Agosto 30, 2014

E poi leggiamo gli oroscopi

Matthew Ingram su Gigaom scrive un articolo in risposta a quello di David Sessions su Patrol. Entrambi discutono dello stato del giornalismo ai tempi nostri. Tra i due, la tesi disfattista è portata avanti da Sessions. Il quale scrive che il giornalismo serio e i bei pezzi ai tempi di internet

non sono scomparsi, ma si sono mischiati in modo indifferenziato a una moltitudine di ‘contenuti’ cinici, inutili, noiosi e che fanno perdere tempo, molti dei quali difficilmente possono essere considerati scritti. Il New York Times e ViralNova ci sembrano la stessa cosa nella timeline di Facebook. Come risultato, il giornalismo che una volta aveva una certa considerazione estetica di sé, anche online, ora ci sembra non avere altra scelta che scimmiottare i contenuti cosiddetti «advertising-driven».

Qui il riferimento è fin troppo evidente non tanto ai contenuti in sé, quanto piuttosto al modo con il quale questi contenuti vengono promossi. Il fenomeno è quello del click-baiting: condivisioni e annunci (spesso sponsorizzati) che hanno come unico obiettivo quello di veicolare il potenziale lettore sul mezzo attraverso un sensazionalismo quasi ingannevole . Chiunque abbia frequentazione con i social network vede apparire più volte all’ora annunci che funzionano da esca: facendo intravedere chissà quale notizia dietro al link, invitano il potenziale lettore a cliccare per portarlo nella stra-grande maggioranza dei casi a siti con liste, o con notizie che notizie non lo sono. L’importante è raggiungere l’obbiettivo: aumentare le visite. E vedremo se la battaglia intrapresa da Facebook contro questi post darà i suoi frutti. Continua Sessions:

se una volta il paesaggio dei media in rete era popolato da testate che avevano stili, modelli di traffico e linee editoriali uniche, ora queste hanno oltrepassato il loro obiettivo e sono diventate ciascuna una differente versione della stessa cosa: tutti devono occuparsi di tutto, a prescindere che riescano o meno ad aggiungere valore ad una storia, e devono gridare al lettore per riuscire a rimanere in piedi e non essere travolti dalla valanga di ‘contenuti’ che sgorga all’interno dei nostri feed.

L’argomento ha una sua consistenza. Non sto qui a fare un’analisi dello stato del giornalismo su internet perché non credo di averne le competenze necessarie; altri — compresi i due articoli che qui si stanno citando — lo hanno fatto (e altri ancora lo faranno) meglio di me. Però è innegabile che, al giorno d’oggi, non solo i siti che fanno content curation devono cercare di guidare il lettore nel mare-magnum di informazioni non-informazioni e di storie-non storie (e, possibilmente, devono farlo senza ingannare: leggi i click-bait di cui sopra); ma anche i lettori stessi, nell’orientarsi verso questo o quell’altro curatore di contenuti, devono di fatto effettuare una scelta, devono fare una selezione e avere gli strumenti per capire cosa è giornalismo da cosa no.

Val la pena spendere due parole anche sulla risposta di Ingram — che per contro è una visione ottimista della questione. Scrive Ingram che il giornalismo tradizionale, indicato per semplificare con la cara e vecchia carta stampata, è sempre stato un mix di differenti contenuti. E che a fianco degli articoli seri, dei reportage, delle storie ben scritte e delle notizie ben date, vivevano anche contenuti inutili e che facevano perdere tempo al lettore — per citare il pezzo di Sessions. Insomma

criticare BuzzFeed perché pubblica liste — o Vice perché racconta la pop culture, o Gawker perché gossip, o Vox perché ha pubblicato un elenco di domande-risposte per spiegare Gwyneth Paltrow — è come osservare un giornale cartaceo e lamentarsi degli oroscopi, delle advice column e dei fumetti. Dov’è tutto questo grande giornalismo? La realtà è che le storie investigative e i grandi scoop dei giornali cartacei che tutti si ricordano solo sono una frazione di una percentuale del totale dei contenuti. È così da sempre.

Vero. Inutile fare di tutta l’erba un fascio, o lamentarsi di come si sta ora rimpiangendo i cari e vecchi tempi. Il giornalismo di qualità, le belle storie, l’ottima cura dei contenuti esistono in rete e i casi sono molti. Però è anche vero che quotidianamente si perde tempo a districarsi tra chi promette di svelare l’impossibile o cerca a tutti i costi di aggiungere un click al suo contatore prospettando la più grande scoperta del secolo — deludendo puntualmente.
Che anche la carta sia piena di articoli-spazzatura non è, infine, un buon motivo per accettarli anche in rete. Posto che per qualcuno gli oroscopi possano essere più interessanti della cronaca politica, o di un reportage dall’Iraq — sembra impossibile, ma probabilmente è così —, io credo che questa invasione di «contenuti che fanno perdere tempo» lamentata da Sessions possa anche essere un ultimo disperato treno che il giornalismo tradizionale non può permettersi di perdere: quello per acquistare valore rispetto alla rete. Internet è pieno di contenuti inutili? Noi allora offriamo contenuti utili. Intelligenti. Ben fatti. Ma come la carta possa sopravvivere ai tempi del tutto e subito internettiano — che non sono arrivati oggi, e nemmeno ieri — è un tutt’altro argomento.

Quanto agli inganni promossi dal giornalismo tradizionale. Gli oroscopi e il gossip sono pubblicati in quasi tutti i grandi giornali del mondo, spesso e soprattutto anche in quelli più insospettabili: chiunque si sia voluto fare del male nelle settimane agostane acquistando pacchi di quotidiani italiani se ne sarà reso conto. Nessuna di queste testate, però, ha (ancora) strillato al lettore in prima pagina: «Caro Vergine, acquista una copia e ti diremo se morirai oggi».

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