Considerazioni su Taylor Swift, 1989 e la musica in streaming.

Taylor_Swift_-_1989

È notizia di ieri che Taylor Swift ha deciso di rimuovere tutta la sua musica da Spotify. I motivi alla base di questa scelta sono probabilmente molti: già in passato, con un op-ed pubblicato sul Wall Strett Journal, l’ex paladina del neo-country ora convertita sulla via delle produzioni luccicanti di Max Martin aveva espresso le sue perplessità circa il modello di business rappresentato dallo streaming musicale. C’entra molto, però, anche la pubblicazione del suo nuovo disco 1989 — che non era ancora apparso su Spotify, seguendo una tendenza in voga tra gli artisti che sulla carta hanno un disco che vende, e cioè quella di aspettare un po’ prima di renderlo disponibile all’ascolto (più o meno) gratuito: l’aveva già fatto la stessa Taylor Swift, e lo avevano fatto anche Beyonce, i Coldplay e Adele. Spiega bene questa tendenza un post di Ben Sisario pubblicato sul blog Artsbeat del New York Times:

Insieme ad una manciata di altri artisti mainstream come Adele, i Coldplay e Beyonce, Taylor Swift ha spesso tolto la sua musica da Spotify per un periodo limitato di tempo dopo la pubblicazione, concedendo i suoi dischi solo dopo una ‘finestra’ di esclusività per la vendita fisica e digitale, che rendono maggiormente in termini di royalties. (E possono anche contribuire a quei grandi numeri di vendite settimanali che tanto fanno vantare l’industria musicale). Il disco più recente di Taylor Swift, 1989, pubblicato lo scorso 27 ottobre, non ha rappresentato un’eccezione, anche se su Spotify era già presente il primo singolo Shake It Off.

C’entra il disco 1989 perché ha fatto un debutto trionfale sul mercato, promettendo di abbattere qualche record. Secondo Billboard 1989 potrebbe battere non solo il record di disco di una cantante donna più venduto in una settimana, superando il milione e 319 mila copie di Ops…I did it again di Britney Spears, ma anche quello di disco più venduto in assoluto in una settimana, primato attualmente detenuto da The Eminem Show di Eminem con un milione e 322 mila copie. 1989 sarebbe anche il primo disco del 2014 potenzialmente candidato a vincere il disco di platino, impresa questa che finora non è ancora riuscita a nessuno, preoccupando vari esperti ed analisti di discografia. Normale quindi che Taylor Swift (o chi per lei: il New York Post vocifera che il ritiro del catalogo da Spotify serva a far crescere il valore dell’etichetta Big Machine, che il suo boss Scott Borchetta vorrebbe vendere per 200 milioni di dollari) voglia quindi sfruttare un traino commerciale che per forza di cose — non da ultimo: per forza di guadagni — il disco non avrebbe se fosse presente su Spotify. La cosa curiosa, tuttavia, è che nessuno ha fatto notare come 1989 non sia stato ritirato da tutte le piattaforme online, ma che resista ancora su altre meno utilizzate come Rdio o Beats di Apple.

La risposta di Spotify, con un comunicato un po’ ironico e un po’ da ‘mani in avanti’, è arrivata nella tarda serata di ieri sul blog ufficiale della compagnia, ed è stata accompagnata da un playlist creata ad hoc nella quale sono inseriti brani che dovrebbero convincere l’artista a ripensarci:

Amiamo Taylor Swift, e i nostri oltre 40 milioni di utenti la amano ancora di più — quasi 16 milioni tra loro hanno ascoltato una sua canzone negli ultimi 30 giorni, e la sua musica è presente in oltre 19 milioni di playlist. Speriamo che cambi idea e si unisca a noi nella costruzione di una nuova economia della musica che funzioni per tutti. Crediamo che i fans debbano avere la possibilità di ascoltare la musica dove e quando vogliono, e che gli artisti hanno l’assoluto diritto di essere pagati per il loro lavoro e protetti dalla pirateria. Per questo paghiamo quasi il 70% dei nostri guadagni alla comunità musicale.

(Apro un inciso: per «comunità musicale» non intendete gli artisti: forse Spotify paga il 70% alle etichette; chi lo sa, poi, quali sono i contratti tra le etichette e gli artisti, dunque quanto gli artisti realmente guadagnano. Chiuso l’inciso, che ho già comunque spiegato altre volte: si veda il punto 3 di questo post).

La scelta di Taylor Swift (che non è l’unica artista ad aver ritirato, polemicamente o meno, la sua musica da Spotify) ha innescato un dibattito in rete che non si era visto nemmeno ai tempi delle critiche mosse da David Byrne o da Thom Yorke. Al di là delle scelte che coinvolgono più direttamente il music business, qualcuno ha iniziato a prendere in considerazione un altro aspetto. Quello della precarietà della musica non tanto digitale, quando in streaming. L’ha fatto, e molto bene, Robinson Meyer sull’Atlantic:

Spotify e gli altri servizi di streaming musicale rendono facile ascoltare nuova musica, ma rendono anche l’ascolto precario. La musica appare e scompare costantemente dai servizi. Se una traccia è nella tua libreria oggi, lo sarà anche settimana prossima o l’anno prossimo? Oppure sarà marcata come ‘non disponibile’ o cancellata del tutto? La convenzionale storia della musica digitale afferma che Apple ha rappresentato la rovina di Napster e degli mp3 illegali non con le azioni legali ma col design. Le prime versioni di iTunes rendevano semplice l’acquisto di musica. Anziché scrollare lunghi ed oscuri elenchi di file su dei server da qualche, si cliccava sulla semplice interfaccia grafica e si scaricava ciò che si desiderava. Spotify ora domina il mercato perché è stupidamente facile. Lo apri per la prima volta, inserisci il tuo indirizzo email e puoi ascoltare un’enorme percentuale di tutta la musica registrata dall’uomo. Moltissimi ascoltatori di musica digitale hanno adottato il servizio, ma credo che col passare del tempo molti di loro rimpiangeranno la stabilità delle loro vecchie librerie di mp3. Alcuni, scommetto, le hanno già rimpiante. Tu crei una playlist negli anni del college con alcuni brani di Taylor Swift, e ti aspetti di trovarli lì (tra Usher e gli One Direction) quando la riapri un paio di anni dopo. Ma l’unico modo per i consumatori di assicurarsi questo livello di stabilità è quello di comprare ancora la musica. Possedere completamente la musica, anziché noleggiarla attraverso un servizio di streaming, sul lungo termine è meglio sia per gli ascoltatori che per gli artisti. In realtà, sarebbe meglio per chiunque tranne che per Spotify. Ma i consumatori valuteranno tutte le opzioni e compreranno questa volta 1989? Questa è un’altra storia — anche se Taylor Swift spera che dicano di sì.

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