Azzannare la Deutsche Grammophon

In una column per il sito di The Wire Philip Clark ci va giù piuttosto pesante nel giudicare le scelte della Deutsche Grammophon post-acquisizione da parte del gruppo Universal:

The label that once handed you modern composition by Ligeti, Reich, Nono, Stockhausen, Boulez, Kagel, Bernstein and Holliger is now the place you go to hear pretendy, have-a-go composers like Karl Jenkins and Max Richter. Music by Sting, Jonny Greenwood and Bryce Dessner add that de rigueur dose of celebrity, while the label’s star violinist Daniel Hope whores his talents with a dismal concept album: Bach and Fauré juxtaposed against the ambient doodling of Ludovico Einaudi, Gabriel Prokofiev and Michael Nyman, an album he calls Spheres. And there’s more Karl Jenkins; and a piece by the Australian composer Elena Kats-Chernin made famous by an advert for a high-street bank.

Imagine how you’d feel if visiting Tate Modern you found the Rothkos, Matisses and Picassos had been replaced by Athena poster art – this grab bag of boardroom-endorsed recently written music (note I’m avoiding the word ‘new’) rehearses such a scenario. Facing declining CD sales, the Max Hole brain trust decides that the problems are not cultural, but down to presentation – if only conductors didn’t face the wrong way! – and salvation lies with the spectacle of Jenkins (a composer who uses photographs of Mother Theresa as album cover art) and the soundbites of Richter – a composer only as good as the last arpeggio by Eno, Nyman or Glass he has happened to hear.

Che ci sia qualcosa di vero in quello che scrive Clark è indubbio. Ma il giudizio espresso su certi nomi citati nel suo articolo (Max Richter su tutti) è troppo duro. Stiamo pur sempre parlando di chi ha scomposto (e ricomposto) le Quattro Stagioni di Vivaldi rendendole (probabilmente) appetibili ad un pubblico differente da quello tradizionalmente legato alla Deutsche Grammophon. E stiamo sempre parlando dell’etichetta che nella sua serie Recomposed By annovera anche alcuni pregevoli dischetti che hanno contribuito ad avvicinare il mondo dell’elettronica da club a quello della musica classica.

Il discorso, invece, non fa una piega quando cita i nomi mainstream: Sting e Jonny Grenwood, ad esempio. Ma il caso più clamoroso da citare sarebbe stato quello di Tori Amos. Non perché non siano artisti che non avrebbero dovuto trovare spazio su DM. Ma perché quei dischi erano bolsi e insulsi, a dirla senza voler infierire troppo.