Eccezione culturale?

Rispondendo al lettore Gianni Colombo, che dalla rubrica delle lettere lamentava un utilizzo troppo frequente di termini inglesi che pure possiedono un loro equivalente in italiano negli articoli dei giornali («trend», «brand», «performance» ecc), Sergio Romano sul Corriere della Sera 27.09.2014, p.55] scrive che

i giornali devono difendere il buon uso della lingua nazionale, ma sono i cronisti della società contemporanea e non possono ignorarne l’evoluzione.

Poi compie un excursus sulle lingue che, nel tempo, hanno avuto la funzione di essere lingue del mondo:

Per molto tempo è stata il latino, ma dal XVII secolo ai giorni nostri la lingua veicolare è quella del Paese che esercita sul continente una sorta di egemonia politica e culturale: il francese dal Seicento all’Ottocento, l’inglese delle isole britanniche sino alla Seconda guerra mondiale e l’inglese degli Stati Uniti sino ai nostri giorni.

Con buona pace, dunque, del Globish vantato da Matteo Renzi, è la lingua degli Stati Uniti («motore della modernizzazione», scrive Romano) ad essere la nostra lingua globale. Quanto all’abuso di termini inglesi sui giornali, l’ex Ambasciatore italiano a Mosca conclude:

È vero, caro Colombo, che quasi tutte le parole inglesi citate nella sua lettera hanno un equivalente italiano. Ma le parole possono avere significati diversi a seconda del contesto in cui vengono usate e la traduzione letterale, in molti casi, non trasmetterebbe il nuovo significato che la parola ha acquistato nell’uso inglese o americano. Questo fenomeno è troppo importante perché un grande giornale possa ignorarlo. Non sarebbe lo specchio dei tempi.

(foto via Flickr)

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