John Berger, traduzione

JohnBerger

John Berger, critico d’arte e scrittore inglese, autore tra gli altri del romanzo G. (Booker Prize e James Tait Black Memorial Prize nel 1972), interviene sull’inserto culturale del Corriere della Sera [La Lettura, 11.01.2015, p. 16] in celebrazione della lingua.
Tra un riferimento alla bellezza delle lingue e uno a Chomsky e alla sua teoria del linguaggio innato e della grammatica universale (che, però, da alcune parti non viene più considerata granché significativa), Berger trova anche il tempo per fare una riflessione sulla traduzione nella letteratura:

Oggi le traduzioni sono perlopiù tecniche, mentre io mi riferisco alle traduzioni letterarie, alle traduzioni di testi che riguardano l’esperienza individuale. Se si guarda alla faccenda in modo convenzionale, il traduttore o i traduttori non dovrebbero far altro che studiare le parole scritte in una certa lingua su una pagina, per poi renderle in una lingua diversa su un’altra pagina. Il procedimento implicherebbe dunque una cosiddetta traduzione parola per parola, una successiva rielaborazione che rispetti e incorpori la tradizione e le regole linguistiche della seconda lingua, e una passata finale per ricreare l’equivalente della «voce» del testo originale.
Molte traduzioni seguono questo metodo e i risultati sono validi, ma di seconda qualità. Perché? Perché la vera traduzione non è binaria (una relazione tra due lingue) bensì triangolare (una storia a tre). La vera traduzione esige che si ritorni al pre-verbale.
Si leggono e si rileggono le parole del testo originale per capirle a fondo e così raggiungere, toccare la visione o l’esperienza da cui sono scaturite. Poi si raccoglie quel che si è trovato, si prende questa «cosa» tremante e quasi muta e la si colloca dietro la lingua in cui va tradotta. Adesso il compito principale è convincere la lingua ospitante ad accettare e accogliere la «cosa» che attende di essere articolata.