L’ebook ti spia?

foto via Flickr
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Nel frattempo viene scoperta l’acqua calda, e cioè che Kobo conosce le abitudini dei lettori — ma non ho motivo di dubitare che la cosa succeda anche con gli e-book reader che s’appoggiano ad altre piattaforme. Le quali non solo, come ovvio, sanno cosa i lettori acquistano; ma anche quali libri poi effettivamente vengono letti, quali non e quali sì ma solo fino a quando la noia prende il sopravvento e vengono perciò abbandonati. Alison Flood lo scorso dicembre sul Guardian aveva fornito un po’ di dati:

Dopo aver raccolto, tra gennaio e novembre del 2014, dati da oltre 21 milioni di utenti in paesi come il Canada, gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito, l’Italia e l’Olanda, Kobo ha scoperto che il libro la cui lettura è stata la più completa nel 2014 nel Regno Unito non era uno di quelli che hanno vinto il premio Man Booker o Baileys. Piuttosto, i lettore erano più propensi a terminare il thriller auto-pubblicato di Casey Kelleher Rotten to the core, che non compariva nemmeno nella lista generale dei besteller — nonostante Kelleher abbia vinto un contratto con il marchio Thomas & Mercer (di proprietà di Amazon UK) dopo aver venduto quasi 150 mila copie dei suoi tre romanzi auto-pubblicati.

Francine Prose prova a porre la questione non dal punto di vista degli editori, ma dai due veri protagonisti che girano intorno alla figura del libro: il lettore e lo scrittore. Per quanto riguarda il lettore, scrive:

Oggi queste informazioni sono anonime; domani potrebbero riguardarci direttamente. Ma allora i lettori che già oggi si sentono in colpa quando non riescono a finire un libro, domani si sentiranno doppiamente in colpa perché abbandonare un romanzo non sarà più una questione privata ma un atto pubblico? Qualcuno sarà accusato di aver commesso un crimine perché si scoprirà che ha letto più volte uno stesso passaggio di un libro? Tutto ciò potrebbe diventare una sorta di corrispondente, solo un po’ più sottile o sofisticato, di quella disposizione del Patrioct Act che permette ai funzionari del governo di richiedere e sequestrare i registri di lettura degli utenti delle biblioteche pubbliche?

Mentre per lo scrittore non esiste un problema di privacy, quanto piuttosto di come la conoscenza di questi dati possa influenzare il suo lavoro:

Gli autori saranno sollecitati a scrivere quel genere di libri che un’alta percentuale di lettori riesce a leggere fino alla fine? O magari libri più brevi? I lettori saranno meno propensi a finire libri più lunghi? Lo scopriremo sicuramente. Gli scrittori di romanzi gialli saranno rimproverati (e magari tolti dalle liste dei loro editori) perché un terzo dei loro lettori non riuscirà a reggere abbastanza tempo da scoprire chi ha commesso l’omicidio? Oppure queste informazioni non interesseranno agli editori, i cui profitti non sembrano essere influenzati dal fatto che i lettori perseverino o meno fino alle ultime pagine?

Secondo l’edizione americana di Wired, invece, gli editori sono e come interessati a questa massa di dati. Non si spiegherebbe altrimenti perché si siano buttati a capofitto sui servizi in abbonamento. Come ha fatto Macmillan che ha siglato un accordo con due piattaforme digitali, Scribd e Oyster, per dar vita a quella che il magazine americano definisce il «Netflix dei libri»

Forse non sono i soldi il vero motivo dell’interesse degli editori. Il grande valore aggiunto di questi «Netflix dei libri» può essere il fatto che queste startup digitali condividono dati preziosi circa le abitudini dei lettori — afferma James McQuivey, un analista della Forrester Research. I servizi in abbonamento che riguardano altri media raramente condividono con i produttori di contenuti le informazioni sulla fruizione dei contenuti stessi. «In questo i servizi in abbonamento di e-book si differenziano dagli altri nelle menti degli editori, convincendoli a seguirli», sostiene McQuivey.