Dicembre 31, 2014

L’artista come imprenditore creativo.

(foto: Javier Jaén per "l'Atlantic)

(foto: Javier Jaén per l’Atlantic)

Il ruolo dell’artista è cambiato nel corso degli anni, adeguandosi di volta in volta a quelli che erano i cambiamenti — più ampi — in atto nella società. Questo è quello che spiega, in un lungo saggio pubblicato sull’Atlantic, il critico letterario William Deresiewicz.
Lo svolgimento prevede la spiegazione di una tripartizione del ruolo dell’artista: artigiano, genio e produttore. L’aspetto artigianale e manifatturiero dell’artista è il punto di partenza:

Prima di pensare agli artisti come a dei geni, li abbiamo considerati degli artigiani. I due termini, non a caso, sono virtualmente identici. La stessa parola «arte» ha le sue radici nei significati di «unire» e «assemblare» — cioè, «fare» o «creare», in un senso che sopravvive ancora in espressioni come «l’arte di cucinare» e in termini come «ingegnoso» [«artful», nell’articolo originale – ndt], nel senso di «abile» nei lavori manuali [«crafty», nell’articolo originale – ndt]. Possiamo pensare a Bach come a un genio, anche se lui si riteneva più un artigiano, un creatore. Shakespeare non era un artista, bensì un poeta, una denotazione che ha radici in un’altra parola che sta per «fare». Era anche un «drammaturgo», un termine su cui val la pensa soffermarsi. Un drammaturgo non è qualcuno che scrive soggetti; è qualcuno che li fabbrica, come un fabbricatore di ruote o un carpentiere navale.

Tra la fine del Diciottesimo e l’inizio del Diciannovesimo secolo, complice il romanticismo e l’idea che fosse desiderabile «rompere le regole e sovvertire le tradizioni», spiega Deriesewicz che l’artista ha iniziato ad essere visto come un genio. Fu durante quel periodo che l’arte iniziò ad essere considerata un concetto separato dall’atto del creare qualcosa — «to craft», in inglese — e, con un termine utilizzato per la prima volta nel 1767, si iniziò a parlare di «belle arti». Un’espressione che, secondo Deresiewicz racchiudeva in sé

un concetto unitario, che incorporava la musica, il teatro, la letteratura così come le arti visuali; ma anche un termine in un certo senso distinto da ogni altro, che rappresentava una sorta di natura ‘più elevata’ a disposizione della speculazione filosofica e della venerazione culturale. Lo slogan estetico «l’arte per l’arte» compare all’inizio del Diciannovesimo secolo. Così come il termine «Gesamtkunstwerk», il sogno o l’ideale — tanto prezioso a Wagner — dell’«opera d’arte totale». Ai tempi del modernismo, un secolo più tardi, l’età di Picasso, Joyce e Stravinsky, l’artista era al culmine di questo status: un aristocratico della cultura al quale i vecchi aristocratici — o, ad ogni modo, i più avanzati tra essi — volevano essere associati.

È venuta poi la fase dell’istituzionalizzazione dell’arte. Coincisa con il boom economico del post Seconda Guerra Mondiale e sublimata nella creazione di corsi atti a perfezionare la tecnica, di fondi statali, di programmi educativi, di riviste specializzate e di premi artistici. In questo modo l’artista ha portato il suo status da genio a mestierante. L’arte non era più vista come il frutto di un’ispirazione, ma come una professione. Dall’artigiano, al genio, fino alla professione — continua Deresiewicz — il paradigma è cambiato di molto: «Una professione non è una vocazione, nel senso più antico di risposta ad una “chiamata”, ma non è nemmeno un semplice lavoro; c’è sempre un qualcosa di sacerdotale in essa».

Ovviamente c’è stato un altro attore che è andato evolvendosi di pari passo: il mercato. Ed è qui che secondo Deresiewicz si può iniziare a parlare di «imprenditore creativo» come dell’ultimo stadio dell’evoluzione della figura dell’artista. Un personaggio che deve prendere un mondo, come abbiamo detto ormai fortemente istituzionalizzato, e tirarci fuori un valore anche economico secondo quello che è l’andamento dell’economia nell’éra moderna:

Un imprenditore creativo, per dire della cosa più apparente, è molto più interattivo, almeno nel senso della sua capacità di comprendere il mondo di oggi, rispetto al modello di artista come genio, che girava la schiena al mondo; ma anche più interattivo del modello di artista come artigiano, che operata all’interno di una serie relativamente piccola e stabile di relazioni. Il concetto operativo di oggi è il network, insieme al verbo che lo accompagna, il «networking». Una mia amica grafica appartenente alla Generazione X una volta mi ha raccontato che i giovani designer che incontra non sono più interessati ad investire 10 mila ore del proprio tempo. Uno dei motivi di tutto ciò è che questi giovani riconoscono come 10 mila ore siano molto meno importanti dell’avere 10 mila contatti.

All’interno di questo nuovo paradigma, va delineandosi anche una figura non più unica, ma molteplice:

Sei un musicista e un fotografo e un poeta; un narratore e un ballerino e un designer — un artista multipiattaforma, per usare un termine in voga. Il che vuol dire che non hai più tempo da investire per occupare 10 mila ore in un unico media. La tecnica e l’esperienza non contano più. Conta la versatilità. Come in ogni business che si rispetti, devi cercare di diversificare.

In tutto questo, spiega Deresiewicz, emerge la figura di un artista come produttore, di un membro del «produttismo», contrapposto al mondo del consumismo. Ovviamente si crea un duopolio: se da una parte c’è un artista-produttore, che come detto non è più un genio, né gli è permesso di focalizzarsi su un unico aspetto della produzione ma deve piuttosto diversificare, dall’altra c’è il consumatore. Una logica questa ben spiegata in tutte quelle attività imprenditoriali che coinvolgono non solo la multimedialità ma anche, per forza di cose, l’uso massiccio della rete e e le relazioni — networks, appunto — che questa permette di creare e mantenere. L’arte non produce più arte, ma merci, prodotti. Deresiewicz conclude così il suo saggio:

Quando lavori artistici diventano merci e null’altro, quando ogni impresa diventa creativa e ognuno si sente un creativo, allora l’arte cala a picco e torna indietro alla creazione artigianale e l’artista torna ad essere un artigiano — una parola che, almeno nella sua forma aggettivale di «artigianale», è nuovamente popolare. Sottaceti artigianali, poemi artigianali: dove sta la differenza, dopo tutto? Così il concetto di «arte» può anche sparire: l’arte per l’arte, quella vecchia definizione aulica. Non ci si deve troppo lamentare di tutto questo — a meno che, come me, anche voi non pensiate che abbiamo bisogno di una nave per esplorare la nostra vita interiore.

(Leggi tutto il saggio di William Deresiewicz)