Il giornalismo secondo Mario Vargas Llosa

mario-vargas-llosaL’anno scorso lo scrittore premio Nobel Mario Vargas Llosa ha pubblicato un bel saggio, La civiltà dello spettacolo (Einaudi 2013), dove analizza lo stato della cultura in quella che definisce una società che ha trasformato la «naturale propensione a divertirsi in un valore supremo, [con] conseguenze inaspettate: la banalizzazione della cultura, la generalizzazione della frivolezza e, nel campo dell’informazione, la proliferazione del giornalismo irresponsabile basato sul pettegolezzo e sullo scandalo». Due sono i motivi che Vargas Llosa individua come causa di tutto questo. Per primo, il «benessere seguito agli anni di privazioni della seconda guerra mondiale e alle ristrettezze dei primi anni del dopo guerra»; e un secondo, «rappresentato dalla democratizzazione della cultura», che ha portato la quantità a vincere sulla qualità e a considerare come cultura «tutte le manifestazioni della vita di una comunità: la lingua, le credenze, gli usi e costumi, gli indumenti, le tecniche e, in generale, tutto ciò che vi si pratica, evita, rispetta e aborre».

Ritornando all’informazione, particolarmente significative sono le pagine che dedica al giornalismo [40-44] e al ruolo che si è ricavato all’interno della società dello spettacolo:

Il confine che per tradizione separava il giornalismo serio da quello scandalistico e sensazionalistico si è fatto meno nitido, riempiendosi di buchi sino a svanire, in molti casi, al punto che ai nostri giorni è difficile stabilire la differenza tra i diversi mezzi di informazione. Una delle conseguenze del trasformare l’intrattenimento e il divertimento nel valore supremo di un’epoca è infatti che, nel campo dell’informazione, va producendosi in maniera impercettibile anche uno sconvolgimento occulto delle priorità: le notizie diventano importanti o secondarie soprattutto, e a volte esclusivamente, non tanto per il loro significato economico, politico, culturale o sociale quanto per il loro carattere nuovo, sorprendente, insolito, scandaloso e spettacolare. Senza che se lo sia proposto, il giornalismo dei giorni nostri, seguendo il mandato culturale imperante, cerca di intrattenere e di divertire informando, con l’inevitabile risultato di fomentare, grazie a questa sottile deformazione dei suoi obiettivi tradizionali, una stampa che a sua volta è light, leggera, amena, superficiale e divertente, la quale, in casi estremi, se non ha sottomano informazioni di questo genere da riferire, le fabbrica.

Proseguendo nella dimostrazione di questo suo assunto, che tante conferme trova (purtroppo) anche nella carta stampata di casa nostra, Vargas Llosa continua affermando che esiste un settore dell’editoria che sembra non patire la crisi. È la

cosiddetta «stampa rosa», l’unica che con le sue tirature milionarie smentisce l’assioma secondo cui nella nostra epoca il giornalismo cartaceo sta ripiegando e retrocedendo di fronte alla concorrenza audiovisiva e digitale. Questo [soccombere] vale soltanto per la stampa che cerca ancora, remando controcorrente, di essere responsabile, di informare piuttosto che intrattenere o divertire il lettore.

Il che, ahimé, vale non solo per le pubblicazioni cartacee, ma anche per quelle digitali perse a inseguire solo il numero di pagine viste acchiappando lettori a più non posso e con i più truffaldini escamotage (clickbait?). L’aver trasformato l’informazione in intrattenimento ha significato

aprire a poco a poco le porte della legittimità a ciò che prima trovava rifugio in un giornalismo marginale e quasi clandestino: lo scandalo, la malafede, il pettegolezzo, la violazione della privacy, se non — nei casi peggiori — la diffamazione, la calunnia e la menzogna […] La rivelazione dell’intimità del prossimo […] è uno sport che il giornalismo dei nostri giorni pratica senza scrupoli, riparandosi dietro al diritto alla libertà d’informazione.

Il risultato di questa omologazione verso il basso è che

neppure la stampa più responsabile può evitare di impregnare le proprie pagine di sangue, cadaveri e pedofili […] Ma la triste verità è che nessun giornale, rivista o programma informativo di oggi può sopravvivere — conservare un pubblico fedele — se disobbedisce in modo assoluto ai tratti distintivi della cultura predominante della società e del tempo in cui opera. [Una cultura che possiede] la vocazione alla maldicenza, alla scabrosità e alla frivolezza.