Mi si nota di più se vado o rimango?

Dopo che Alastair Macaulay ha analizzato sul New York Times la questione di chi arriva in ritardo nei cinema, a teatro, ai concerti, è arrivata una specie di controreplica di William Grimes, che analizza invece i motivi per cui è possibile — se non alle volte consigliabile — mollare il colpo prima che lo spettacolo sia finito.

Wherever films are shown, plays are presented, operas are mounted and rock stars strut the stage, there are unhappy spectators squirming in their seats and working up the courage to bolt. Sometimes it is a lone renegade. More common is the dribbling defection, usually during intermission, when patrons slink away unnoticed, shrugging off the cost of their $200 tickets. On rare occasions, when the relationship between stage and audience breaks down catastrophically, enraged ticketholders stream out the front doors like East Berliners flooding the West when the wall came down.

L’indagine è stata condotta con metodo empirico: postata la domanda sulla bacheca Facebook del giornale e dell’autore dell’articolo, nel giro di 48 ore sono arrivate quasi 500 risposte. Al cinema, per esempio, sembra che le scene violente siano la causa principale dell’uscita dalla sala del pubblico femminile. Le scene di sesso, a parte quella volta di Ryan Gosling e Michelle Williams in Blue Valentine, non rientrano invece tra le casistiche principali.

Nella musica i casi sono diversi. Racconta nell’articolo Alexandra Buescher che una volta se n’è andata dal concerto dei Mazzy Star perché questi iniziarono a inveire per via di problemi tecnici: le urla «cozzavano con la loro musica, che è bella ed eterea» e tanto valeva ascoltarsi il loro cd in macchina. I fan della classica, puristi per definizione, non tollerano l’inganno: e così il lettore Hans Robert ha raccontato di aver abbandonato un concerto del Kronos Quartet perché non poteva sopportare che «parte dell’esibizione fosse pre-registrata».

Ma come si abbandona un’esibizione. Secondo Grimes c’è

an unwritten code to walking out. It’s all right to leave a film at any time, but when there are performers onstage, the polite thing, most respondents agreed, was to wait until intermission. It is particularly bad form to sit through a performance and then dash for the exits before the applause and the curtain calls begin. In the midst of a performance, unhappy customers must weigh their personal misery against the disruption that a walkout would cause, which can be extreme.

Abbandonare un’esibizione rimane uno dei pochi gesti ancora a disposizione del pubblico per mostrare la sua disapprovazione. Ma quello che prima era considerato un gesto normale, e temuto dai performer, ora sta piano piano morendo. Secondo Richard Butsch, autore di “The Making of American Audiences From Stage to Television, 1750-1990”, gli equilibri tra pubblico e performer

began to shift in the mid-19th century. «The performers and the managers began to seek a more upscale audience, which demanded a more respectable place, where their wives and, more important, their daughters could attend,» Mr. Butsch said. «The owners needed to tame the older, wilder audience.» Audiences became more docile as the middle classes learned to revere culture and to regard theatergoing as a quasi-religious rite. «The music concert, the theater performance, these became sacred,» Mr. Butsch said. «You went to pay homage.»

Ma se il desiderio di abbandonare la sala alla fine scomparirà del tutto sarà una perdita, non un guadagno. Ricorda la sua prima fuga Robert Gottlieb, critico del New York Observer:

In 1963, when Susan Strasberg appeared in Franco Zeffirelli’s period staging of “The Lady of the Camellias.”

«It was terrible,» he said. «She had no voice, she had no diction, she had no range. My wife and I looked at each other and decided we could not listen to that voice for another instant.»

They got up. They left. It felt good.

(foto: Richard Manuel and Robbie Robertson in men’s room, Bob Dylan Tour 1974, Denver, Colorado (c) Barry Feinstein)

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