Stiamo guidando guidando guidando in autostrada

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Nella recensione del bel libro di David Stubbs Future Days: Krautrock and the building of the modern Germany, Houman Barekat fa alcune interessanti osservazioni su uno dei generi musicali sperimentali più famosi provenienti dalla Germania del dopoguerra:

La meravigliosa ed espansiva stranezza del Krautrock era il prodotto di una missione implicitamente politica: soppiantare un suono che era diventato sinonimo di colonizzazione culturale americana con un altro decisemente tedesco. Tutto questo fu un nazionalismo del tutto libero dalla macchia di sciovinismo hitleriano: come sottolinea Stubbs, la celebrazione del sistema autostradale tedesco dei Kraftwerk poteva apparire sinistra agli osservatori degli anni Settanta impantanati in un’atavica germanofobia, ma in realtà riprendeva tradizioni precedenti al nazismo e che con esso non avevano nulla a che vedere, come l’espressionismo tedesco e quell’unità di arte e tecnologia che fu una pietra angolare del movimento Bauhaus.


Il «sistema autostradale tedesco» cui si riferisce Barekat è quello narrato nel celebre disco Autobahn, quarto lavoro dei Kraftwerk e brano omonimo tra i più rappresentativi (se non il più rappresentativo) dell’intero genere Krautrock. Al disco Ernest Assante e Gino Castaldo hanno dedicato un’intera scheda del libro 33 dischi senza i quali non si può vivere (Einaudi 2007). Dove della traccia che dà il titolo all’album scrissero:

Quel pezzo mise a soqquadro l’universo pop, e una versione singola, ovviamente accorciata, arrivò a spopolare anche nelle radio di tutto il mondo. Per la prima volta il mondo della musica fu costretto a parlare in tedesco, affascinato dalla robotica dizione con cui il disco trasmetteva: «Wir fahr’n fahr’n fahr’n auf der Autobahn» («Stiamo guidando sull’autostrada»), nulla di più semplice, quasi tautologico. Il pezzo mescolava rumori concreti, tastiere, sintetizzatori, percussioni elettroniche e voci umane. «Wir fahr’n fahr’n fahr’n auf der Autobahn» era l’ostinata sentenza. E del resto il pezzo iniziava in modo rudimentale: la portiera di un’automobile che si apre, un motorino d’avviamento, un motore che parte e una macchina che si muove. Fin qui tutto bene, ma poco dopo la vettura si immette nell’autostrada e salta su un altro piano di realtà. Tutto diventa elettronico, compreso il paesaggio, sinistri sibili ci avvertono che ci sono macchine che sfrecciano, un ritmo elettronico cattura e guida l’auto nella carreggiata, la introduce nel flusso costante, un placido motivetto sintetico allarga l’orizzonte.

Per capire cosa sia stato il Krautrock — qualcosa che al suo interno racchiudeva musiche tra loro anche molto differenti: i Kraftwerk erano il lato più elettronico, laddove i Can quello dalle sonorità più calde e i Neu e i Faust quello dalle ritmiche più cicliche — si può partire da questo omonimo brano dei Faust:

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