canzoni che parlano di me non sono mai un granché, tocca togliere dei pezzi e lasciare che qualcuno immagini qualcosa che magari non c’è.

(Scriveva di questo disco e di questa canzone in particolare. Ma per il paragrafo qui sopra non importa).

Mi si nota di più se vado o rimango?

Dopo che Alastair Macaulay ha analizzato sul New York Times la questione di chi arriva in ritardo nei cinema, a teatro, ai concerti, è arrivata una specie di controreplica di William Grimes, che analizza invece i motivi per cui è possibile — se non alle volte consigliabile — mollare il colpo prima che lo spettacolo sia finito.

Wherever films are shown, plays are presented, operas are mounted and rock stars strut the stage, there are unhappy spectators squirming in their seats and working up the courage to bolt. Sometimes it is a lone renegade. More common is the dribbling defection, usually during intermission, when patrons slink away unnoticed, shrugging off the cost of their $200 tickets. On rare occasions, when the relationship between stage and audience breaks down catastrophically, enraged ticketholders stream out the front doors like East Berliners flooding the West when the wall came down.

L’indagine è stata condotta con metodo empirico: postata la domanda sulla bacheca Facebook del giornale e dell’autore dell’articolo, nel giro di 48 ore sono arrivate quasi 500 risposte. Al cinema, per esempio, sembra che le scene violente siano la causa principale dell’uscita dalla sala del pubblico femminile. Le scene di sesso, a parte quella volta di Ryan Gosling e Michelle Williams in Blue Valentine, non rientrano invece tra le casistiche principali.

Nella musica i casi sono diversi. Racconta nell’articolo Alexandra Buescher che una volta se n’è andata dal concerto dei Mazzy Star perché questi iniziarono a inveire per via di problemi tecnici: le urla «cozzavano con la loro musica, che è bella ed eterea» e tanto valeva ascoltarsi il loro cd in macchina. I fan della classica, puristi per definizione, non tollerano l’inganno: e così il lettore Hans Robert ha raccontato di aver abbandonato un concerto del Kronos Quartet perché non poteva sopportare che «parte dell’esibizione fosse pre-registrata».

Ma come si abbandona un’esibizione. Secondo Grimes c’è

an unwritten code to walking out. It’s all right to leave a film at any time, but when there are performers onstage, the polite thing, most respondents agreed, was to wait until intermission. It is particularly bad form to sit through a performance and then dash for the exits before the applause and the curtain calls begin. In the midst of a performance, unhappy customers must weigh their personal misery against the disruption that a walkout would cause, which can be extreme.

Abbandonare un’esibizione rimane uno dei pochi gesti ancora a disposizione del pubblico per mostrare la sua disapprovazione. Ma quello che prima era considerato un gesto normale, e temuto dai performer, ora sta piano piano morendo. Secondo Richard Butsch, autore di “The Making of American Audiences From Stage to Television, 1750-1990”, gli equilibri tra pubblico e performer

began to shift in the mid-19th century. «The performers and the managers began to seek a more upscale audience, which demanded a more respectable place, where their wives and, more important, their daughters could attend,» Mr. Butsch said. «The owners needed to tame the older, wilder audience.» Audiences became more docile as the middle classes learned to revere culture and to regard theatergoing as a quasi-religious rite. «The music concert, the theater performance, these became sacred,» Mr. Butsch said. «You went to pay homage.»

Ma se il desiderio di abbandonare la sala alla fine scomparirà del tutto sarà una perdita, non un guadagno. Ricorda la sua prima fuga Robert Gottlieb, critico del New York Observer:

In 1963, when Susan Strasberg appeared in Franco Zeffirelli’s period staging of “The Lady of the Camellias.”

«It was terrible,» he said. «She had no voice, she had no diction, she had no range. My wife and I looked at each other and decided we could not listen to that voice for another instant.»

They got up. They left. It felt good.

(foto: Richard Manuel and Robbie Robertson in men’s room, Bob Dylan Tour 1974, Denver, Colorado (c) Barry Feinstein)

Solo per prendere appuntamenti.

Di ritorno dalle ferie sono solidale — almeno fino ad un certo punto — con la professoressa che ha stabilito una policy piuttosto stringente sulle email che gli studenti possono inviarle:

E-mail: You should only use email as a tool to set up a one-on-one meeting with me if office hours conflict with your schedule. Use the subject line “Meeting request.” Your message should include at least two times when you would like to meet and a brief (one-two sentence) description of the reason for the meeting. Emails sent for any other reason will not be considered or acknowledged. I strongly encourage you to ask questions about the syllabus and assignments during class time. For more in-depth discussions (such as guidance on assignments) please plan to meet in person or call my office. Our conversations should take place in person or over the phone rather than via email, thus allowing us to get to know each other better and fostering a more collegial learning atmosphere.

Digitalizzali.

Simon Chaplin, direttore della biblioteca della galleria londinese Wellcome Collection, interviene sul Guardian a proposito delle virtù — e secondo lui dei pochi vizi — della digitalizzazione del patrimonio librario.

By embracing the opportunities digitisation offers to give more people more access to more books, libraries are ensuring that no one company or organisation can exert a monopoly. By making digitised books freely available, they ensure that no other library is disadvantaged and that there are as few obstacles to access as possible. Well-planned, collaborative digitisation can allow libraries to share the burden of preservation so we don’t all end up jealously hoarding the same dwindling stock of physical books.

(photo Christian Senger via Flickr)

Dal mondo, del mondo, quelle cose lì.

World music. Oppure: visione tipicamente occidentale di cosa sia la world music. Del resto anche Toto Cutugno da Amoeba dischi è world music. Ancora: musica dal mondo (musica del mondo?) filtrata dalle orecchie di chi si considera il centro (al centro?) del mondo; in un certo senso adattata a questo fittizio centro del mondo, come si adattano i dialoghi delle serie tv al paese in cui vengono trasmesse.

Possiamo stare qui ore a discutere della world music così come negli anni ’80 la Real World di Peter Gabriel l’ha resa famosa. Ma è tempo sprecato, per capirlo basterebbe mettere su uno qualunque dei dischi del suo catalogo.

Io, nel frattempo, l’ho ordinato.

Houston, potremmo avere un problema.

C’è un bell’articolo di Alex Lawson sull’Independent che mette in evidenza quello che gli operatori del settore sanno già da un po’ sul ritorno del vinile. Sintetizzabile come segue. Prima per stampare un disco in vinile ci voleva un mese. Adesso, casua l’enorme richiesta, ce ne vogliono tre: un tempo che fa saltare i nervi delle case discografiche, costrette a rimettere mano al release plan, e ai fan che devono attendere per avere il prodotto tra le mani. Come sottolinea anche uno dei promotori del Record Store Day — spesso citato come causa di questi picchi di produzione, dove le major la fanno da padrone a discapito delle indipendenti e delle etichette più piccole, come ha evidenziato Kudos, uno dei maggiori distributori musicali independenti — per le case discografiche il problema è duplice: o stampare più pezzi, rischiando di avere invenduti sul groppone, o al contrario stamparne meno con il rischio di non avere scorte sufficienti e di non riuscire a fare un re-stock in tempi brevi.

I dischi, poi, sono stampati sulle stesse macchine di quarant’anni fa: i costi per quelle nuove sono proibitivi e nessuno se la sente di investire. Per fare un esempio concreto anche la GZ, pressing plant ceca tra le più grandi al mondo, per aumentare la produzione ha acquistato delle vecchie presse. D’altronde, come sottolinea Shane Whittaker (co-fondatore di Curved Pressings) nel citato articolo sull’Independent, fino a che si riesce ad essere fiorenti sul mercato e ad assumere gente va tutto bene, ma si deve considerare che quella del vinile è «un’industria che non esiste quando si va a parlare con un direttore di banca».

Questa situazione rischia di avvitarsi su se stessa. Aumentando la richiesta c’è il rischio che la produzione cresca a dismisura, portando ad un innalzamento del prezzo dei dischi. Che, a quel punto, non si sa se verranno ancora acquistati dalle nuove generazioni, cresciute con la musica de-materializzata ma le uniche (tolte le nicchie di affezionati) che, riscoprendo il piacere del possesso di un oggetto fisico, hanno influito sui grandi numeri delle vendite.