Archivio mensile:Settembre 2014

Yorke su BitTorrent.

Thom Yorke dei Radiohead ha creato scompiglio in un noiosissimo venerdì pomeriggio annunciando a sorpresa la pubblicazione del suo nuovo album Tomorrow’s Modern Boxes. Il disco è disponibile in due versioni: una digital only per 6 dollari e una in vinile deluxe + digital a 30. La sua distribuzione, per la versione digitale, è affidata a Bit Torrent.

Yorke spiega l’esperimento così:

As an experiment we are using a new version of BitTorrent to distribute a new Thom Yorke record.
The new Torrent files have a pay gate to access a bundle of files..
The files can be anything, but in this case is an ’album’.
It’s an experiment to see if the mechanics of the system are something that the general public can get its head around. If it works well it could be an effective way of handing some control of internet commerce back to people who are creating the work.
Enabling those people who make either music, video or any other kind of digital content to sell it themselves.
Bypassing the self elected gate-keepers.
If it works anyone can do this exactly as we have done.
The torrent mechanism does not require any server uploading or hosting costs or ’cloud’ malarkey.
It’s a self-contained embeddable shop front…
The network not only carries the traffic, it also hosts the file. The file is in the network.

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L’euforia temporanea della caffeina.

caffeina

Non ci avevo mai pensato prima, ma probabilmente sono un buon consumatore di caffeina. La mattina appena sveglio bevo 1,5/2 tazze di caffé americano che, a dispetto di quanto si pensi, non è detto che contenga meno caffeina di un espresso. Poi altri due caffé al bar nel corso della mattinata e infine uno subito dopo pranzo. Difficilmente bevo caffé dopo le 17 del pomeriggio, a meno che non voglia passare una nottata in compagnia dell’insonnia.

Come tutti ho sempre creduto che la caffeina tenesse svegli, aumentasse la reattività del nostro cervello e oliasse i nostri meccanismi interni tendenti piuttosto all’ozio. Insomma, che servisse per ottenere uno stato, seppur temporaneo, di euforia. Mi sbagliavo: la sensazione positiva che i consumatori abituali di caffeina provano dopo aver bevuto un caffé è quella che provano abitualmente tutti coloro i quali non la assumono. La differenza è che, in chi beve regolarmente caffé, questa sensazione è a brevissimo termine. Lo spiega bene su LinkedIn Travis Bradberry, riportando una ricerca della Johns Hopkins Medical School:

By controlling for caffeine use in study participants, John Hopkins researchers found that caffeine-related performance improvement is nonexistent without caffeine withdrawal. In essence, coming off caffeine reduces your cognitive performance and has a negative impact on your mood. The only way to get back to normal is to drink caffeine, and when you do drink it, you feel like it’s taking you to new heights. In reality, the caffeine is just taking your performance back to normal for a short period.

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La lingua degli scudieri.

Ricordando lo «scontro politico e culturale» che anima i rapporti tra Don Chisciotte e il suo scudiero Sancho Panza, Giorgio Pressburger [Corriere della Sera, 25.09.2014 p.33] fa un parallelo tra il linguaggio usato nel libro di Cervantes e quello che domina il mondo mediatico-politico. Nel linguaggio della comunicazione, che riguarda tanto i giornali tradizionali quanto il mondo della rete (blog, social network)

una notizia viene «citofonata» dai giornali, il tale ha il «cervello in acqua», si «uccide il vitello grasso», si «mena il can per l’aia», il presidente «bacchetta» il primo ministro, la tale legge è uno «schiaffo» alla destra (o alla sinistra).

Ma è nel mondo della politica, secondo Pressburger, che l’uso di un linguaggio sensazionale e pieno di metafore produce i danni maggiori:

Pare che i consiglieri degli uomini politici non facciano altro che studiare i dizionari dei proverbi e dei modi di dire, nell’intento di far comunicare o nascondere meglio i pensieri dei loro capi. Perché l’uso di un linguaggio simile non mira a trasmettere qualcosa, ma a fare spettacolo. I cittadini diventano spettatori. Da incuriosire, intrattenere, divertire e spesso fuorviare.

La soluzione secondo Pressburger? Trovare tra i ministri dei Don Chisciotte

cui tutt’un popolo potesse fare, mutati i tempi e i caratteri, da scudiero.

Arancia Meccanica, illustrata.

The Folio Society è una casa editrice che da 70 anni si occupa di ristampare alcuni classici in forma pregiata, corredandoli di illustrazioni e introduzioni d’autore. Per la nuova edizione di Arancia Meccanica di Anthony Burgess ha coinvolto lo scrittore scozzese Irwine Welsh e l’illustratore Ben Jones.

Nel video, Ben Jones — che ha detto di non aver voluto rivedere l’omonimo film di Stanley Kubrick per non farsi influenzare — afferma

I like the idea of my work having a bit of subtle menace to it, something that sort of exists outside of the frame, something that makes you feel a bit jittery

Alcune illustrazioni sono state pubblicate sul sito Dangerous Mind. Questa nuova edizione di Arancia Meccanica include anche il celebre 21esimo capitolo, omesso in tutte le edizioni statunitense pubblicate prima del 1986, e una versione espansa del glossario Nadsat ideato dallo stesso Burgess.

Una delle illustrazioni di Ben Jones per la nuova edizione di Arancia Meccanica

Una delle illustrazioni di Ben Jones per la nuova edizione di Arancia Meccanica

L’arte di scrivere gli obituary.

La differenza tra un obituary e un necrologio è, giornalisticamente parlando, grande. Quando in Italia muore un personaggio famoso o una persona celebre si pubblicano i necrologi; quando questo qualcuno è particolarmente famoso o particolarmente celebre, si tirano fuori dai cassetti i cosiddetti «coccodrilli»: pezzi celebrativi che ripercorrono le tappe principali del defunto. Nei giornali di area anglosassone non esistono i coccodrilli così come li conosciamo noi. Esistono però gli obituary, che nella cucina di un giornale vengono considerati un mondo a parte, tanto che ci sono giornalisti deputati a fare solo quello — quando da noi, invece, succede che il coccodrillo sia scritto non solo a più mani, ma spesso dalla persona (o da più persone) che lavorano in una determinata redazione, per cui se il defunto era una celebrità nel mondo dello spettacolo saranno i redattori degli spettacoli gli incaricati a tenere aggiornato l’articolo pronto da pubblicare nel momento giusto.

La cosa che in Italia più si avvicina al concetto di obituary è la rubrica settimanale Vite Parallele, che Sandro Fusina tiene sul Foglio di Giuliano Ferrara ogni sabato. Pezzi in cui la persona morta viene raccontata in modo quasi analitico, secco, senza lasciar spazio a emozioni o considerazioni di alcuna sorta. Una specie di racconto enciclopedico, insomma.

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Quando New York ti fa venire nostalgia di Londra

Racconta Bim Adewunmi sul Guardian che la sua avventura con la metropolitana di New York non è stata proprio come se l’era immaginata:

Instead, I have found myself spiralling into hysteria, driven slowly mad by the New York subway. On first appearance, it is like the London underground – trains, tickets, announcements, the crush of bodies. But then, slowly, the entire system reveals itself to you. It is the work of a sadist, cooked up in a fever dream and delivered with a flourish and an unhinged grin. I cannot believe I am about to type these words, but here we are: New York’s Metropolitan Transportation Authority has made me homesick for Transport for London.

Descrivendo se stessa come una ragazza di citta, cresciuta tra due grandi metropoli (Londra e Lagos) e in grado di decifrare in pochi minuti complesse mappe dei trasporti metropolitani, una volta arrivata a New York si è sentita come una «babbea terrorizzata». E ha trovato molte differenze tra la metropolitana di New York e quella di Londra (già di suo una tra le più complesse):

Where in London the Central line (red) is distinct from the Piccadilly (dark blue), which is markedly different from the Hammersmith and City line (pink), New York’s map has designated the same forest green to the 4, the 5 and the 6 lines. The B, D, F and M all rejoice in exactly the same shade of violent orange. And I’m almost entirely certain that the blue of the A, C, and E lines is the last thing you see before death’s sweet embrace. Why would you do this? The whole thing resembles a child’s approximation of a city transit system: it makes no sense.

Ad aggiungere difficoltà ai non newyorkesi, Adewunmi lamenta che sui treni le mappe delle linee non sono posizionate in posti comodissimi:

If you’re lucky, there will be a single, tiny map of the subway, placed at the eye level of a small child, behind a seat that is more often than not occupied by a passenger who must then lean forward and twist their neck to the side to give you access.
If you’re taking too long – because this is a patently ridiculous system and your British brain is short-circuiting at having to work out where the hell the metal contraption you are trapped in is headed – the person sighs, grunts and returns to their original seating position and eyeballs you as if to say: “I gave you a chance. You wasted it.

Alla fine rimane solo una magra consolazione: viaggiare sulla metropolitana a New York costa molto meno che a Londra:

At least it’s cheap,” I say to myself as I rock in the foetal position. “At least it’s cheap.”

(La foto è la controversa mappa della metropolitana di New York disegnata da Massimo Vignelli, tra i più celebri designer italiani, recentemente scomparso).

La libreria di iTunes e quella del mio salotto.

A pagina 51 del Corriere della Sera di oggi [24.09.2014] (a proposito: bene il nuovo formato e la nuova pulizia grafica, peccato solo l’aver mantenuto la carta porosa che sporca i polpastrelli: sarebbe stata meglio quella che usa anche Repubblica) il cantante Mika interviene sulla questione del disco degli U2 dato in omaggio non richiesto a tutti gli utenti di iTunes.

Per Mika ha rappresentato un autogol dell’azienda di Cupertino, che per la prima volta «ha compromesso la fiducia dei suoi clienti». Il paragone fatto è quello tra la libreria di iTunes e la libreria del proprio salotto:

è uno spazio molto personale. Se mi introducessi in casa vostra, lasciassi senza diverlo un libro in mezzo allo scaffale, e ve lo facessi sapere solo in seguito, non solo vi infuriereste ma avrei commesso un atto illegale. La libreria di iTunes non è diversa. Apple può promuovere quello che vuole nello Store, ma la nostra libreria dovrebbe essere protetta […] Agendo in questo modo [Apple] ha fatto la figura del padrone di casa impiccione.

Quanto all’illegalità, fortunatamente si preme di informare i lettori del quotidiano milanese che, diversamente dalle librerie dei salotti

il contenuto acquistato in libreria non è nostro, non come lo erano i cd o i dischi in vinile: lo stiamo solo prendendo in affitto.

Questo perché, come noto, l’acquisto di un brano su iTunes (ma lo stesso vale se il brano è regalato) non rappresenta l’acquisto di un qualcosa di tangibile — seppur in formato liquido — ma solo l’acquisto di una licenza alla esecuzione e riproduzione privata, tra le mura di casa o nelle cuffie dell’iPhone.

Tuttavia l’analisi di Mika tocca anche l’aspetto del futuro della musica a sottoscrizione, seguendo l’esempio dei servizi in streaming. Che non sono condattati dal cantante libanese, ma anzi salutati positivamente come

un ritorno al sistema bibliotecario pubblico, meno polveroso e più rumoroso. In ogni caso quel che scegliamo di conservare nelle nostre librerie private è sacro.

(foto CFRC Library via Flickr)

Leggere i classici

Una volta un tizio che voleva insegnare a me e ad altre persone a scrivere in modo stringato ma elegante, ci consiglio di leggere tantissimo. E tantissimi classici. Lo pensa anche Saket Suryesh, che sull’argomento ha scritto un bel pezzo:

Great literature ought to have, to quote Charles Augustin Sainte-Beuve, “discovered some moral and not equivocal truth, or revealed some eternal passion in that heart where all seemed known and discovered.” Writers should employ eloquence because they want to whisper their truth to you. In this way, the classics are philosophy, with fiction there to illustrate the point. But a classic, contends Italo Calvino, is a book that has never finished to say what it has to say. Don’t we all want to read such a book? Don’t we all want to write such a book?

Sistemi operativi (e sigarette)

Charlie Brooker, con il suo solito stile irriverente, scrive sul Guardian qualche verità circa la dipendenza che tutti (nessuno escluso) abbiamo col tempo sviluppato nei confronti delle tecnologie, e dell’aggiornamento dei sistemi operativi cui queste tecnologie sono soggette (e noi con loro):

Updates are awful. All you want to do is watch TV and rot in your own filth. Instead you spend the evening backing up your phone, downloading a gigantic file and sitting around while your phone undergoes an intense psychological makeover, at the end of which it may or may not function. Often, it takes an hour or more. Fiddly, time-consuming admin – it’s like having to change the water in a fish tank. I can’t be arsed: it’s why I don’t have an aquarium. I’d rather let the fish die.

But if I hold out, gradually nothing will work on my existing phone. They’ll freeze me out by degrees. Cut me out of the club. Plus I’ll miss out on great features such as slightly different icons and a terrifying new form of predictive text that precisely mimics the sensation of talking to an idiot who keeps finishing your sentences for you. (Either my thumbs have grown clumsier, or predictive text in general has grown a lot more aggressive recently. I can’t type anything without it continually popping up to blurt random words on my behalf – it’s like being in the Beastie Boys.)

Fino al paragone più divertente:

Part of the problem is that smartphones are so horribly addictive, as moreish as smoking. The difference between smartphones and cigarettes is this: a cigarette robs 10 minutes from your lifespan, but at least has the decency to wait and withdraw all that time in bulk as you near the end of your life – whereas a smartphone steals your time in the present moment, by degrees. Five minutes here. Five minutes there. Then you look up and you’re 85 years old.

Proprio mentre da un’altra parte si racconta che un grande vecchio, Leonard Cohen, ha ricominciato a fumare. Aveva promesso che l’avrebbe fatto una volta compiuti gli 80 anni: «È l’età giusta per ricominciare», ha detto. A proposito del fatto che fumare ti ruba la vita ma lo fa tutto insieme, verso la fine.

Metti il tuo numero nel mio telefono, il video.

Dopo l’audio, è apparso oggi il video ufficiale del nuovo singolo di Ariel Pink (come scrivevamo, senza gli Haunted Graffitti) Put your number in my phone. Il brano è contenuto in pow wow, l’album che la 4AD pubblicherà il prossimo 18 novembre.

Nel video si vede Ariel vestito al solito in modo kitsch — finta pelliccia e cappello texano in un artificioso verde acqua — spingere un uomo sulla sedia a rotelle in giro per un centro commerciale.