«Seicentosessantasei»

In un lungo articolo per il Corriere della Sera [5.09.2014], che ho avuto modo di recuperare grazie al lavoro di Giorgio Dell’Arti che l’ha ripubblicato nel Foglio rosa del lunedì [8.09.2014], Aldo Busi indaga la morte della letteratura contemporanea nell’epoca dei social network, dove per letteratura s’intende un testo che «non è mai saggio o una narrazione storica, di fonte documentale o fittizia che sia, ma un romanzo, un romanzo contemporaneo […] scritto non solo da uno scrittore, ma da un uomo che al contempo sia un uomo libero […] da barriere di rispetto e da autocensure che non siano quelle inerenti l’estetica del linguaggio e dell’economia dell’opera in sé per sé». Questa morte non risiederebbe tanto nella qualità dei testi prodotti, ma ricadrebbe piuttosto nella ricezione stessa del testo che, all’epoca dei social network, secondo lo scrittore corrisponde ad un «oblio incorporato» alla testo stessa; l’opera — scrive Busi — «non dura più di un tweet, e sarà numericamente infinitamente meno letta e presa in considerazione di un hashtag».

Al termine dell’analisi, Busi fornisce alcuni aneddoti sulla promozione televisiva di alcuni suoi lavori del passato, aggiornando le cifre ai tempi nostri, e cioè ai tempi descritti fin lì nel suo articolo:

La prima volta che andai in televisione a promuovere un mio romanzo fu nel 1985 per Vita standard di un venditore provvisorio di collant e mi fu chiesto quanti erano secondo me in Italia i lettori che avrebbero potuto leggerlo, s’intende fino in fondo e comprendendolo. Risposi di getto, «Diecimila», e il presentatore restò basito, si aspettava che sparassi una risposta tipo «Un milione» o addirittura «Chiunque», in fondo ero lì per fare promozione a man bassa, non per scoraggiare; a metà anni Novanta ebbi modo di dichiarare che erano scesi a cinquemila e che ormai si trovava difficile persino Seminario sulla gioventù, intendo dire che persino gente laureata in lettere cominciava a trovare difficile, anzi, ostico, al di là della personale attrazione o repulsione, un testo che avrebbe potuto e saputo leggere fino in fondo, almeno capendolo se non proprio sentendolo, chiunque avesse fatto le scuole medie negli anni Sessanta; oggi, oggi che più a nessuno salterebbe in mente di porre una domanda simile a uno scrittore ospite a un talk show, risponderei «Seicentosessantasei», tanto per gradire e perché la televisione vuole le sue risposte un po’ a effetto, ma anch’io penserei, «Venticinque», e non uno di più.

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