Toglietemi dalla vostra cazzo di mailing list.

fake_paper

Nel 2005 i ricercatori informatici David Mazières e Eddie Kohler, esasperati dai continui inviti a conferenze ricevuti via mail, crearono un finto paper dal titolo eloquente: Get me off your fucking mailing listLevami dalla tua cazzo di mailing list. Unico contenuto: il testo del titolo, ripetuto per 10 pagine (qui trovate il Pdf). Il paper, impaginato come se fosse una vera ricerca scientifica — titolo, abstract, grafici — ha fatto in breve tempo il giro della rete e in molti, nella comunità scientifica e non, hanno imparato a riconoscerlo come un falso, uno scherzo, una boutade.

Secondo quanto riporta il blog Scholarly Open Access, lo scienziato australiano Peter Vamplew dell’Università australiana di informatica, infastidito dal continuare a ricevere inviti ad inviare le sue pubblicazioni da parte dell’International journal of advanced Computer Technology, si è ricordato di questo vecchio pdf, l’ha tirato fuori da qualche angolo del suo computer e l’ha inviato per tutta risposta. E qui viene il bello: l’International journal of advanced Computer Technology ha preso l’articolo, ha dichiarato di averlo revisionato, l’ha considerato eccellente e l’ha accettato. Fortunatamente non pubblicato: per questo, infatti, il dr. Vamplew avrebbe dovuto pagare una fee di 150 dollari — questo il prezzo chiesto dalla pubblicazione agli autori.

La notizia ha fatto il giro della rete, come ovvio che fosse. E in molti si sono messi subito a fare dei distinguo. Per esempio Joseph Stromberg su Vox ha spiegato bene come ci sia più di qualche problema nel mondo delle pubblicazioni scientifiche, soprattutto quelle online. L’International journal of advanced Computer Technology infatti è:

una delle molte operazioni for-profit che operano solo online e che si avvantaggiano nel mettere sotto pressione ricercatori poco esperti per convincerli a pubblicare i loro lavori in contesti che apparentemente sembrano legittimi. Ma questi giornali sono molto diversi dai giornali rispettati e rigorosi come Science o Nature, che pubblicano molte delle ricerche che poi troviamo citate su tutti i media. Cosa ancora più preoccupante, questi giornali definiti «predatori» non conducono alcuna peer-review — e cioè quel processo in cui altri scienziati del settore valutano una ricerca prima di pubblicarla.

Continua Stromberg nel suo articolo su Vox ha spiegare la nascita di questo tipo di pubblicazioni:

La loro esistenza ha origine nei primi anni 2000, quando furono fondati i primi giornali scientifici online con libero accesso. Anziché stampare ogni numero e fare soldi vendendo abbonamenti alle biblioteche, queste pubblicazioni erano disponibili online gratis, e guadagnavano in larga parte dalle fee pagate dagli stessi ricercatori per pubblicare i loro lavori.

Secondo la comunità scientifica, queste pubblicazioni rappresentano un problema. Fanno infatti parte di un’industria che muove al suo interno un mucchio di soldi, vanificando in qualche modo l’aspetto di ricerca a favore del denaro: accettano pressoché qualunque testo, e pretendomo un pagamento da parte dell’autore per la pubblicazione. Pagamento che l’autore, se inesperto e voglioso di vedere il suo nome su una rivista che sa vendersi bene, è disposto a concedere. Conclude Stromberg che questa industria, però:

riduce la fiducia nella scienza, permette a ricercatori non qualificati di costruire i loro curriculum con ricerche finte o inaffidabili, e rendono la ricerca più difficile ai veri scienziati, che sono costretti a scartabellare tra dozzine di ricerche inutili per trovare quelle utili.