Abuso del «dopodiché».

Alfonso Berardinelli dibatte, scherzosamente ma non troppo, sull’uso del «dopodiché» (dal Foglio di mercoledì 31 dicembre 2014, p. 2):

Ritrovo per caso in un taccuino di un anno fa qualche riga sull’uso a pioggia dei «dopodiché» nei dibattiti politici via radio e via tv. Dopo dodici mesi, i «dopodiché» sono diventati i parassiti, i pidocchi del ragionamento e del discorso politico. Nessuno riesce più a staccarseli di dosso. Una volta il «dopodiché» era un tic che distingueva sindacalisti e affini (innamorati estimatori e studiosi di sindacato). Oggi distingue tutti quelli che vogliono in un certo modo distinguersi: cioè, ancora una volta, tutti. Quella paroletta o avverbio, se volete, è l’apriti sesamo di chi vuole esibire una maggiore padronanza della logica e una più seria e cognizione dei rapporti di causa ed effetto. «Dopodiché» si usa per inchiodare gli interlocutori alla loro incapacità di trarre conclusioni inevitabili da precise premesse e di stabilire nessi narrativi realistici fra un prima e un dopo. Cari miei, voi non lo sapevate, ma dopo questo viene, è venuto, verrà quest’altro. Non ci avete pensato? Non ve ne siete accorti? Ora ve lo dico io. Quando dite una cosa, voi vi fermate a quella. Dopodiché, invece, ne succede un’altra. No, non ve ne eravate accorti. Dopodiché siamo ancora qui a parlarne.
Si lotta a colpi di dopodiché. Tu ti fermi lì, io vado oltre. Vedo più conseguenze di te. Il problema è vedere le conseguenze. Non riusciamo mai a vederle noi, qui in Italia, le conseguenze. Diciamo di vederle, dopodiché non le vediamo.