Quale significato di «cultura»

foto via Flickr
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Joshua Rotham riflette sul New Yorker intorno al significato del termine «cultura», dopo che il dizionario Merriam-Webster l’ha decretato il termine del 2014.

Il critico Raymond Williams, nel suo dizionario Keywords, scrive che la «cultura» ha tre significati differenti: c’è la cultura come processo di arricchimento individuale, come quando ci capita di dire che qualcuno è «acculturato» (nel 1605, Francis Bacon scrisse sulla «cultura e la coltivazione delle menti»); la cultura come il «particolare modo di vivere» di un gruppo, ad esempio quando parliamo di cultura francese, cultura di una compagnia, o multiculturalismo; e una cultura come attività, che viene praticata nei musei o ci arriva dai concerti, dai libri e dai film […] Questi tre significati di cultura sono in verità abbastanza diversi tra loro e — scrive Williams — competono l’uno con l’altro. Ogni volta che pronunciamo la parola «cultura», intendiamo uno o l’altro di questi aspetti: la «cultura» trasmessa per osmosi e la «cultura» che si impara nei musei, o la «cultura» che fa di te una persona migliore, o una «cultura» che ti rende parte di un gruppo.

Prosegue Rotham:

Nei decenni dopo la guerra, la parola «cultura» è stata associata alla ricerca di crescita personale: anche se respingevi la cultura dell’establishment, potevi sempre abbracciare i movimenti della «controcultura». Negli anni Ottanta e Novanta la cultura era una fonte di orgoglio: l’ethos multiculturale ci aveva identificati con la nostra cultura. Ma, oggi, la cultura ha un aspetto furtivo, losco e ridicolo. Spesso, quando aggiungiamo la parola «cultura» a qualcos’altro, è come se suggerissimo che il termine ha un’influenza penetrante e funesta (come nell’espressione «cultura della celebrità»).  Altre volte, «cultura» è usato come aspirazione per qualcosa di chiaramente controfattuale: le istituzioni che insistono sulla loro «cultura della trasparenza» o «cultura della responsabilità», spesso non possiedono né l’una né l’altra. Sotto ogni aspetto, «cultura» è usato in modo superficiale: non c’è una vera cultura nella «cultura del caffè» (anche se il caffè che servono al Culture, un bar vicino al mio ufficio, è eccellente). Allo stesso tempo, è difficile immaginare di applicare la parola «cultura» anche a quella più in buona fede tra le «istituzioni culturali». Noi non diciamo che il MoMa promuove la «cultura dell’arte», perché descrivere l’arte come cultura significherebbe denigrarla sottilmente. Quando nel 1954 venne fondata la rivista Film Culture, il suo nome ha reso glamour gli amanti del cinema. Oggi, quel nome suona vagamente condiscendente.

Rotham cita poi un esempio particolarmente efficace del significato del termine «cultura» che si perde quando viene associato ad un’altra parola. Si tratta di un’espressione molto utilizzata nel corso del 2014, soprattutto sui media americani: «Rape culture», in italiano «cultura dello stupro»:

[Il termine] è stato coniato molto tempo fa, in un documentario del 1975 intitolato Rape Culture e incentrato in larga parte su un organizzazione chiamata Prigionieri Contro lo Stupro [Prisoners Against Rape in inglese – ndt]. Ariel Levy, in un recente articolo sul New Yorker, ha definito l’espressione come «un sistema di valori dove le donne sono la moneta, e il sesso è qualcosa che gli uomini ottengono — o prendono — da esse. La diffusione del concetto di «rape culture» non ha solo cambiato il nostro pensiero sugli stupri; ha anche cambiato il nostro pensiero sulla cultura. Tra le altre cose, «rape culture» contiene il termine «cultura» in un’accezione che non implica, a nessun livello, alcuna idea di arricchimento personale. Piuttosto, il peso del termine è sbilanciato, specificatamente, su quelli che il critico Raymon Williams nel suo dizionario Keynote individuava come gli altri due aspetti della cultura: le norme sotterranee che definiscono un gruppo (misoginia, privilegi) e che incoraggiano la violenza contro le donne; e le istituzioni culturali (i film, le confraternite) che propagano quelle norme. L’espressione «rape culture» funziona, in parte, a causa della sua dissonanza. Non riusciresti infatti a vedere la parola «cultura» di fianco alla parola «stupro» senza rivedere la tua idea di ciò che significa «cultura».

Conclude Rotham:

Tutto ciò potrebbe portare a chiedervi: ha ancora senso avere un singolo termine, «cultura», con significati così divergenti? Forse no; molte persone, scrive Williams, credono che «cultura» sia un termine «approssimativo o confuso». È possibile immaginare un sistema più razionale, nel quale una singola parola descrive le attività della vita artistica e intellettuale, un altro le identità di un gruppo, e un terzo ancora le nostre regole implicite e i modi di vivere. Questi termini, qualunque essi siano, sarebbero più semplici e circoscritti — ma anche molto meno accurati. Oscurerebbero le sovrapposizioni tra la vita, l’arte e la politica. E sarebbero anche meno significativi. Il termine «Cultura» […] rappresenta, a suo modo, un desiderio. Il desiderio che un gruppo di persone scoprano, insieme, un buon modo di vivere; che questo loro modo di vivere possa esprimersi nelle loro abitudini, istituzioni e attività; e che queste, a loro volta, possano aiutare altri individui ad esprimersi a loro modo. La migliore cultura sarebbe quella in cui i tre significati di «cultura» non siano in contrasto tra di loro. Ma questa non è la cultura che abbiamo oggi; la nostra cultura è frazionata, così come il nostro senso del termine «cultura». Tuttavia è possibile immaginare un mondo in cui le nostre attitudini collettive e le nostre istituzioni promuovano la crescita individuale di ciascuno. Forse, in questo mondo, il significato di cultura sarebbe più ovvio; e non avremmo dovuto cercarlo.

Edit: un lettore mi scrive su Twitter, a proposito di questo post: