La parola definitiva su Taylor Swift vs Spotify

Taylor_Swift_-_1989Sul caso, già ampiamente [1] analizzato [2], di Taylor Swift che ha deciso di togliere la sua musica da Spotify, la parola definitiva l’ha forse scritta Bill Wyman su Vulture, in un articolo che ha fatto in breve tempo il giro della rete:

Il disco ha venduto 1,2 milioni di copie nella prima settimana (il risultato più alto in oltre 10 anni). L’incasso lordo dovrebbe essere intorno ai 12 milioni di dollari. I pagamenti di Spotify sono quasi impossibili da calcolare, date le variabili su come il servizio funziona, ma è verosimile che Taylor Swift avrebbe guadagnato qualche migliaio di dollari per ogni mille streaming sulla piattaforma. La conclusione è ovvia: Swift è un genio. Il cd continua a vivere!

È corretta questa analisi? No.

Secondo Wyman, i veri dati da analizzare sono altri:

Il vero confronto [da fare] non è tra il guadagno lordo del disco rispetto a quello che avrebbe potuto generare da un servizio di streaming come Spotify, ma la differenza tra il suo profitto Spotify e il quello delle vendite fisiche e digitali perso grazie a Spotify.
Diciamo che è del 10%. Vorrebbe dire 240 mila dollari di royalties. Se 1989 fa un totale di 100 milioni di stream su Spotify, potrebbe produrre solo 200 mila dollari di pagamenti per Swift — e, ricordiamolo, almeno sulla carta l’artista sta dividendo in due questo profitto con la sua etichetta, la Big Machine. Quindi diciamo 100 mila dollari contro una potenziale perdita di royalties per 240 mila dollari.

Ciò vuol dire che [avere il disco su] Spotify le sarebbe costato all’incirca 150 mila dollari. Questa cifra non poco per me o per voi, ma nel mondo di Taylor Swift non è molto. Nel suo ultimo tour, ha incassato mediamente 1.8 milioni — all’incirca quanto stanno facendo le vendite spettacolari del suo nuovo disco — per serata. Anche tolte le spese e i costi amministrativi, avrebbe recuperato quel differenziale di 200 mila dollari dopo soli 20 minuti dalla sua successiva apparizione.

Analizzando il valore di un servizio come Spotify Wyman non nasconde che esso stia nell’avere tutta la musica a disposizione (un discorso simile a quello dell’ex direttore di Billboard):

Guardiamo la futuro. Spotify ha un valore per i suoi clienti che sta nell’avere davvero tutta la musica che il pubblico vuole ascoltare. Se tutti i più grandi artisti togliessero il loro nuovo disco all’uscita, ciò farebbe perdere in modo significativo il valore del servizio. («Perché dovrei spendere 10 dollari al mese se poi Taylor Swift, Beyoncé, Adele e Kanye West non ci sono?»). In questo stallo Spotify, che sta costruendo l’industria musicale del futuro, ha la sua situazione migliore; sa cosa deve fare per avere successo.

E cosa succede se gli utenti di Spotify non trovano un disco sulla piattaforma? All’industria discografica e agli artisti piacerebbe che comprassero il disco; la verità, secondo Wyman, è invece un’altra:

Possiamo già vedere dove le persone troveranno la musica se decidono che un servizio di streaming come Spotify non dà loro ciò che vogliono.

E cioè sui cari e vecchi sistemi di peer-to-peer e torrent:

[su PirateBay] Ho contato circa 7 mila persone che stanno condividendo il disco, una sola settimana dopo l’uscita (con così tante persone, ci vogliono 45 secondi per scaricare il disco, potete immaginarvi lo sforzo). Una singola pagina su un diverso sito di torrent, Kick Ass Torrents, dice che un singolo torrent è stato scaricato quasi 110 mila volte. E ricordate che tutto ciò avviene dopo una pesante campagna condotta dietro le quinte dalla sua casa discografica, la Big Machine, contro la diffusione del disco sui network illegali.
Quanto paga Spotify per un singolo streaming può sembrare poco, ma è sicuramente di più di quanto paga PirateBay.

Il danno, conclude l’articolo, non è (solo) economico: è evidente che la Big Machine (e cioè la casa discografica, prima ancora che Taylor Swift e cioè l’artista) sul breve periodo ha modo di guadagnare di più togliendo il catalogo della Swift da Spotify. Tuttavia l’operazione — che potremmo definire diametralmente opposta a quella degli U2 — non fa una buona pubblicità all’artista (in questo caso prima ancora della sua casa discografica) in previsione del prossimo tour, e cioè dell’elemento realmente remunerativo:

La notizia del suo tour è stata immischiata con questo dibattito su Spotify; anche se la copertura del dibattito è incredibilmente a favore di Taylor Swift (o così mi sembra), alla meglio, l’idea che lei stia facendo questo per i soldi e non per i fan cozza con il suo brand. La prossima decisione che i fan prenderanno sarà se spendere o meno 100 o 150 dollari per vederla dal vivo.