Dicembre 23, 2014

Far fuori i migliori.

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Chi mi conosce potrebbe pensare che questo, più che un post, sia una confessione sentimentale piena di conflitti di interesse. Vi assicuro che non è così.
Seguo con costanza e con una certa passione quello che fa Giorgio Dell’Arti. Per chi non lo conoscesse, provo a scrivere due righe di sua biografia adoperando quello stile asciutto e ragionieristico che da sempre contraddistingue la sua scrittura. E dunque:

Giorgio Dell’Arti (Catania, 1945). Giornalista. Di diverse testate, tra cui Il Foglio (cura l’edizione del lunedì, il cosiddetto «Foglio dei Fogli») e la Gazzetta dello Sport (tiene la rubrica «Altri mondi»). Fondatore nel 1987 del Venerdì di Repubblica. Ha scritto anche per Vanity Fair, Io donna, La Stampa, Il Sole 24 Ore ecc. Dirige il sito di storia italiana Cinquantamila, ospitato dal Corriere della Sera. In radio ha condotto Ultime da Babele (2009) e Radio1 in corpo nove (2014), entrambe su Radio 1 Rai. Diversi libri, tra gli ultimi: Il giorno prima del Sessantotto (2008), Cavour. Vita dell’uomo che fece l’Italia (2011) e il «romanzetto» I nuovi venuti (2014) dove racconta di un colpo di stato operato in Italia dai poteri forti per mano di un gruppo di kosovari. Compilatore del Catalogo dei Viventi (2007, 2009 e in preparazione l’edizione 2015), redatto in gran parte attingendo dal suo enorme archivio di articoli tratti dai giornali: «All’inizio scrivevo su Word degli abstract sulle cose che leggevo e mi piacevano. Poi la cosa è andata avanti, mi ha preso il furore e mi sono fatto costruire il database, che chiamo “L’archivio dei frammenti”. È così che sono finito a fare l’infelice mestiere del tuttologo». Per suscitare l’invidia dei suoi colleghi è solito dichiare che il suo unico hobby è fare soldi: «Li fa impazzire. In realtà sul conto in banca avrò 20.000 euro. Il mio unico piacere è il lavoro». Divorziato, due figlie: Lucrezia e Arianna. Compagno di Lauretta Colonnelli, giornalista del Corriere della Sera.

Sono sicuro che se mai Giorgio Dell’Arti leggerà queste righe avrà delle sottolineature da fare. Del resto, sono un po’ fuori allenamento. Dico così — e qui sta il potenziale conflitto d’interesse con quanto andrò a scrivere — perché per un certo periodo ho collaborato con lui e il suo service editoriale. Si trattava proprio di scrivere biografie di personaggi illustri, partendo da quanto la stampa quotidiana o periodica aveva pubblicato sui soggetti in questione: ritratti, interviste, recensioni. Una gran quantità di materiale da leggere ogni volta, che se mi ha lasciato qualcosa è proprio il gusto per il già scritto, per il già pubblicato. Oltre ad un certo occhio nel distinguere ciò che è meritevole da ciò che non. E uno stile di scrittura quasi da verbale, asciutto, senza fronzoli — tutto il contrario di quello che sto applicando in questa sede.

Sono affezionato a Giorgio Dell’Arti. Leggo il Foglio rosa, se mi capita sotto mano una Gazzetta non manco mai di spulciare il suo Fatto del giorno. E tutte le mattine mi sintonizzo su Radio 1 per ascoltare la sua rassegna stampa (che la maggior parte delle volte non lo è, complice il tempo tiranno) Radio 1 in Corpo 9. Ieri mattina Giorgio Dell’Arti ha annunciato che quella di domani, mercoledì 24 dicembre, sarà l’ultima puntata. La Rai ha deciso che i conduttori devono essere interni — cioè: dipendenti dell’azienda — ed essendo lui un collaboratore esterno è rientrato nei tagli. L’ha presa bene, Giorgio Dell’Arti. Ma non ha mancato una puntualizzazione: scorrendo i palinsesti della Rai (radio e tv), sono molti i collaboratori esterni che conducono trasmissioni, e molti quelli confermati anche per l’anno prossimo. Forse che il suo romanzo I nuovi venuti — si è chiesto il giornalista — abbia dato fastidio a qualcuno?

Se devo mettere sul piatto i miei due centesimi, direi di no. I nuovi venuti è un romanzo il cui impianto narrativo è solo una scusa che serve a Dell’Arti per raccontare fatti, snocciolare cifre, fare un puntuale resoconto dei mille motivi per cui l’Italia è andata a rotoli. Più che un’opera di fantasia — che lo è, appunto, solo nell’espediente del colpo di stato e dei kosovari cruenti incaricati di attuarlo — I nuovi venuti rappresenta l’esercizio del diritto di cronaca. In questo Giorgio Dell’Arti rimane un cronista, un appassionato della notizia. Io direi, piuttosto, che il motivo della chiusura di Radio 1 in corpo nove sia da ritrovare tra le righe che gli ha dedicato Vittorio Feltri nel suo libro Buoni e cattivi:

Dell’Arti è uno dei pochi giornalisti capaci d’indurti professionalmente in tentazione. Con il suo Foglio rosa del lunedì — appuntamento imprescindibile, versione moderna di quel Selezione Dal Reader’s Digest che pubblicava il meglio del meglio uscito sulla stampa americana — riesce, non so come, a concentrare in 6 pagine più informazione di quanta ne abbia nelle sue 60 e passa il Corriere della Sera. E il suo pezzo quotidiano sulla Gazzetta dello Sport certe volte mi chiarisce questioni complicatissime (spread e credit defaul swap, garbugli apparentemente inestricabili di politica estera, faccende giuridiche o politiche da mal di testa) in 4.500 battute che scivolano via come acqua fresca, la dove i vari giornali impiegano, per venirne a capo, 8 pagine. È insomma un maestro del periodare breve. In un paese normale, sarebbe direttore di qualche quotidiano o telegiornale di peso. Ma, non essendosi mai schierato e non essendo il nostro un paese normale, nessuno lo prende minimamente in considerazione. Che spreco.