Il libro dell’anno.

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In questo lungo weekend con annesso ponte dell’Immacolata, ho letto tutto d’un fiato quello che è sicuramente il mio libro dell’anno, Lacci di Domenico Starnone (Einaudi, 133 pp, 17,5 euro). Una storia lancinante, narrata a più voci, sull’infelicità della vita rapportata in particolar modo all’infelicità per un amore distrutto, da una parte, e per un amore represso, dall’altra. Frasi brevi, scrittura scorrevole, linearità temporale sacrificata sull’altare del racconto con la voce dei protagonisti — quasi tutti: manca l’amante — e che dunque avviene per flashback. Un libro nel quale è difficile non ritrovarsi; non serve necessariamente l’aver vissuto una storia simile a quella di Aldo e Vanda, i due protagonisti adulti del libro, il cui matrimonio è prima naufragato e poi condotto per inerzia. Basterebbe il pensiero di trovarsi un giorno in una situazione del genere, ed è un pensiero che è difficile non aver mai fatto.

Ne ha scritto, magistralmente come spesso le capita quando scrive di libri, Annalena Benini in una sua delle sue “Lettere Rubate” per Il Foglio dello scorso 18 ottobre:

“Lacci” è la storia spietata e precisa del rumore profondo che fa un matrimonio quando si spezza, e della ferita che porta con sé anche quando si è deciso, con sofferenza, di ricominciare, di tornare ognuno al proprio posto: a casa, con i figli, con una moglie consumata dal dolore e dalla rabbia, che ha perso il suo splendore, e di cui lui non ricorda più nemmeno un minuto di splendore. Domenico Starnone ha dato voce a tutti, ha dato a ciascuno una risposta al dolore: ai figli bambini e poi adulti, alla moglie giovane e poi anziana (“ora che sono vicina agli ottant’anni, posso dire che della mia vita non mi piace niente”), e al marito, padre, amante, Aldo, che si muove fra loro come un sonnambulo, schiacciato da quello che ha fatto, e poi dal suo sacrificio, dal fallimento della felicità, propria e altrui, dalle cose da restituire e quelle da sacrificare, e dalla paura che tutto di nuovo lo travolga, e faccia ancora male. C’è, in questo romanzo lancinante, velocissimo mentre percorre in profondità una vita intera, e i sospiri di quattro mura, l’idea che a tenerci insieme a volte sia qualcosa di cattivo, di danneggiato, perfino di sadico, che non si riesce a perdonare e quindi non si cancella, ma ci accompagna.

Per Sergio Pent, che ne ha scritto sull’inserto culturale Tuttolibri della Stampa, Lacci è:

stringato ed essenziale, appartiene al contesto dei libri che fanno riflettere attraverso il resoconto della semplicità. Un testo anomalo, quasi una pièce teatrale, in cui a turno entrano in scena i personaggi per raccontare la propria versione dei fatti, e cioè un comunissimo dramma familiare che tuttavia incide a fondo – e per sempre – sulle vite dei protagonisti.

Lo scrittore Christian Fascella, recensendo il libro sul Giornale , ha scritto:

ci sono autori che sanno muoversi con destrezza, profondità e stile all’interno del gioco sublime e della grande fregatura dell’amore. Uno di questi è senz’altro Domenico Starnone che nel suo nuovo, snello ma abissale libro, Lacci (Einaudi), racconta la storia di un matrimonio: 130 pagine di energica letteratura, scritte col piglio fermo dello scrittore che, giunto ai settant’anni sente di poter lasciare andare la penna sul terreno delle passioni.