I giornali digitali.

Il portariviste dell'era moderna - foto via Flickr
Il portariviste dell’era moderna – foto via Flickr

Edicola Italiana è la nuova piattaforma digitale frutto dell’accordo tra i maggiori gruppi editoriali italiani (La Stampa, 24 Ore, Caltagirone, Espresso, Rcs e Mondadori) e la start-up Premium Store. L’obiettivo è quello di poter leggere, pagando un prezzo fisso mensile che varia da 9,99 a 14,99 euro, tutti i periodici in essa presenti. O di gestire, con un unico profilo, l’abbonamento digitale a diversi quotidiani italiani. Non si tratta però di un vero e proprio “all you can read”, come viene pubblicizzato in questi giorni, visto che la modalità buffet è al momento disponibile soltanto — ai prezzi visti sopra — per i periodici settimanali e mensili, ma non per i quotidiani — ai quali è possibile comunque abbonarsi gestendo il tutto con un unico profilo.

Di servizi simili ne esistono già in altri paesi. Negli Stati Uniti i due più grandi sono Next Issue e Magzter, prontamente ribattezzati i «Netflix dei giornali» perché funzionano concettualmente come Netflix per i film (o Spotify per la musica). E in questi giorni si fa un gran parlare di queste piattaforme proprio per lo scarso successo che hanno riscontrato presso il pubblico dei lettori. Scrive sull’Atlantic Derek Thompson che, a differenza di quanto succede proprio con Netflix o Spotify, queste piattaforme non offrono un accesso diretto ad un contenuto; piuttosto offrono l’accesso ad un’app. Ma se la stampa cartacea gode ancora di una circolazione piuttosto ampia — riviste come National Geographic, Sports Illustrated, Time e Cosmopolitan raggiungono i 3 milioni di lettori — il problema è che sono molti di meno quelli che pagano per l’app. Scrive Thompson che «non c’è un magazine negli Stati Uniti che raggiunge i 300 mila abbonati» nella versione digitale. I dati parlano chiaro: la stampa digitale ha volumi dalle 10 alle 100 volte inferiori rispetto alla stampa tradizionale, se si considerano solo quei casi in cui l’abbonamento è sottoscritto digital-only, non quando la versione digitale è data gratuitamente (o con un piccolissimo costo extra) agli abbonati del cartaceo.

Secondo Thompson il motivo principale dello scarso successo sta nella mancanza di una vera domanda:

Prima che Netflix aggiungesse al suo catalogo i suoi contenuti, funzionava come un servizio di streaming che mandava in onda “repliche” di vecchi film perché aveva capito che era quello che il pubblico cercava anche sulla televisione via cavo. Funzionava perché offriva un sostituto abbastanza efficace per un prodotto molto popolare.

Quello che offrono le applicazioni dei principali giornali, invece, sono delle repliche digitali. Ma pur sempre repliche. Sfogliare il Corriere della Sera su tablet è comodo solo per il fatto di averlo sempre lì a portata di mano, già la mattina presto senza dover uscire di casa ad acquistarlo e senza che la copia a fine giornata somigli più ad uno straccio che ad un quotidiano. Per il resto, l’esperienza di lettura su carta rimane, ad oggi, superiore: perché dunque dover passare ad un prodotto del tutto simile — solo più scomodo e in digitale? Questa della replica in digitale del prodotto cartaceo è evidenziata come criticità anche da Matthew Ingram su Gigaom:

Gli stessi magazine tendono ad essere delle specie di PDF che sono a tutti gli effetti delle enormi fotografie delle pagine stampate. Si impiega una vita per scaricarli e sono scomodi da maneggiare.

Thompson ha poi altre due teorie sullo scarso successo delle piattaforme editoriali. La prima, che ha sicuramente un suo valore, è che chi acquista i magazine è perché li ama proprio per come sono fatti: di carta. La seconda, forse più contestabile, è che secondo lui esiste già una piattaforma che raccoglie al suo interno tutti i giornali del mondo, e si chiama Internet:

Ogni magazine famoso ha un suo sito, e praticamente ogni altro sito di magazine ha un competitore — o un centinaio di competitori, che sono anch’essi gratuiti. Tolti il Financial Times e il New York Times, se la maggior parte dei siti decidesse domani di far pagare una fee per leggere i suoi articoli, perderebbe velocemente moltissimi suoi lettori, in modo particolare subito dopo che il traffico generato dai social media evapora. La sfida di Netflix è contro un abbonamento di 90 dollari al mese alla tv via cavo; quella delle applicazioni per riviste è contro un universo di siti che costano zero dollari al mese.

Mi auguro, da forte consumatore di giornali sia in versione cartacea che digitale, che Edicola Italiana abbia invece molta fortuna, e dunque in bocca al lupo. Ma, forse, il futuro non è questo. E neppure quello dei suoi analoghi stranieri dai quali gli editori italiani avrebbero potuto tenere in considerazione almeno due elementi: il modesto successo ottenuto e gli errori commessi.
Il futuro, se proprio vogliamo rimanere nell’ambito di un “all you can read”, potrebbe essere molto più simile a quando offre Blendle. Piattaforma digitale ideata da una start-up olandese, venne battezzata curiosamente come «l’iTunes delle news»: con micro-pagamenti (anche per un singolo articolo), i suoi iscritti accedono non alle applicazioni dei giornali, ma direttamente al contenuto e all’interno di una piattaforma creata ad hoc per la lettura. Non si leggono degli equivalenti dei file PDF di un giornale; si legge l’articolo del giornale all’interno di un’altra cornice.

Una strada, questa, senza dubbio più lunga e faticosa per gli editori. Bisogna licenziare gli articoli e veicolare il traffico a terzi, soprattutto. Ma chi l’ha detto che le rivoluzioni si facciano in discesa?
Tutto questo a valore, beninteso, solo a patto che ci sia qualcuno ancora interessato a leggere più giornali (o più contenuti raccolti da differenti giornali). In un periodo storico in cui gli editori si fanno venire il mal di testa chiedendosi come fare a legare il pubblico anche ad un solo giornale, è una bella sfida. Per questo più interessante.