Cuba libre? (roundup)

foto via Flickr
foto via Flickr

Mentre oggi da più parti viene celebrata la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra gli Stati Uniti e Cuba, Matthew Yglesias su Vox fa un riepilogo per spiegare perché gli attivisti anti-castrismo non hanno tutti i torti nel condannare le violazioni dei diritti umani a Cuba:

Secondo la Freedom House, Cuba ha la censura sulla stampa più restrittiva dell’emisfero occidentale ed è l’unico stato dichiarato «non libero» del continente Americano. Tutti i media ufficiali sono statali e controllati dal governo. I blogger dissidenti vengono regolarmente arrestati. Per Amnesty International, chi protesta contro il regime viene arrestato e incarcerato senza processo. La Fondazione per i Diritti Umani a Cuba parla di oltre 6 mila detenzioni di attivisti per i diritti umani nel 2013.
Una volta in carcere, i detenuti affrontano condizioni rigide. «I prigionieri spesso dormivano su letti di cemento senza materasso», si legge in un rapporto sui diritti umani a Cuba del Dipartimento di Stato americano, «e alcuni detenuti hanno dichiarato che un piccolo letto era diviso tra più persone. Se disponibili, i materassi erano sottili e spesso pieni di vermi e insetti».
Oltre alla mancanza di libertà di stampa e di parola, il governo cubano si è contraddistinto dopo la rivoluzione per la persecuzione nei confronti dei cittadini omosessuali. Negli anni Sessanta e Settanta, c’è stato un vasto licenziamento, oltre ad un imprigionamento di massa e un ricovero (per malattie mentali), di gay e lesbiche cubani. La repressione fu così severa che persino Fidel Castro nel 2010 si è parzialmente scusato. Dal 1986 al 1994 il governo cubano ha messo forzatamente in quarantena tutti i sieropositivi.
Inoltre, il governo cubano non ha mai dato alla popolazione alcun tipo di opportunità di votare in giuste elezioni ed esprimersi nella scelta del governo.

Tra gli effetti di questa distensione diplomatica tra Stati Uniti e Cuba, è stata resa più facile la possibilità per i cittadini statunitensi di recarsi sull’isola, utilizzare le carte di credito e persino tornare a casa con qualche sigaro cubano. Sebbene non si possa ancora parlare della possibilità di fare del turismo a Cuba per gli statunitensi, Ryan Kearney su New Republic mette in guardia i suoi connazionali che pensano di trovare in Cuba un piccolo paradiso esotico:

Io ci sono stato. Non è un paradiso. I palazzi all’Avana cadono letteralmente a pezzi, molti di essi sono tenuti insieme da assi di legno. Anche i bagni più puliti sono fetidi, come se le viscere infrastrutturali del paese potessero evacuare tutte insieme in ogni momento. Le strade sono piene di buche, alcune grandi abbastanza da inghiottire una Lada.
«Ma le macchine!». Sì, parliamo delle macchine. I cubani non guidano vecchie macchine americane perché amano le vecchie macchine americane, ma perché non hanno scelta. Fino a qualche anno fa, come ha riportato la National Public Radio, «le uniche macchine che potevano essere liberamente acquistate erano quelle prodotte prima del 1959, anno in cui Fidel Castro andò al potere. Ecco perché ci sono quasi 60 mila macchine ‘classiche’ per le strade di Cuba». Questo spiega anche perché chiunque possegga una macchina a Cuba è anche un meccanico — non per interesse nell’aggiustare le macchine, ma per necessità. Sono pochi i cubani che possono permettersi di comprare una macchina nuova ai prezzi Americani, lasciamo perdere quelli che possono farlo con il rincaro del 400 percento imposto dall’Avana.
Secondo alcuni dati, Cuba ha la più bassa ineguaglianza sociale nel mondo che, insieme ad un sistema educativo e all’assistenza sanitaria garantita a quasi tutti, ha aiutato il paese ha raggiungere i primi 50 posti nell’indice di sviluppo delle Nazioni Unite. Ma la paga media per un cubano è di 20 dollari — il che vuol dire che l’uguaglianza sociale sta nella povertà.

Per Bobby Ghosh su Quartz, la causa della povertà strutturale di Cuba non è dell’embargo americano, ma dei fratelli Castro. In particolare, il regime non ha saputo sfruttare al meglio il settore del turismo, da sempre uno dei punti forti dell’isola.

La maggior parte del mondo fa affari con l’Avana. Nonostante molti degli introiti derivano dalle relazioni speciali di Cuba con la Russia e il Venezuela, il paese ha relazioni commerciali con molte nazioni considerate alleate degli Stati Uniti. Se solo avesse un governo minimamente competente, Cuba sarebbe una nazione molto più ricca, in grado di spazzar via l’embargo statunitense come se fosse un inconveniente da nulla.
Per avere un piccolo esempio del fallimento dei fratelli Castro come manager dell’economia cubana, basta solo guardare l’industria del turismo. L’isola — con le sue incredibili spiagge, il clima caldo, la musica fantastica e un incredibile rum — intercetta quasi 3 milioni di turisti stranieri all’anno. Quasi un milione proviene dal Canada, e larghi gruppi arrivano da Regno Unito, Italia, Spagna e Germania. Per un paese di 11.25 milioni di abitati, il turismo è enorme (per fare un paragone: in India ogni hanno ci sono 6.5 milioni di turisti stranieri a fronte di una popolazione di 1.25 miliardi di persone).
In più, per vent’anni la maggior parte dei servizi turistici e dei prodotti d’importazione avevano il prezzo in CUC, o “pesos convertibile”, una valuta artificiale creata dal regime per raggirare gli stranieri e il cui tasso di conversione era 1:1 con il dollaro. I prodotti locali erano prezzati con il CUP, il pesos locale, il cui valore è di un venticinquesimo della valuta turistica. Nonostante il governo ha annunciato lo scorso hanno di voler eliminare del tutto il CUC, ci sono rallentamenti in questo senso.
Il CUC fa sì che gli alberghi e gli altri servizi turistici di Cuba abbiano un prezzo altissimo relazionato all’economia reale. Ma i servizi che sono pagati con questa valuta sono in gran parte di proprietà dello stato, così la maggioranza dei soldi spesi dai 3 milioni di turisti ogni anno finisce nelle casse dello stato e da lì nessuno sa dove vanno. Di sicuro, poco di questi soldi finisce ai normali cittadini di Cuba. E anche se il sistema della doppia valuta verrà abolito, non cambierà nulla fino a che gli affari non finiranno nelle mani dei privati.

Will Wilkinson risponde invece a chi teme un’americanizzazione eccessiva di Cuba — McDonald’s e Coca Cola ovunque, a rovinare l’atmosfera di un’isola rimasta intrappolata agli anni Cinquanta — un’ipotesi invero molto poco probabile:

Cuba è la vetrina di una cadente nostalgia anti-commerciale, e anche a me sarebbe piaciuto andare a visitarla, così come non mi sarebbe dispiaciuto visitare la sovietica Leningrado. A pensarci bene, sarebbe stato interessante anche vedere le navi negriere entrare nel porto di Savannah. Che scena sarebbe stato assistere alle aste di vendita degli schiavi! Ma la parte umana di me, la parte morale, opposta alla parte estetica e immoralmente curiosa dei turisti, può solo rimpiangere che la schiavista Savannah e la Russia comunista siano durate così tanto, e oggi sono solo felice del fatto che la libertà possa arrivare ai cubani. Se così fosse, e andassi all’Avana, e vedessi un McDonald’s, entrerei dentro, comprerei una Diet Coke grande e ne farei cadere un po’ per terra in segno di mezzo-lutto per il bello e impoverito parco a tema della tirannia che non ho mai avuto la possibilità di visitare.