Archivio mensile:Novembre 2014

David Hockney ci parla dell’iPad.

David Hockney è il protagonista di una lunga feature sull’Observer, l’edizione domenicale del Guardian. Alla fine del ritratto risponde alle domande che alcuni lettori del quotidiano, e alcuni suoi colleghi artisti, gli hanno posto. In particolare è interessante la risposta che dà a Yinka Shonibare, che gli chiede la differenza tra il disegnare su carta e il disegnare su iPad— una tecnica, quest’ultima, che Hockney ha percorso molto negli ultimi anni, mostrando una sensibilità artistica e una curiosità intellettuali fuori dal comune per uno della sua età:

How is drawing different using the iPad? Does drawing with the iPad give you the same feeling as drawing on paper?

Well, no it doesn’t, because you are drawing on a sheet of glass. But on an iPad you can draw for ever and you can’t on a sheet of paper. And on an iPad you draw a bit differently, but that’s all you do. Drawing is 50,000 years old, isn’t it? I think it comes from very deep within us actually. When all those people in the 1970s were trying to give up drawing, I did go and see them and they said: “Oh, you don’t need to draw now.” And I did point out: “Well, why don’t you tell that to that little child there? Tell them you don’t need to draw and see what happens.” Young people draw, they start making marks, everybody does.

La parola definitiva su Taylor Swift vs Spotify

Taylor_Swift_-_1989Sul caso, già ampiamente [1] analizzato [2], di Taylor Swift che ha deciso di togliere la sua musica da Spotify, la parola definitiva l’ha forse scritta Bill Wyman su Vulture, in un articolo che ha fatto in breve tempo il giro della rete:

Il disco ha venduto 1,2 milioni di copie nella prima settimana (il risultato più alto in oltre 10 anni). L’incasso lordo dovrebbe essere intorno ai 12 milioni di dollari. I pagamenti di Spotify sono quasi impossibili da calcolare, date le variabili su come il servizio funziona, ma è verosimile che Taylor Swift avrebbe guadagnato qualche migliaio di dollari per ogni mille streaming sulla piattaforma. La conclusione è ovvia: Swift è un genio. Il cd continua a vivere!

È corretta questa analisi? No.

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Tutto il mondo è paese

Una delle cose che gli addetti all’informazione nostrani amano ripetere riguarda la superiorità dei giornali stranieri rispetto a quelli di casa nostra. In questo continuo decantare le lodi ci sono elementi di verità, certo: è indubbio che alcuni giornali (o alcune sezioni di alcuni giornali) stranieri siano fatti oggettivamente bene. Siano piacevoli da sfogliare, gradevoli da osservare, appassionanti da leggere. Ma ci sono anche, secondo me, altri elementi che fanno considerare il prodotto giornale che viene dall’estero di una fattura superiore. C’è l’elemento della non abitudine: se tutti i giorni leggiamo i giornali italiani, quando ci capita tra le mani una copia del Guardian, del Times, del New York Times, di Le Monde, ci sembra di leggere qualcosa di nuovo la cui fattura ci appassiona. Un elemento di esotismo, quasi, che ci spinge a considerare in maniera distorta come migliore tutto ciò che è semplicemente differente a quanto siamo abituati.

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Taylor Swift vs Spotify, secondo round.

Un paio di opinioni degne di nota sul caso Taylor Swift vs Spotify già discusso qui.

Jillian Mapes su Flavorwire la mette in modo molto semplice: Taylor Swift in questo momento e per varie ragioni ha una posizione dominante rispetto ai servizi di streaming:

Il motivo per cui Taylor Swift ha tolto la sua musica da Spotify è semplice: perché può (…) Swift è parte dell’un percento dell’industria musicale, e anche se è un membro della generazione dei millenial che ha abbracciato lo streaming, la sua posizione di elite l’allinea in senso finanziario più a icone musicali pre-Internet come Garth Brooks o i Beatles. C’è una strategia comune nei confronti dello streaming a questo livelli di artisti: lasciano semplicemente Spotify fuori dal cancello. Hanno prosperato prima, continueranno a prosperare anche dopo. Anche se Taylor Swift non ha mai goduto di questo lusso, ora potrebbe comunque avvantaggiarsi da questo tipo di mentalità.
Con 1989, Swift ha lasciato i suoi vecchi fan nella polvere e ha continuato a far fruttare la sua vecchia tattica di tenere un piede nel pop e uno nel country. Lo ha fatto ignorando quasi completamente Spotify, con l’eccezione del primo singolo Shake It Off (lo stesso ha fatto con YouTube). L’idea è che la scarsa disponibilità gratuita guiderà le vendite nella fase iniziale — e per ora sembra funzionare. Perché non avrebbe dovuto replicare lo stesso modello con i suoi vecchi dischi?

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Dagli all’hipster

hipsterLa lotta contro gli hipster, una lotta va da sé solo linguistica nel senso di una letteratura e un giornalismo che ultimamente hanno individuato in questa sottocultura (?) il loro obiettivo, raggiunge livelli accademici. Lo racconta Gabe Bergardo sul sito Mic, presentando la ricerca condotta del neuroscienziato francese Jonathan Touboul, che ha trovato un’equazione matematica che dimostra come gli hipster, nel loro tentativo di apparire diversi, alla fine risultino tutti uguali:

According to Toubol’s findings, a group of interacting individuals that attempts to counter the majority ends up doing the same thing because there’s not enough time to forecast what everyone else is going to do to be “different.”

Questa la spiegazione di Touboul, presa direttamente dal suo paper The hipster effect: when anticonformists all look the same [pdf]:

We show a generic phase transition in the system: When hipsters are too slow in detecting the trends, they will keep making the same choices and therefore remain correlated as time goes by, while their trend evolves in time as a periodic function. This is true as long as the majority of the population is made of hipsters. Otherwise, hipsters will be, again, largely aligned, towards a constant direction which is imposed by the mainstream choices.

Citare le fonti

wiki

Interessante l’esperimento che Giacomo Maria Arrigo ha condotto (e poi raccontato sul sito del Foglio) per capire chi — nel gioco di specchi tra giornali, siti e wikipedia — copiasse cosa:

Nel 2012 ho inserito una voce nella bibliografia di Antonio Tabucchi, un libro dal titolo Girare per le strade (Sellerio, 2012). Ebbene, non solo Wikipedia ha mantenuto la voce, ma diversi siti hanno iniziato a parlare di questo fantomatico libro. Secondo il blog collettivo “La poesia e lo spirito” si tratta di un «libro diaristico». Sul blog “Letteratitudine” di Kataweb, il portale del Gruppo Espresso, si parla «forse di una prossima uscita». Nel giornale online “UnoeTre.it” invece il libro è detto «ultimissimo». A partire dal titolo del libro fantasma, “Gruppo2009”, rivista online di arte e cultura, definisce Tabucchi un uomo «che dal viaggio prende spunto» (strano, dato che nessuno ha letto né mai potrà leggere il volume). Su Wikipedia c’è confusione. Scrive un amministratore: «Ho aggiunto la richiesta di indicare la fonte per l’ultima opera (postuma?) “Girare per le strade (Sellerio, 2012)”. Vari siti lo elencano, ma il libro non è in commercio, né è annunciato sul sito della Sellerio, né risulta altrove come di prossima uscita (in genere i libri degli autori più noti possono essere prenotati presso le principali librerie online qualche mese prima dell’uscita, ma di questo non c’è traccia)».

L’articolo prosegue con altri due casi di modifiche fantasiose di voci di persone su Wikipedia, e si conclude così:

L’esperimento è ben lungi dall’essere concluso. Il rischio evidenziato è che qualunque informazione circoli in rete potrebbe essere riportata come veritiera anche senza la benché minima fonte che lo accerti. Due più due non fa cinque, checché qualcuno lo possa asserire sul web.

(foto via flickr)

Considerazioni su Taylor Swift, 1989 e la musica in streaming.

Taylor_Swift_-_1989

È notizia di ieri che Taylor Swift ha deciso di rimuovere tutta la sua musica da Spotify. I motivi alla base di questa scelta sono probabilmente molti: già in passato, con un op-ed pubblicato sul Wall Strett Journal, l’ex paladina del neo-country ora convertita sulla via delle produzioni luccicanti di Max Martin aveva espresso le sue perplessità circa il modello di business rappresentato dallo streaming musicale. C’entra molto, però, anche la pubblicazione del suo nuovo disco 1989 — che non era ancora apparso su Spotify, seguendo una tendenza in voga tra gli artisti che sulla carta hanno un disco che vende, e cioè quella di aspettare un po’ prima di renderlo disponibile all’ascolto (più o meno) gratuito: l’aveva già fatto la stessa Taylor Swift, e lo avevano fatto anche Beyonce, i Coldplay e Adele. Spiega bene questa tendenza un post di Ben Sisario pubblicato sul blog Artsbeat del New York Times:

Insieme ad una manciata di altri artisti mainstream come Adele, i Coldplay e Beyonce, Taylor Swift ha spesso tolto la sua musica da Spotify per un periodo limitato di tempo dopo la pubblicazione, concedendo i suoi dischi solo dopo una ‘finestra’ di esclusività per la vendita fisica e digitale, che rendono maggiormente in termini di royalties. (E possono anche contribuire a quei grandi numeri di vendite settimanali che tanto fanno vantare l’industria musicale). Il disco più recente di Taylor Swift, 1989, pubblicato lo scorso 27 ottobre, non ha rappresentato un’eccezione, anche se su Spotify era già presente il primo singolo Shake It Off.

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Strane analogie.

Un tizio che, improvvisamente, si mette ad urlare all’interno della celebre cappella di Rothko a Houston, in Texas, fa venire in mente a Nathan Dunne delle analogie tra i colori del pittore e il disco Graceland di Paul Simon:

Rothko’s paintings, and their context within the chapel, resonate in ways not dissimilar to Graceland. The chapel allows for contemplation and prayer through painting, where the album embeds notion of inequality, alienation and racism among spritely 1980s synths and loose dance rhythms. Put simply, apartheid is burbling under the surface of Graceland, while in the Rothko Chapel the paintings create a highly personal response, one that, at least in Timothy’s case, resonates with the plight of the disfranchised and the unseen.

Criticare il One World Trade Center

oneworld

Questa settimana lo skyline di New York torna ad essere vivo, con le prime persone che prendono posto negli uffici del nuovo One World Trade Center, eretto laddove si trovavano prima le torri gemelle — tra i primi ad entrare, proprio oggi, i dipendenti di Condé Nast.

La critica è però sempre in agguato. Zachary M. Seward su Quartz fa un’analisi dell’edificio non proprio entusiasmente, definendolo addirittura «un fallimento»:

Born of politics and compromise, the building was never going to be an architectural masterpiece. The final product is a shell of the original vision to erect a soaring complex, known as the Vertical World Gardens, that reimagined New York’s financial district as the welcoming global capital it was always meant to be. Then came the revisions, the short-lived decisionto call it the Freedom Tower, more changes, and delays upon further delays.

What emerged, finally, is altogether safe—from the 185-foot concrete base that defends One World Trade Center against the city around it to the ever-so-slightly creative choice of finishing the building with a stack of tapering octagons. It is hard to imagine anyone getting worked up over this design. From whatever angle you choose to view it, the edifice says just one thing with any passion: that it exists.

Seward arriva addirittura a definirlo come «9/11 kitsch», un’espressione usata solitamente per definire tutta quella memorabilia, spesso tendente al cattivo gusto, prodotta in seguito al tragico evento:

One World Trade Center is 9/11 kitsch. This failure is most obvious in the spire, which stretches the building’s height to 1,776 feet. It’s the sort of empty symbolism that, like the Freedom Tower name, might have once seemed meaningful but now reveals itself to say nothing at all. Worse, actually, for the attempt to evoke American independence is actually an excuse to make One World Trade Center the tallest buildingin the United States, which will help sell $32 tickets to the observation deck, a crucial source of revenue.

(foto via flickr)