Terrorismo pornografico.

Con l’espressione «money-shot» si intendono, in ambito cinematografico, quelle scene che sono costate in proporzione molto più di ogni altra, o che si ritengono memorabili a tal punto da far dipendere da esse tutto il potenziale commerciale di una pellicola. Nel mondo dei filmati pornografici, «money shot» viene poi utilizzato come eufemismo per indicare la scena finale di un rapporto sessuale, quella che solitamente culmina con l’eiaculazione maschile.

La definizione è utile a Simon Cottee, che sull’Atlantic studia le analogie esistenti tra i filmati pornografici e quelli prodotti dai terroristi di matrice jihadista. Scrive Cottee che l’odio per gli stili di vita e per la produzione tipicamente occidentale che i jihadisti proclamano non ha impedito loro di studiare le tecniche di comunicazione tipiche dell’occidente; né il mondo del porno. A supporto di questa tesi, cita la quantità di materiale pornografico ritrovata nel rifugio dove si nascondeva Osama Bin Laden.

Il mondo dei filmati porno, scriveva Martin Aimis in un saggio pubblicato anni fa, si divide in due grandi categorie: features e gonzo. Laddove i primi «non ti mostrano due che stanno scopando, ma ti mostrano anche perché stiano scopando», nei secondi ogni contesto e tentativo di costruzione di una storia viene sacrificato per mostrare solo due che scopano. Secondo Cottee anche

i video della violenta propaganda jihadista possono essere classificati in features e gonzo, dove i primi hanno descrizioni di violenza narrativamente ricche e orientate ad un obiettivo, mentre i secondi mettono in mostra in maniera cruda le distruzioni e le uccisioni.

Della prima categoria, secondo il giornalista americano, fanno parte i video di martiri che venivano prodotti in Palestina a metà degli anni Novanta. Questi filmati, scrive, erano solitamente lunghi anche più di un’ora, e seguivano un canovaccio narrativo incentrato sulla rivincita, dove il debole ma virtuoso alla fine trionfava sul potente ma ingiusto. Le produzioni gonze, invece, sono più recenti. Cottee attribuisce la loro origine in Iraq, a partire dalla seconda invasione americana (2003). Sono filmati corti (spesso anche di pochi secondi), prodotti con poco budget, girati con una sola telecamera e montate in maniera rudimentale, secondo l’aurea amatoriale tipica del mondo del porno gonzo. Non contestualizzano, ma si limitano a mostrare solo la scena «money-shot»: «Mostrano attacchi alle forze governative americane o irachene, ma senza preoccuparsi di spiegare perché questi attacchi stiano avvenendo».

Anche i filmati gonzo

sono celebratori, ma l’oggetto della celebrazione non sono la vita umana e il suo passaggio verso il paradiso; piuttosto è la morte umana, o più morti umane. Ci sono un deliberato sadismo e la glorificazione della distruzione fine a se stessi. In alcuni di essi, si può sentire la voce estasiata del cameramen, proprio come succede all’inizio e alla fine dei filmati pornografici amatoriali.

Secondo Cottee lo stesso Isis — l’autoproclamato Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, il temibile Califfato — negli ultimi mesi ha spinto molto nel far girare una forma di propaganda amatoriale violenta, fatta di fotografie di corpi martoriati e di filmati delle esecuzioni dei soldati americani e statunitensi con le videocamere dei telefonini. Prodotti e distribuiti dagli stessi guerriglieri, questi che Cottee definisce come «materiale macabro in maniera nauseante» rappresentano «la forma più pura di gonzo».

La novità di questi video, sottolinea Cottee, non sta più nella sola violenza, ma nell’umiliazione — secondo la definizione che lo storico Walter Laqueur diede di «barbarizzazione del terrorismo», dove il nemico non dev’essere più solo distrutto, ma deve mostrare il tormento della sua sofferenza. Se una quarantina di anni fa l’esperto di terrorismo Brian M. Jenkins ribadiva la teatralità del terrorismo stesso, nessuno poteva prevedere quanto diventasse «diffuso e grottescamente pornografico questo teatro, e quando radicalmente gonzi i gruppi che lo portano in scena».

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