Troppe lingue in Europa?

Lo scorso fine settimana ho letto tutto d’un fiato il nuovo libretto di Tullio De Mauro In Europa son già 103 – Troppe lingue per una democrazia? (Laterza). Il titolo è (fin troppo) rivelatorio del contenuto: come è possibile dare un’idea di Europa unita, voler costruire una vera comunità europea e una solida democrazia senza aver gettato le basi per la comunanza di una lingua?

La risposta che dà De Mauro, da fine linguista, nella novantina di pagine di questo testo è appassionante. Anziché cercare di convincere il lettore del fatto — innegabile — che è l’Inglese ad avere assunto, in modo più o meno fortuito, il ruolo di lingua europea almeno per quanto riguarda gli scambi economici e culturali, De Mauro traccia un profilo di tutte le lingue più o meno ufficialmente riconosciute che si parlano in Europa. Un continente che ha come caratteristica quella del multilinguismo (oltre che del plurilinguismo: c’è una differenza neppure troppo sottile che sembra essere però ignorata dai più). Ed essendo questa una caratteristica insita nella sua stessa storia, l’unica conclusione possibile

se vogliamo un’Europa in cui i cittadini, per riprender l’idea di Aristotele, parlino un lingua per discutere e per decidere insieme «che cosa è giusto e che cosa no, che cosa conviene e che cosa no» per la comune polis europea, oggi questa lingua è l’inglese. Ma senza un rifiuto, dannoso e improponibile, della ricca diversità linguistica che ereditiamo dal passato, che abbiamo esportato negli altri continenti e che ci caratterizza nel mondo.

Insomma, nell’uso dell’inglese noi europei dovremmo

portare tutta la ricca varietà di culture, di significati e di immagini delle diverse lingue, senza abbandonarle, e portare nelle nostre lingue il gusto della concisione e della limpidezza dell’inglese.