Gennaio 11, 2015

L’album di famiglia di Rossana Rossanda

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Oggi sulla prima pagina del Corriere della Sera lo storico e politologo Ernesto Galli della Loggia ha scritto un articolo, intitolato Assassini e il coraggio di dirlo, che sta facendo molto discutere. In buona sostanza Galli della Loggia spiega che il mondo islamico non deve fare una ritrattazione o dissociarsi dai terribili fatti commessi negli ultimi giorni a Parigi dietro richiesta del mondo occidentale; piuttosto, ha bisogno di uno «scandalo» al suo interno, ovvero

di qualcuno nelle sue file che abbia la lucidità intellettuale e il coraggio di dire che se nel mondo si aggirano degli assassini – non uno, non dieci, ma migliaia e migliaia di assassini feroci – i quali sgozzano, violentano donne, brutalizzano bambini, predicano la guerra santa, e fanno questo sempre invocando Allah e il suo Profeta, sempre annunciando di compiere le loro gesta in nome e per la maggior gloria dell’Islam, ebbene se ciò accade non può essere una pura casualità. Non può essere attribuito a una sorta di follia collettiva. Il mondo non è pazzo: qualche ragione deve esserci. Deve esserci qualche legame – distorto, frainteso grossolanamente, erroneamente interpretato quanto si vuole – ma un legame effettivo con qualcosa che riguarda l’Islam reale.

Come postilla a quanto scritto sopra, aggiungo solo che sono molto d’accordo con Galli della Loggia. E che questo qualcuno, per quanto possa valere, per quanto possa essere paradossale e per quanto possa sembrare un alleato alquanto strano in questa battaglia, potrebbe essere il presidente egiziano Al Sisi, il quale pochi giorni fa — come scriveva Il Foglio il 9 gennaio

di fronte alle massime autorità sunnite del mondo, all’Università di al Azhar, ha chiesto, con parole senza precedenti da parte di un leader musulmano, l’avvio di una «rivoluzione religiosa» nell’Islam, capace di «sradicare» il fanatismo per «rimpiazzarlo con una visione più illuminata del mondo». «È possibile che la nostra dottrina debba fare di tutta la umma una sorgente di ansietà, pericolo, uccisioni e distruzioni per il resto del mondo?», ha detto Al Sisi, «ed è mai possibile che un miliardo e seicento milioni di persone possano mai pensare di riuscire a vivere solo se eliminano il resto dei sette miliardi di abitanti del mondo? No, è impossibile». Sarebbero bastate solo queste affermazioni, pronunciate di fronte ai più importanti studiosi e muftì sunniti, campioni di sottigliezze e di distinguo coranici, a fare di Al Sisi l’araldo inaspettato e tutt’altro che moderato di quello che un tempo si sarebbe chiamato «nuovo corso».

Uscendo dalla stretta cronaca, l’editoriale di Galli della Loggia si basa su un paragone. Quanto dovrebbe fare la comunità islamica mondiale ha un precedente in Italia. Si tratta del famoso articolo Il discorso sulla Dc, scritto da Rossana Rossanda sul manifesto nel marzo del 1978. In pieno sequestro Moro, il mondo della sinistra italiana si chiedeva cosa muovesse la logica brigatista, senza però avere il coraggio di dire — scrive Galli della Loggia — «quello che invece tutti pensavano», e cioè che il linguaggio e l’ideologia delle Brigate Rosse

erano quelli del comunismo degli Anni 50, ben scolpiti nella memoria di tutti. Le Br, insomma, non venivano dal nulla, non erano delle schegge impazzite chissà come di chissà che cosa. Erano all’opposto, una pagina dell’«album di famiglia» della Sinistra italiana: una pagina obsoleta quanto si vuole, fuori tempo, ferma ad analisi ormai superate, insostenibili quanto si vuole, ma che un tempo erano state condivise da moltissimi perché facevano parte di un patrimonio comune a moltissimi. Anche se questi ora preferivano dimenticarlo. L’articolo della Rossanda s’intitolava appunto «L’album di famiglia» [qui Galli della Loggia si confonde, l’articolo si intitolava Il discorso sulla Dc e, come vedremo in seguito, fu un altro articolo ad essere intitolato così — ndr]. E naturalmente fece non poco scandalo.

Già espulsa dal Pci nel novembre del 1969 perché considerata una «frazionista» (insieme agli altri redattori del manifesto Aldo Natoli, Lucio Magri e Luigi Pintor), Rossanda pubblicò il suo Discorso sulla Dc il 28 marzo 1978. In realtà, come chiunque abbia modo di leggere il pezzo in questione, di Democrazia Cristiana si parlava pochissimo, mentre il contenuto si concentrava piuttosto nell’individuare all’interno dello stesso mondo di sinistra una continuità con la folle ideologia brigatista:

Chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle BR. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria. Il mondo, imparavamo allora, è diviso in due. Da una parte sta l’imperialismo, dall’altra il socialismo. L’imperialismo agisce come centrale unica del capitale monopolistico internazionale (allora non si diceva “multinazionali”). Gli Stati erano il “comitato d’affari” locale dell’imperialismo internazionale. In Italia il partito di fiducia – l’espressione è di Togliatti – ne era la DC. In questo quadro, appena meno rozzo e fortunatamente riequilibrato dalla “doppiezza”, cioè dall’intuizione del partito nuovo, dalla lettura di Gramsci, da una pratica di massa diversa, crebbe il militarismo comunista degli ani cinquanta. Vecchio o giovane che sia il tizio che maneggia la famosa Ibm, il suo schema è veterocomunismo puro. Cui innesta una conclusione che invece veterocomunista non è: la guerriglia

Come ha spiegato Galli della Loggia, l’articolo servì e come alla sinistra per fare almeno parzialmente autocritica delle proprie tradizioni. Ma ci volle tempo, perché la reazione che il pezzo della Rossanda scaturì nella sinistra, almeno nei giorni immediatamente successivi alla pubblicazione, fu piuttosto di sdegno e indignazione. Emanuele Macaluso, che successivamente con i suoi scritti, i suoi giornali e le sue riviste politiche ha contribuito non poco a dar vita a quel mondo della cosiddetta «sinistra riformista», scrisse sull’Unità

io non so quale album conservi Rossana Rossanda: è certo che in esso non c’è la fotografia di Togliatti; né ci sono le immagini di milioni di lavoratori e di comunisti che hanno vissuto le lotte, i travagli e anche le contraddizioni di questi anni. […] Una tale confusione e distorsione delle nostre posizioni da parte degli anticomunisti di destra e di sinistra è veramente impressionante.

A queste accuse Rossanda rispose con un altro articolo sempre sul manifesto [2 aprile 1978], nel quale si rammaricava sia per la reazione del Pci che per un’altra e diametralmente opposta reazione: quella che aveva avuto la stampa «nemica» del comunismo (che lei individuava soprattutto ne Il Popolo, organo della Dc, e nel Giornale di Montanelli):

Il Pci si è sentito offeso, chissà perché. I suoi nemici sono stati felici, chissà perché. L’uno e gli altri strumentalizzano e falsificano allegramente. Vediamo. Non parlerò del Giornale, perché sono una veterosettaria e voglio morire senza parlarne. Il Popolo mi fa dire che non solo è veterocomunismo, ma che “affonda le radici nelle trame internazionaliste del Cominform”. Povero Cominform, fiacca e spiacevole larva della defunta internazionale: scommetterei che della dc non ebbe neppure tempo di accorgersi, nella breve vita impiegata ingloriosamente a cercare di abbattere Tito. Il Corriere fa scrivere a Ronchey che l’abbandono da parte del Pci di quel giudizio sulla dc coincide con la fine del leninismo. E perché? Intanto, va a vedere come, se, quando, e in che senso Togliatti abbandonò il leninismo davvero. E poi, perché Lenin dovrebbe essere il simbolo dello schematismo? I suoi giudizi politici sono lucidamente articolati. E quanto alla dc, solo una veggente avrebbe potuto informarlo di questo squisito e tardivo prodotto del secolo. Soltanto Enzo Forcella sembra aver letto le nostre righe sull’album di famiglia, del resto poco originali, con la consueta lucidità. Questa è mancata davvero ai compagni comunisti.

In un’intervista a Europa pubblicata in anni recenti, Rossanda ha avuto modo di spiegare la genesi di quell’articolo e di quella espressione — «album di famiglia» — che da allora è entrata in pieno diritto nelle espressioni di uso comune, soprattutto in politica quando si deve indicare un insieme di persone o di valori che costituiscono il riferimento comune di una certa area politico-culturale:

accadde che nel pieno del sequestro Moro, commentando uno dei documenti delle Br, qualcuno – mi pare fosse su Repubblica – scrisse che quelle parole scendevano dirette dal ‘68. Ma quando mai? Allora scrissi quell’articolo sul manifesto. Per ricordare che mai il ‘68 aveva parlato in quei termini della Dc come agente politico della borghesia e dell’imperialismo delle multinazionali. Anzi, il ‘68 della Dc non parlava proprio: guardava al mondo, contestava la chiusura culturale italiana… Quei termini, scrissi, venivano diretti dalle parole d’ordine del Pci del dopoguerra. È il nostro album di famiglia, dicevo io che di quella famiglia facevo parte. Apriti cielo…

Che successe?
Che se ne ricavò l’assioma: allora i brigatisti vengono dal Pci. E, guarda, non ho le prove ma sono abbastanza convinta: la linea della fermezza di Berlinguer nasceva anche dalla paura che quando li avessero presi, qualcuno di questi brigatisti si sarebbe rivelato davvero uno del Pci, che so io, segretario di sezione di chissà dove. Ed era un timore assurdo, perché io conoscevo bene quel partito e sapevo che qualsiasi velleità insurrezionale era stata sepolta da Togliatti praticamente subito. Mai presa in considerazione alcuna ipotesi rivoluzionaria nel Pci del dopoguerra…
Ma poi, alla verifica dei fatti, davvero quei brigatisti stavano nell’album di famiglia?
Per filiazione diretta giusto quelli di Reggio Emilia, del cosidetto “gruppo dell’appartamento”. Gallinari, Franceschini, un altro paio, non di più, nipoti di partigiani… Gli altri in definitiva non c’entravano niente, pensa soltanto alle Br romane.