Settembre 9, 2014

Sulla copertina ci sono dei bambini che corrono in cerchio

A costo di attirarmi le ire di molti di voi, e risultare molto più snob di quanto in realtà sia, dico: esiste un’insopportabile retorica su Lucio Battisti. Ogni volta che si parla della sua produzione musicale — coincidente per i più agli anni del sodalizio con Mogol — avverto qualcosa di poco obiettivo. Credo che il perché di tutto ciò sia facilmente spiegabile da uno di quegli studi sull’impatto che la musica ascoltata in giovane età ha su di noi per il resto della vita. Nel caso di Lucio Battisti questo impatto coinvolge due-tre generazioni: i ragazzi all’epoca di Battisti, che hanno vissuto quel periodo in prima persona; i figli di questi, che han trascorso le estati (e le altre stagioni, in generale) ad ascoltare in macchina le cassette dei genitori già all’epoca immersi nella malinconia; e, probabilmente, anche i figli di questi figli.

Oggi sono passati 16 anni dalla morte di Lucio Battisti, una colonna portante della musica italiana al netto della retorica. E sarebbe bello che qualcuno ci provasse, ogni tanto, ad analizzarlo oltre questa retorica: ormai — e per fortuna — non esistono più nemmeno quelli lo accusavano di fascismo — cioè una delle balle più colossali su Lucio Battisti che si siano sentite in Italia, e purtroppo le abbiamo sentite per molto tempo.

E comunque: oggi che sono 16 anni che Lucio Battisti è morto, accanto a Fiori rosa fiori di pesco e a tutto il resto della produzione più famosa, provate ad ascoltare anche altro. Non dico i dischi ostici fatti con Pasquale Panella; no, potete rimanere sempre nell’éra Mogol e ripescare questo classico. Un disco che puntualmente riceve citazioni in lavori di altri, entra nelle posizioni alte delle classifiche sui migliori dischi italiani di sempre ed è dichiarato tra le influenze di personaggi anche insospettabili. E un disco con il quale Battisti intendeva

stimolare chi mi ascolta a fare attenzione a ciò che sta succedendo, a ciò che accade nel momento in cui si ascolta un brano non perché questo sia piacevole, ma perché ascoltare significa qualcosa: e ascoltare con attenzione, magari rimettendo il disco daccapo perché non si è capito, magari facendo irritare chi non è riuscito ad individuare al primo ascolto una parola, è un’operazione stimolante, coinvolgente; è il modo che ho scelto per comunicare con gli altri, per essere presente in mezzo agli altri, per essere quello che dà il pretesto, lo spunto ad un’azione, ad un’operazione.

Anima latina non contiene canzoni da cantare a squarciagola. Ma ha più idee di quante ne abbia espresse il resto della musica (mainstream?) italiana, prima e probabilmente dopo.

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