Far fuori i migliori.

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Chi mi conosce potrebbe pensare che questo, più che un post, sia una confessione sentimentale piena di conflitti di interesse. Vi assicuro che non è così.
Seguo con costanza e con una certa passione quello che fa Giorgio Dell’Arti. Per chi non lo conoscesse, provo a scrivere due righe di sua biografia adoperando quello stile asciutto e ragionieristico che da sempre contraddistingue la sua scrittura. E dunque:

Giorgio Dell’Arti (Catania, 1945). Giornalista. Di diverse testate, tra cui Il Foglio (cura l’edizione del lunedì, il cosiddetto «Foglio dei Fogli») e la Gazzetta dello Sport (tiene la rubrica «Altri mondi»). Fondatore nel 1987 del Venerdì di Repubblica. Ha scritto anche per Vanity Fair, Io donna, La Stampa, Il Sole 24 Ore ecc. Dirige il sito di storia italiana Cinquantamila, ospitato dal Corriere della Sera. In radio ha condotto Ultime da Babele (2009) e Radio1 in corpo nove (2014), entrambe su Radio 1 Rai. Diversi libri, tra gli ultimi: Il giorno prima del Sessantotto (2008), Cavour. Vita dell’uomo che fece l’Italia (2011) e il «romanzetto» I nuovi venuti (2014) dove racconta di un colpo di stato operato in Italia dai poteri forti per mano di un gruppo di kosovari. Compilatore del Catalogo dei Viventi (2007, 2009 e in preparazione l’edizione 2015), redatto in gran parte attingendo dal suo enorme archivio di articoli tratti dai giornali: «All’inizio scrivevo su Word degli abstract sulle cose che leggevo e mi piacevano. Poi la cosa è andata avanti, mi ha preso il furore e mi sono fatto costruire il database, che chiamo “L’archivio dei frammenti”. È così che sono finito a fare l’infelice mestiere del tuttologo». Per suscitare l’invidia dei suoi colleghi è solito dichiare che il suo unico hobby è fare soldi: «Li fa impazzire. In realtà sul conto in banca avrò 20.000 euro. Il mio unico piacere è il lavoro». Divorziato, due figlie: Lucrezia e Arianna. Compagno di Lauretta Colonnelli, giornalista del Corriere della Sera.

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Tracce.

foto via Flickr
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Per chi possiede un blog (e io ne possiedo uno da dieci anni: è sempre questo, sopravvissuto a varie versioni, varie piattaforme e vari ripensamenti) le riflessioni di Casey Johnston sulle tracce che lasciamo in rete, e su cosa pensiamo di queste a distanza di anni, sono molto condivisibili:

I had a blog I started when I was a teenager that contained mostly rants about school or my job. Some people told me it was funny. That was encouraging. One of my friends said it was “overreaching,” and I thought that was dick thing to say. Reading it back a couple years ago, I found well after the fact she was right. I paid money to access the service’s mass-editing features so I could set the whole thing to private. Now I have a Tumblr, and a Twitter, but even paging too far back there is too much to bear. I really should do something about them.

According to every think piece about the Internet and social networks, my online self is my curated best self. This was me, really trying. The ability to disappear that try-hard completely is so tempting, but I can’t get rid of everything; it’s too suspicious. I’m always going to be comparatively young and dumb on the Internet, somewhere.

Un amore supremo.

Esiste una chiesa ortodossa a San Francisco intitolata a John Coltrane, la Saint John Coltrane African Orthodox Church. Il video qui sopra racconta la storia della sua nascita attraverso la voce dei protagonisti e dei due fondatori, il vescovo Franzo King e la moglie Reverendo Mother Marina King. Questa chiesa è un piccolo mondo nel quale Coltrane rappresenta la testimonianza della presenza di Dio. Ovviamente la sua figura di musicista — e, di rimando, la sua musica — ha un ruolo centrale. Non tutta la sua produzione viene messa sullo stesso piano; il mezzo con il quale esercitare il culto ha un suo perno in un disco particolare: A love supreme. Lavoro che possiamo considerare come vero e proprio punto di svolta nella carriera del jazzista: è da qui che la componente spirituale nella sua musica — ancor prima che quella di avanguardia, termine che in quegli anni si appiccicava un po’ a tutto ciò che usciva dall’ordinario — prende il via, proseguendo poi in tutta la sua fase maggiormente free jazz con una costante ricerca atta ad indagare, oltre a nuove soluzioni sonore, anche il senso profondo della spiritualità del musicista.

Secondo il fondatore Franzo King la Chiesa Ortodossa Africana Saint John Coltrane serve per ricordare alle persone che «Dio non è, senza una testimonianza». E questa chiesa è la testimonianza che «serve per questi tempi, per questa epoca». Il tutto viene celebrato mescolando la liturgia ortodossa africana con citazioni di pensieri di Coltrane conditi con la sua musica.

Abbiamo già detto della centralità del disco A love supreme. In un articolo pubblicato su Open Culture, Josh Jones dà una spiegazione del perché quel lavoro è fondamentale per la Chiesa Saint John Coltrane:

Il reverendo King cita i titoli dei quattro movimenti che compongono la suite che occupa tutto il disco — Acknowledgement, Resolution, Pursuance e Pslams — come la base della sua forma di culto: «Dire: “Padre, Figlio e Spirito Santo”. È come dire: “Melodia, armonia e ritmo”. In altre parole, prima devi prendere coscienza [acknowledge], poi devi riconoscere [resolution] e quindi avviene il conseguimento [pursuance], e la manifestazione di tutto è un amore supremo». I coniugi King hanno fondato la chiesa nel 1969, ma si erano imbattuti nella potenza di John Coltrane quattro anni prima, vedendolo in concerto al San Francisco Jazz Workshop, un’esperienza che oggi descrivono sul loro sito come un «battesimo sonoro». Fin dalla sua fondazione, la chiesa «è cresciuta oltre i confini di San Francisco fino a raggiungere il mondo intero. Ogni domenica, la congregazione che si riunisce include membri e visitatori che provengono da tutto il mondo».

Consigli per gli acquisti

Ho scritto in un post che quest’anno non avrei compilato la consueta playlist di fine anno dei migliori dischi, ma che avrei preferito suggerire qualcosa di tanto in tanto. Oggi è uno di quei momenti: ho recuperato il fantastico progetto uscito con il nome di Thumbscrew che vede coinvolti personaggi di primo piano della frangia più sperimentale del jazz: Mary Halvorson, Michael Formanek, Tomas Fujiwara. Pubblicato dalla Cuneiform, è un disco che non stanca mai (anche) perché è uno di quei pochi dischi provenienti dallo stantìo ambito del jazz che spostano un po’ più in là i confini del genere.
Spesso si legge — a ragione, per altro — che il jazz è uno dei generi più statici e conservatori che ci siano, incapace di evolversi ma abile nel ruotare intorno al suo ombelico in un’orda di autocompiacimento che coinvolge un po’ tutti: musicisti e ascoltatori. L’ho fatto anche io più di una volta, anche recensendo testi che vengono considerati dagli appassionati dei veri e propri manifesti. Questa volta sono contento di essere smentito. Qui abbiamo chitarra, basso e batteria: e tanto basta per far storcere il naso ai puristi (non ci sono i fiati!). Ma tanto basta anche a me per godere di un lavoro unico, dove la schizofrenia dell’improvvisazione va a braccetto con improvvisi squarci melodici.

Il disco è di nicchia, e non lo troverete citato nel giro che conta. Non è indie né hipster né nessun altra delle cose che leggete ogni giorno, da almeno un mese, nelle varie classifiche di fine anno. In un’ipotetica mia classifica questo starebbe tra i primi 5, non saprei dire in che posizione proprio perché quest’anno mi sono voluto sgravare dal compito. Tanto basti, mi piace pensare, per dargli un ascolto:

Xmas vs Christmas.

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Mi rendo conto che la questione sia di lana caprina. Ma qualcuno, come il reverendo Franklin Graham in una conversazione sulla Cnn, ha ipotizzato che l’uso di «Xmas» al posto di «Christmas» nel linguaggio anglosassone (ma in verità un po’ ovunque, ultimamente) sia null’altro che un tentativo di togliere la figura di Gesù dal Natale. Un segno dei tempi del secolarismo, insomma:

Per noi cristiani, questo è uno dei momenti più santi di tutte le feste, la nascita del nostro salvatore Gesù Cristo. Altri vorrebbero togliere il Cristo dal Natale. Sono contenti di dire «merry Xmas». Basta togliere i riferimenti a Gesù dal termine. Davvero, io credo, che sia una battaglia nel nome di Gesù Cristo.

Forse, però, la verità è un’altra. Come ricostruisce bene Brandon Ambrosino su Vox, nel termine «Xmas» i riferimenti a Gesù sono più presenti di quanto si creda: «la ‘x’ in ‘Xmas’» — scrive Ambrosino — «vuol dire letteralmente ‘Cristo’». La spiegazione è da individuare nella lingua greca:

Nel Greco, il linguaggio del Nuovo Testamento, la parola «Christos» (Cristo) inizia con la lettera ‘X’ («chi», in greco):

Χριστός

Fu poi l’imperatore romano Costantino Il Grande ha coniare definitivamente l’abbreviazione giunta fino ai giorni nostri, con la visione che gli permise di creare il Monogramma di Cristo: che è la sovrapposizione delle prime due lettere del termine greco, la ‘X’ e la ‘P’.

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La prima volta che questo simbolo è stato associato al Natale, e quindi la lettera ‘X’ ha sostituito il prefisso ‘Christ’, secondo il sito First Thing è stata intorno al 1021, quando gli scribi inglesi per salvare spazio (un concetto incomprensibile ai giorni nostri) iniziarono a scrivere «Xmas». Il termine lo si trova poi citato in una lettera del poeta e filosofo inglese Samuel Taylor Coleridge datata 31 dicembre 1801 («On Xmas day I breakfasted with Davy») ed è stata reso un verbo («xmassing») in un numero del 1994 del magazine Punch , stando a quanto riporta il Guardian.

(foto via Flickr)

Cuba libre? (roundup)

foto via Flickr
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Mentre oggi da più parti viene celebrata la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra gli Stati Uniti e Cuba, Matthew Yglesias su Vox fa un riepilogo per spiegare perché gli attivisti anti-castrismo non hanno tutti i torti nel condannare le violazioni dei diritti umani a Cuba:

Secondo la Freedom House, Cuba ha la censura sulla stampa più restrittiva dell’emisfero occidentale ed è l’unico stato dichiarato «non libero» del continente Americano. Tutti i media ufficiali sono statali e controllati dal governo. I blogger dissidenti vengono regolarmente arrestati. Per Amnesty International, chi protesta contro il regime viene arrestato e incarcerato senza processo. La Fondazione per i Diritti Umani a Cuba parla di oltre 6 mila detenzioni di attivisti per i diritti umani nel 2013.
Una volta in carcere, i detenuti affrontano condizioni rigide. «I prigionieri spesso dormivano su letti di cemento senza materasso», si legge in un rapporto sui diritti umani a Cuba del Dipartimento di Stato americano, «e alcuni detenuti hanno dichiarato che un piccolo letto era diviso tra più persone. Se disponibili, i materassi erano sottili e spesso pieni di vermi e insetti».
Oltre alla mancanza di libertà di stampa e di parola, il governo cubano si è contraddistinto dopo la rivoluzione per la persecuzione nei confronti dei cittadini omosessuali. Negli anni Sessanta e Settanta, c’è stato un vasto licenziamento, oltre ad un imprigionamento di massa e un ricovero (per malattie mentali), di gay e lesbiche cubani. La repressione fu così severa che persino Fidel Castro nel 2010 si è parzialmente scusato. Dal 1986 al 1994 il governo cubano ha messo forzatamente in quarantena tutti i sieropositivi.
Inoltre, il governo cubano non ha mai dato alla popolazione alcun tipo di opportunità di votare in giuste elezioni ed esprimersi nella scelta del governo.

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Ricostruire l’architettura.

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Steven Blinger e Martin C. Pedersen si chiedono sul New York Times quando il potenziale dell’architettura di migliorare la vita degli uomini si è perso a causa della sua incapacità di connettersi agli stessi:

Abbiamo insegnato a generazioni di architetti di esprimersi come artisti, ma non gli abbiamo insegnato come ascoltare. Così quando ci hanno tirato in causa per via di crisi e catastrofi — a New York, per esempio, dopo l’11 settembre, o a New Orleans dopo l’uragano Katrina — abbiamo fallito nel dare alla gente una buona ragione per credere in noi. In Cina e in altri paesi dell’Asia, l’architettura occidentale continua a esprimersi in maniera unica ma, allo stesso tempo, ripete molte delle catastrofi del secolo scorso nel design urbano su scala significativamente più larga.
La disconnessione dell’architettura con la gente è sia fisica che spirituale. Perseguitiamo nel tentativo di vendere al pubblico palazzi e quartieri non particolarmente desiderati, in un linguaggio che il pubblico stesso non capisce. Nel frattempo, abbiamo ceduto il passo ai dilettanti, con il risultato che siamo circondati dall’espansione urbana selvaggia e dai quartieri spazzatura.

La soluzione per riprendere in mano la situazione, secondo i due architetti è la seguente:

Dobbiamo ripensare al mondo con cui rispondere alle esigenze delle persone progettando per loro e per i loro interessi, non per i nostri. Dobbiamo affinare le nostre competenze attraverso un’autentica collaborazione, non con comportamenti da venditori un po’ viscidi; dobbiamo rivalutare la nostra ossessione per la meccanizzazione e la materia e esplorare forme più universali e principi di costruzione più naturali.
Non tutti gli architetti sono ugualmente bravi nel produrre lavori seminali. Ma dobbiamo avere accesso agli stessi strumenti e alle stesse fonti di ispirazione. E, siamo onesti: riconnettere l’architettura con i suoi fruitori — riscoprire cioè il centro radicale, il luogo dove ci incontriamo, ci ascoltiamo e collaboriamo realmente con il pubblico, parliamo un linguaggio comune e riusciamo ancora a far progredire l’arte dell’architettura — è un qualcosa che è atteso da tempo. È anche una delle grandi sfide per il design ai giorni nostri.

(foto via Flickr)

L’undicesimo comandamento

Io non metto in dubbio che i risultati ottenuti da Roberto Benigni nelle due prime serate su Raiuno con I Dieci Comandamenti non siano stati un successo. Non lo metto in dubbio io, e nemmeno lo mettono in dubbio i numeri, gli unici valori che in casi come questi sarebbe opportuno consultare e citare: oltre 10 milioni di telespettatori e uno share del 38% non ammettono contestazioni.
Non metto nemmeno in dubbio il valore in sé delle due serate: ovvero non metto in dubbio che il comico abbia fatto un lavoro eccellente, come spesso gli è capitato e come — sono sicuro — gli ricapiterà. E nemmeno metto in dubbio il coro pressoché unanime che commentatori più o meno autorevoli hanno cantato: li abbiamo letti sulle prime pagine dei giornali, poi ripresi da colleghi del comico su Facebook e alla fine, come ultimo anello della catena inteso anche per autorevolezza, li abbiamo rivisti condivisi anche dall’utente normale del social network. Va da sé, quindi, che è quasi inutile ribadire l’ovvio. E cioè che le due prime serate su Raiuno di Roberto Benigni sono state un successo, e che il compenso — lauto — che il comico si è portato a casa è sacrosanto, e tanto più che sembra — almeno stando ad uno dei suoi colleghi di cui sopra — provenire per la gran parte dalle pubblicità e dagli sponsor e quindi, a rigor di logica, non è costato nulla al contribuente.
Ma fosse anche costato qualche centesimo del contribuente, sarebbe stato un centesimo ben speso. È o non è forse questa la missione del tanto richiesto «servizio pubblico»?

Però questa è la suggestione, almeno come l’ha spiegata l’altro giorno Giuliano Ferrara in un editoriale sul Foglio: siccome questa mattina tutti ci stanno raccontando che le due serate di Roberto Benigni sono state un successo, ma è pressoché impossibile che tutti le abbiano viste (sebbene i dati di ascolto siano altissimi), forse il ruolo dell’informazione — e cioè: delle prime pagine dei giornali che hanno lanciato la suggestione, dei vip amici di Benigni che l’hanno amplificata, riprendendola, su Facebook e così via — sta conducendo il solito gioco. Trovato lo scopo (ridare un senso al servizio pubblico, qualunque cosa voglia dire), si manipola la notizia in modo subdolo per raggiungerlo.

Salvo poi scoprire che la media del pubblico che ha decretato il successo delle due serate di Roberto Benigni — perché il successo è il pubblico che lo decreta, anche nell’ambito del servizio pubblico televisivo — è stata di 57 anni. Che a me sembra un’età media non alta, ma altissima. C’entra probabilmente il fatto che i giovani non guardano più la televisione, come ci viene sempre più spesso raccontato. E che magari quella fascia d’età che avrebbe contribuito ad abbassare la media si rifarà guardando spezzoni dello spettacolo sul portale della Rai: un dato che forse, alla televisione di stato, dovrebbero iniziare a tenere conto e, magari, monetizzare anche in qualche modo. Però se dovessi utilizzare gli stessi strumenti retorici della grande stampa (e dell’amico del comico, e del semplice utente Facebook…) dovrei dire che se questo è lo scopo del servizio pubblico, c’è qualcosa che non funziona, in questo servizio pubblico. Non solo perché parla ad una sola parte del paese, ed è quindi un servizio pubblico esclusivo; ma anche perché è, quella parte di paese, la parte che per forza di cose guarda meno al futuro.

È sparito il singolo di Natale

Simon Hattenstone prova a spiegare sul Guardian perché — dopo un passato particolarmente prolifico — da una ventina d’anni (suppergiù da questa) non si producono più i singoli di Natale

La tradizionale hit di Natale sia diventata un’eccezione anziché una regola. Le canzoni di Natale che sentiamo in questi giorni suonare all’ingresso dei negozi e dei centri commerciali sono i classici del passato (…) Cosa è cambiato? Colpa del denaro. Roy Wood [il produttore di I wish it would be Christmas everyday – ndt] ha spiegato a Today che anche nel periodo di massimo splendore le canzoni di Natale avevano un tocco di Samuel Beckett — erano cioè partorite a cavallo di una tomba [«born astride the grave», citando il celebre passo di Aspettando Godot – ndt]: uscivano quando finiva un anno e stava per iniziarne un altro. C’erano delle eccezioni, ma in generale le case discografiche decisero che questi singoli erano un fenomeno troppo effimero da giustificare l’investimento.

E forse c’è stato anche un cambiamento culturale più grande. Nonostante il cristianesimo sia scemato, continuiamo a celebrare il Natale nella solita maniera eccessiva. Ma c’è stata una collettiva perdita di innocenza e le pop star sono semplicemente troppo maliziose o consapevoli da riuscire a scrivere dal profondo del cuore i loro dei sogni di un bianco Natale, di tutti che si divertono, di Babbo Natale che slitta per la Via Lattea o della guerra che è finita.

Ma forse è stato il capitalismo ad uccidere il singolo di Natale. Per via del fatto che i controllori della mediocrità hanno decretato che ogni anno debba finire con l’uscita del singolo del vincitore di X-Factor, e che questo contributo alla storia debba doverosamente finire in cima alle classifiche.

Vasilij Kandinsky, uno splendido 148enne…

Yellow-Red-Blue by Wassily Kandinsky

… e Jonathan Jones sul Guardian gli dedica un ritratto (con citazione del doodle che Google gli ha invece dedicato per l’intera giornata):

La cosa che affascina di Wassily Kandinsky, il cui 148esimo compleanno gli è valso un doodle da parte di Google, è come in modo serio e con cura è evoluto dall’arte figurativa a quella astratta. Kandinsky non è diventato un pittore astratto con facilità. Ha raggiunto l’astrazione in maniera faticosa e ragionata, ciò che ha dato alla sua arte grande autorità. Come le sinfonie, anche i grandi quadri astratti di Kandinsky parlano direttamente ai nostri sensi e ai nostri sentimenti. Il loro insieme di segni misteriosi sono come onde sonore che sollecitano le emozioni. Per lui, il mondo che questi segni puntavano era un campo spirituale, una verità nascosta.

E ancora:

C’è una vera grandezza dietro il suo concetto di pittura, e un senso di verità. Qualunque cosa noi pensiamo delle sue convinzioni spirituali, il risultato è un’arte che insieme puramente astratta e chiaramente radicata in un profondo sentire la natura delle cose. Un profondo, paradossale e ricco risultato quello da lui raggiunto. Kandinsky intuisce la complessità cosmica della fisica moderna. La sua arte può affiancarsi alle odierne immagini della fabbrica dell’universo.
Nulla di tutto questo fa di Kandinsky un artista facile. Ma fa di lui un grande artista.

Jones cita le sinfonie come termine di paragone per l’arte di Kandinsky. E sul Daily Telegraph Ossian Ward approfondisce questo aspetto musicale, citando un fenomeno cui spesso il pittore è stato accostato: la sinestesia. Non ci sono certezze che Kandinsky ne fosse affetto — per quanto si possa parlare di «affezione» in questo caso. Scrive Ward:

Si crede che Kandinsky fosse affetto da sinestesia, un fenomeno innocuo che permette ad una persona di apprezzare suoni, colori o parole con due o più sensi contemporaneamente. Nel suo caso, i colori e i segni dipinti gli facevano venire in mente particolari suoni o note — e vice versa. La capacità involontaria di sentire i colori, vedere la musica o addirittura assaporare le parole sono il risultato di uno strano incrocio nel cervello (c’entra il genoma X) riscontrabile in una persona su 2 mila, e in molte più donne che uomini.

Un breve ritratto sul quotidiano britannico The Independent ripercorre la biografia dell’artista. Vasilij Kandinsky nacque a Mosca il 16 dicembre 1866. La sua carriera di pittore iniziò solo all’età di trent’anni, dopo aver realizzato il desiderio della sua famiglia di conseguire una laurea in Economia. Nel 1896, dopo aver insegnato per qualche anno all’Università di Dorpat, tentò la strada dell’arte iscrivendosi all’Università d’Arte di Monaco. Tornò a Mosca all’esplosione della Prima Guerra Mondiale, ma non simpatizzò mai con le teorie comuniste sull’arte. Nel 1921 fece ritorno in Germania, dove insegnò alla scuola del movimento Bauhaus dal 1922 fino alla chiusura, per mano del regime nazista, nel 1933. Nel corso della sua carriera attraversò, rimanendone influenzato, molte correnti artistiche: l’impressionismo, il puntillismo, la scuola Bauhaus e l’espressionismo astratto. Ma fu solo dopo essersi trasferito in Francia che produsse alcune tra le sue opere più conosciute. Morì a Neuilly-sur-Seine il 13 dicembre 1944. Sotto il nazismo alcune sue opere furono sottratte durante un raid alla scuola d’arte del movimento Bauhaus e successivamente esposte, nel 1937, nell’ambito di una mostra sponsorizzata dal regime “Arte degenerata”, prima di essere distrutte per sempre.

(immagine: Yellow-Red-Blue, 1925 – © Burstein Collection/CORBIS)